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Giuseppe De Donno, medico, ex primario di Pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova, è balzato agli onori della cronaca acquisendo notorietà presso i mass media da quando lo scorso anno, agli inizi della pandemia da Covid 19, aveva iniziato a curare i malati con le trasfusioni di plasma iperimmune.
Una terapia tutto sommato semplice, a bassissimo costo e che ha consentito a De Donno di guarire 58 pazienti su 58. Un risultato straordinario se pensiamo agli altissimi numeri di decessi soprattutto nei primi mesi di pandemia. Il siero dei guariti, che non può essere brevettato perché donato gratuitamente, costa solamente 80 euro la sacca.
Il dottor De Donno e i colleghi che lo affiancavano a Pavia e a Mantova, la sua città, erano convinti dell’efficacia del protocollo del plasma perché, come ha detto lui stesso durante un’intervista rilasciata qualche mese fa al giornalista e conduttore Red Ronnie, “è un protocollo umile, probabilmente come la nostra città”, adottato “con l’unico obiettivo di salvare più vite possibili”. “E’ una terapia che costa poco, in televisioni nazionali scienziati di prima caratura hanno detto che era caro e che non poteva essere applicato” ma “come fa una cosa che è donata gratuitamente ad essere cara?”. In Italia i donatori sono generosi, sono solidali, è quanto di più bello ci possa essere”, ha affermato De Donno nell’intervista e ancora “I veri eroi sono quelli che donano il plasma e che permettono di far guarire altri pazienti”, questo trattamento è democratico, parte dal popolo e torna al popolo, esprime una grandissima solidarietà del guarito verso il malato”.
De Donno aveva ricevuto parecchie proposte di collaborazione all’estero ma è sempre rimasto a Mantova perché, a suo dire, sentiva che tantissime persone comuni gli avevano dato fiducia in questa “battaglia etica” e anche perché era intenzionato a costruire nella sua città un centro di ricerca indipendente dalle case farmaceutiche, a disposizione di tutti in modo gratuito e disinteressato, una realtà questa ormai in Italia completamente “abbandonata”.
De Donno, per dirla con le sue parole, ha dovuto prostituirsi alle televisioni “affinché i cittadini sapessero dell’esistenza del plasma del paziente convalescente”. E’ stato “devastante” (questo è il termine da lui usato) partecipare alle trasmissioni televisive con tanto di scienziati di grido e giornalisti che l’hanno dapprima reclamato a gran voce ma che poi l’hanno abilmente messo da parte, relegandolo in fretta a medico di poco conto e minandone pesantemente la credibilità all’apparenza guadagnata in un primo frangente.
Il Giuramento di Ippocrate, ha affermato con fermezza De Donno, “è diventato il Giuramento di Ipocrita” lasciando trasparire con queste parole tutta la sua rabbia, amarezza, delusione e incredulità nel vedere ad ogni livello, scientifico, giornalistico, politico, una così netta opposizione alla terapia da lui proposta.
Al regista e documentarista Massimo Mazzucco che l’aveva intervistato lo scorso marzo mentre completava il suo video Covid: le cure proibite diceva: “Io lo so che funziona. Ho visto i pazienti guarire sotto i mei occhi. Eppure sembra che la cosa non interessi a nessuno”.
Con il passare del tempo De Donno ha abbandonato ogni entusiasmo, ogni fiducia nel sistema sanitario in cui lui in fondo forse voleva credere perché dimostrava di amare il suo lavoro e i suoi pazienti come “il medico buono della campagna, che si preoccupa degli ammalati davvero” per usare le parole di Red Ronnie.
Di certo, negli ultimi mesi, De Donno era un uomo psicologicamente affranto, isolato, perseguitato con spietato accanimento e trattato al pari di un criminale dal mondo che conta.
Si era dimesso dall'ospedale di Mantova ai primi giorni di giugno di quest’anno per cominciare, lo scorso 5 luglio, la nuova professione di medico di base a Porto Mantovano.
Beffa delle beffe, ci ricorda Massimo Mazzucco, quattro delle terapie curative che saranno disponibili a partire dal prossimo autunno, sono anticorpi monoclonali cioè, come scrive l’infettivologo Lorenzo Mondello, la “copia realizzata dall’industria della biologia molecolare dell’anticorpo presente nel siero iperimmune del guarito da Covid-19” proprio quello che usava De Donno!
A differenza del siero dei guariti che, come già detto, costa 80 euro alla sacca e non è brevettabile, gli anticorpi monoclonali si possono invece brevettare e costeranno circa 2000 euro a dose.
Il 27 luglio di quest’anno De Donno ha lasciato questo mondo.
La versione ufficiale è quella del suicidio ma la procura di Mantova ha aperto un'inchiesta.
Chissà se si saprà mai con certezza la verità; di sicuro però qualcuno ha giocato sporco, esponendo alla gogna mediatica un semplice e riservato medico di “campagna” abituato a stare in trincea per combattere in prima linea la guerra della malattia donando la sua professionalità al mondo per salvare vite ma che, molto probabilmente, si è trovato a fare i conti con interessi ritenuti proprio da questo stesso mondo ben superiori al valore stesso dell’esistenza di un essere umano.
Non sappiamo se la fune se la sia stretta lui o gliel’abbiano tirata, questo sarà la magistratura a stabilirlo e ci si augura che si faccia luce quanto prima su questo a dir poco strano suicidio.
Certo, spiacerebbe scoprire un giorno che in realtà le carte erano state truccate sin dall’inizio e che la partita era già stata orientata a tavolino verso un solo risultato dalle stesse pedine che avevano impedito al dott. De Donno di fare semplicemente il proprio lavoro, cioè salvare vite umane.
Ai familiari di De Donno, a coloro che hanno perso i propri cari che magari avrebbero potuto trarre giovamento dalle trasfusioni di plasma iperimmune, a chi ha vissuto in prima linea la malattia, alla gente che aveva creduto nella missione di quest’uomo, non piacerebbe, penso, scoprire il doppio gioco; questo non significa che si voglia insinuare alcunché dato che i fatti, prima o poi, parleranno da soli e le ingiustizie, prima o poi, si troveranno faccia a faccia con i loro responsabili.
Caro dottor Giuseppe De Donno, agli occhi distratti della gente che va di fretta tu magari sei solamente un povero medico di periferia, ingenuamente controcorrente, che ha perso l’occasione della notorietà comoda e plasmata ad uso e consumo del mondo che conta. Per chi sa leggere con sguardo attento il corso degli eventi, la verità del tuo lavoro rimarrà comunque limpida e intatta perché, come ha detto il ricercatore Stefano Montanari, l'eredità “noi ce l’avremo per sempre”.
Tu hai stravinto perché le tue idee continueranno a respirare a pieni polmoni in altri “missionari della scienza”, come ti sei tu stesso definito, e prima o poi troveranno giustizia.
Viene da dire allora, assieme a te, “com’è straordinaria la vita”, come il titolo della canzone di Dolcenera che tanto ti piaceva, perché, come hai detto tu, “la vita è veramente straordinaria, ti dà dei grandissimi dolori però nello stesso momento è straordinaria, ti dà delle grandi gioie”.
E fino all’ultimo dei tuoi giorni terreni hai dimostrato di amare la vita con gioia dando tutto il tuo tempo, la tua professionalità, la tua generosità, e forse anche la tua stessa vita, per la vita degli altri.

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