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expo-2015“Expo 2015 affare da cento milioni. Gioia Tauro porta d’ingresso della cocaina in Italia”
di Aaron Pettinari - 24 febbraio 2015
Nel nord Italia, in particolare a Milano, la presenza della 'Ndrangheta viene descritta come “un quadro inquietante” che ha via via conquistato una posizione “di predominio, a discapito di altre compagini associative, come quella di origine siciliana”. E' questo uno dei passaggi della relazione annuale della Dna per il 2014 presentata nella Sala degli atti parlamentari della biblioteca del Senato dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e dalla presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi. Nel documento di 25 pagine viene fatta una “lastra” dello stato in cui vertono le organizzazioni criminali nel nostro paese. Da Cosa nostra a Mafia Capitale, passando per le operazioni più recenti come quelle che hanno svelato l'insediamento delle famiglie calabresi in Emilia Romagna (operazione “Aemilia”).

Bologna terra di mafia
Nell'analisi della Dna viene scritto nero su bianco che Bologna può definirsi a tutti gli effetti “terra di mafia”. “Qui è stata accertata l’esistenza - si legge - di un potere criminale di matrice ‘ndranghetista la cui espansione, al di là di ogni pessimistica previsione, vede coinvolgimenti con apparati politici, economici ed istituzionali”.
Un vero e proprio radicamento che porta l'Emilia Romagna a non essere più “indicata come una Regione modello di sana amministrazione ed invidiata per il buon livello medio di vita dei suoi abitanti”. “Oggi può ben definirsi ‘terra di mafia’ nel senso pieno della espressione – è scritto nel documento - essendosi verificato quel fenomeno cui si era accennato nella relazione dello scorso anno, quando si era scritto di una infiltrazione che ha riguardato, più che il territorio in quanto tale con una occupazione militare, i cittadini e le loro menti; con un condizionamento, quindi, ancor più grave”. Proprio l'operazione Aemilia, di fine gennaio, ha portato all’arresto di 117 persone accusate di ‘Ndrangheta sul territorio emiliano concentrandosi soprattutto su Reggio Emilia e Modena. Secondo la relazione della Dna questa “contaminazione” in realtà “non si è creata come effetto di un 'contagio' delle terre emiliane dovuto alla presenza della ‘ndrangheta negli altri territori dell’Italia settentrionale (ovvero in buona parte della Lombardia, Piemonte e Liguria), bensì per ragioni ed in forza di dinamiche criminali distinte”. E dunque in Emilia “la ‘Ndrangheta parla l’accento della zona di Crotone che si fonde con quello locale, ed è specificamente riferibile, al potente sodalizio mafioso di Cutro (Crotone) Grande Aracri” che arriva ad estendersi fino alla Lombardia ed il Veneto.

Radicamento lombardo
Per quanto riguarda Milano e la Lombardia la relazione della Dna, nell'evidenziare il nuovo predominio della criminalità organizzata calabrese rispetto alle altre, rimarca che “la 'Ndrangheta dopo anni di insediamento in Lombardia, ha acquisito un certo grado di indipendenza rispetto all'organizzazione di origine, con la quale ha continuato comunque ad intrattenere rapporti. I suoi appartenenti dimorando al nord ormai da più generazioni, hanno progressivamente acquisito una piena conoscenza del territorio consolidando rapporti con le comunità locali e privilegiando contatti con rappresentanti della politica e delle istituzioni locali”. Non solo. Con la presenza sul territorio lombardo di strutture ‘ndranghetiste e il radicamento nella struttura sociale e negli assetti economici spiegherebbe, secondo la Dna, la serie di episodi di intimidazione, accertati nel corso degli anni che hanno fatto emergere “un quadro inquietante” caratterizzato “dall’omertà delle vittime”.

Affare Expo 2015
Nell'analisi firmata da Roberti non manca il riferimento all'Expo che prenderà il via a breve. “Le recenti indagini in materia di corruzione coordinate dalla Procura della Repubblica di Milano hanno individuato un vero e proprio circuito corruttivo riguardante gli appalti pubblici conferiti (anche) per Expo 2015”, ricordano i magistrati. Inoltre “La Prefettura di Milano ha emesso 46 interdittive nei confronti di imprese risultate affidatarie di contratti e subcontratti riguardanti o connessi all’Expo, per un valore complessivo di circa 100 milioni di euro”. “In tale grave contesto di contiguità mafiosa – prosegue il documento - colpisce come, a parte undici ditte provenienti dal Meridione (una dalla Campania, sei dalla Calabria e quattro dalla Sicilia), le restanti 35 imprese fino ad ora interdette abbiano tutte sede legale nell’Italia Settentrionale. Ben 32 di queste imprese sono risultate infiltrate dalla ‘ndrangheta”.

Reggenza “presidenziale” e controllo del Porto di Gioia Tauro
Per quanto riguarda l'organizzazione criminale calabrese si parla di “tendenziale unitarietà; quindi, dell'esistenza di una sorta di “consiglio di amministrazione della holding” che elegge il suo “Presidente”. Per quanto riguarda le cosche operanti nella città di Reggio Calabria, viene evidenziata la particolare capacità di inserirsi nella gestione delle cd società miste - pubblico/privato - attraverso cui vengono forniti i principali servizi pubblici alla cittadinanza.
A Gioia Tauro, poi, la 'ndrangheta ha il controllo totalizzante del Porto, ove attraverso una penetrante azione collusiva, gli 'ndranghetisti riescono a godere di ampi, continui, si direbbe inesauribili, appoggi interni. Il Porto di Gioia Tauro è divenuto “la vera porta d’ingresso della cocaina in Italia”, grazie a “una penetrante azione collusiva” che permette ai boss di godere “di ampi, continui, si direbbe inesauribili, appoggi interni”. Tra giugno 2012 e luglio 2013, sottolinea la Dna, “quasi la metà della cocaina sequestrata in Italia (circa 1600 kg su circa 3700 complessivi ) è stata intercettata a Gioia Tauro”. E le recenti indagini della Dda di Reggio Calabria hanno confermato l’assoluta supremazia della ‘Ndrangheta nel traffico internazionale di stupefacenti con i profitti che verrebbero reinvestiti sopattutto nel settore immobiliare.

Mafia capitale
Nella relazione non poteva certo mancare una accenno a “Mafia Capitale”, l'inchiesta che ha svelato un’organizzazione di tipo mafioso a Roma. Così il gruppo che vede al vertice l'ex terorrista nero Massimo Carminati “oltre alle condotte tipicamente criminali dell’usura e delle estorsioni, ha realizzato una sistematica infiltrazione del tessuto imprenditoriale attraverso l’elargizione di favori, e delle istituzioni locali attraverso un diffuso sistema corruttivo”. “Carminati – scrive la Dna – faceva leva sul prestigio criminale alimentato anche da articoli di stampa o libri che ne celebrano il passato delinquenziale, circostanza di cui lo stesso si compiace ritenendola funzionale ai suoi scopi, in ciò marcando la differenza rispetto ai capi delle mafie tradizionali”.

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