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L’inchiesta dimenticata che ha svelato i motivi dell’attentato contro JFK

A distanza di sessantasette anni sappiamo che noi ci è stata raccontata tutta la verità. L’omicidio di John Fitzgerald Kennedy, difatti, è il caso più lampante di come le teorie del complotto si generino proprio dalla mancanza di trasparenza delle autorità. Coincidenze inspiegabili, indizi occultati, testimonianze non registrate e depistaggi. Elementi che hanno permesso la nascita di una serie infinita di ipotesi sulla morte di JFK: dal coinvolgimento di Elvis Presley ai servizi segreti israeliani fino alla responsabilità di Cosa Nostra americana e di George W. Bush Senior.
Teorie strampalate che hanno oscurato l’unica vera indagine compiuta dalla magistratura, vale a dire quella condotta dal Procuratore di New Orleans Jim Garrison. Un’inchiesta durata sei anni che ha svelato l’unico dato certo di questa storia: vi sono numerosi indizi che fanno sospettare l’esistenza di un complotto. Un complotto imperfetto date le centinaia di briciole lasciate dai suoi esecutori.
A fornire al mondo quella che tutt’ora è considerata la versione ufficiale sull’omicidio di JFK è stata la Commissione Warren, un gruppo parlamentare d’inchiesta formato da esponenti sia dei democratici che dei repubblicani integrato da Allen Dulles (ex direttore della CIA) e da Gerald Ford (che dieci anni più tardi verrà eletto Presidente degli Stati Uniti). Responsabile del lavoro della Commissione venne nominato Earl Warren, all’epoca Presidente della Corte Suprema. Entrata in carico il 29 novembre 1963, a una settimana esatta dall’attentato, i lavori della Commissione terminano dieci mesi più tardi, il 24 settembre 1964. Un documento di 50 mila pagine certifica che l’unico responsabile dell’attentato contro Kennedy è Lee Harvey Oswald, ex soldato dei marines emigrato in Unione Sovietica (dove ottenne l’asilo politico ed un permesso di lavoro come operario in una fabbrica di radio e televisioni) e rientrato senza grosse difficoltà negli Stati Uniti. Secondo la Commissione Warren, Oswald avrebbe sparato tre colpi di fucile in sei secondi scarsi contro JFK da un deposito di libri situato ad una ventina di metri dall’auto presidenziale. Tre pallottole che avrebbero provocato ben cinque ferite su John Connally, governatore del Texas seduto sul sedile del passeggero, e tre sul Presidente Kennedy, posto dietro di lui.
Motivo per cui la Commissione Warren elaborò la ‘teoria della pallottola magica’, secondo la quale un solo colpo avrebbe causato varie ferite sui corpi dei due politici americani. Questa fu solo la prima di una lunga serie di contraddizioni che misero in dubbio il lavoro della Commissione nonché la versione ufficiale propagata dall’FBI. Ed è proprio da queste opacità che il procuratore capo Jim Garrison iniziò la sua indagine sulle tracce dei killer di JFK. 53 testimoni oculari – interrogati ma mai verbalizzati dalle autorità – confermarono al magistrato di aver sentito almeno un quarto sparo proveniente da dietro alla collinetta posta di fronte al deposito di libri. Ergo, è quantomeno probabile che vi fosse una seconda persona a sparare. Difatti, osservando il filmato di Abraham Zapruder, un sarto che documentò con la sua cinepresa il momento esatto dell’attentato, è possibile notare come il presunto terzo colpo schiacciò il Presidente contro i sedili e verso sinistra. Un fatto incompatibile con la posizione di Oswald, il quale – trovando alle spalle dell’auto in quel momento – se avesse sparato avrebbe fatto ruzzolare Kennedy in avanti e non indietro.
Nella sua inchiesta Garrison si imbatté in Clay Shaw, imprenditore americano legato anche alla Pemidex (una holding svizzera infiltrata da vari esponenti della P2). Scavando nella sua vita emerse il passato da soldato pluridecorato di Shaw, il quale secondo i documenti ritrovati da Garrison sarebbe stato uomo molto vicino alla CIA e utilizzato dalla stessa agenzia proprio per pianificare l’attentato contro il Presidente. Circostanza che venne in parte confermata nel 1979 dalla testimonianza di Richard Helms, ex direttore della CIA e ambasciatore in Iran, il quale asserì che Shaw era stato un informatore dell’agenzia per parecchi anni. L’inchiesta del magistrato sottolineò come Shaw e Oswald frequentassero esponenti dell’anticastrismo a New Orleans tra cui Jack Ruby, gestore di vari locali notturni considerato molto vicino a Cosa Nostra americana. Secondo David Ferrie, amico di Clay Shaw, Ruby trafficava in armi a Cuba prima della rivoluzione di Castro, in seguito invece divenne un fervente sostenitore del movimento anticastrista a Miami.
Insomma, l’ipotesi accusatoria del procuratore Garrison sosteneva che la mafia e la CIA avessero lo stesso interesse: riprendersi Cuba. Il fallimento della Baia dei Porci e la crisi dei missili del 1962 avevano fatto cambiare idea a Kennedy, il quale aveva deciso di lasciare l’isola in mano a Fidel Castro per iniziare un processo di distensione con i sovietici. Un dialogo di pace che avrebbe previsto anche la ritirata americana dal Vietnam, già timidamente iniziata nel corso del suo primo mandato presidenziale. La dismissione dell’intero contingente militare dal Sudest asiatico avrebbe significato la chiusura dei rubinetti nei confronti dell’esercito oltreché delle aziende produttrici di armamenti. Un affare da centinaia di miliardi di dollari portato in salvo dal memoradum sulla sicurezza nazionale n° 273 firmato dal Presidente Lyndon Johnson il 26 novembre 1963, il giorno dopo i funerali di Stato concessi a JFK. In quel documento si prescriveva un maggiore ausilio di militari statunitensi nel Vietnam del Nord, evento dal quale scaturì l’incidente del Golfo del Tonchino. Il pretesto perfetto per scatenare l’offensiva contro Ho Chi Minh.
A distanza di quasi sessant’anni i rapporti della CIA riguardo l’assassinio del Presidente Kennedy sono ancora coperti da segreto di Stato. Verranno pubblicati, salvo sorprese, ad ottobre del 2021.
La battaglia per la verità di Jim Garrison, benché non sia riuscito ad incriminare Clay Shaw (che infatti è stato assolto), potrebbe forse presto vedere la sua fine.

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