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Quel famigerato e pericoloso malvivente, che risponde al nome di Mimmo Lucano, è stato finalmente condannato.
Per il momento solo in primo grado, si capisce, ma possiamo attendere fiduciosi l’attimo in cui, tra dieci o vent’anni stante la celerità della giustizia italiana, la sentenza diventerà definitiva.
Oppure, caso più che probabile, in molto meno tempo. Giacché di pericoli pubblici della sua risma ve ne sono pochi e dunque a stretto giro di vite s’arriverà all’auspicata condanna esemplare.
Auspicata da chi?
Da tanti, anzi quasi da tutti. Almeno in questo felice paese, dove la legalità è una soprascarpa con molti buchi, utilizzabile solo quando non piove.
Che il resto del mondo sia solidale con lui, che da ogni dove siano arrivati appelli e manifestazioni di solidarietà, importa poco. La Nazione si eleva sdegnata, al di sopra di certi siparietti e puntando con foga il dito più lungo, non per forza l’indice, indica l’abietto reo.
La stessa Nazione che dà la riscossione delle tasse in appalto ai cugini Salvo, che dimentica di perquisire il covo di Riina, che prescrive l’associazione a delinquere per Giulio Andreotti, che contempla placidamente la sindacatura di Vito Ciancimino ed eleva sui più alti scranni, nazionali ed europei, i Gava e i Lima, oggi si erge a implacabile giustiziera.
La magistratura della Locride, felicissima plaga ove, Lucano a parte, non si riscontrano altri criminali degni di attenzione, nel suo caso raddoppia la pena chiesta dal pubblico ministero.
La destra politica e (in)culturale, ipergarantista finché si tratta di Dell’Utri o di altri onorati gentiluomini, riscopre il sottile piacere di non trovarsi, una tantum, dalla parte del torto.
Si stenda cristianamente in pietoso velo su concorsi esterni e interni, su logge segrete e lodi editoriali, su concussioni e corruzioni e si persegua senza indugio il falsificatore di carte d’identità.
Chi ieri coccolava gli stallieri, oggi gli imputa l’associazione a delinquere. Chi ha rateizzato fondi neri, lo accusa di peculato. Chi ha spergiurato su crocefissi e Sacri Cuori, lo taccia di falso.
Lo si incolpa di voler sfruttare la vicenda per fini elettorali e la sentenza, con raro tempismo, viene emessa due giorni prima delle elezioni calabresi.
Al temibile fuorilegge non viene concessa, si capisce, nessuna attenuante. Nemmeno, gioia e tripudio, l’usuale istituto del cumulo giuridico. Concesso di solito anche ai più grandi fuoriclasse del crimine.
Dura lex, sed lex.
Giovanni Brusca, amichevolmente detto u scannacristiani, killer di Rocco Chinnici e Giovanni Falcone e del tredicenne Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido, è uscito dal carcere il 31 maggio scorso. Era stato condannato a 25 anni. 12 in più rispetto a Mimmo Lucano.
Ma è inutile sovrapporre fenomeni così distanti. Non vi è niente di paragonabile tra Brusca e Lucano. Già il citarli nello stesso scritto appare una forzatura ai limiti della decenza.
Brusca è colpevole di oltre un centinaio di omicidi (Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento). Solo e soltanto di questo.
Mimmo Lucano ha commesso reati ben più gravi.
Aver dimostrato che è possibile fare, concretamente, senza limitarsi ad auspicare. Chissà dove e quando, in una galassia lontana lontana.
Che l’integrazione è non solo doverosa, ma financo, udite udite, possibile.
Aver mostrato, ai tanti poveri di spirito che temono il migrante all’angolo della strada più del boss di quartiere, come vivere insieme all’umanità senza paura.
Aver spiegato ai leoni da tastiera che paventano ipotetiche invasioni islamiche, africane, aliene, come i popoli possano incontrarsi senza l’obbligo di scontrarsi.
Aver tracciato un sentiero di felicità e benessere, percorrendolo insieme a loschi figuri come Alex Zanotelli, Luigi Ciotti e Jorge Bergoglio, mentre i sedicenti cattolici con la svastica marciavano accodati dietro eroici Capitani e fulgide Ducette.
Colpe gravissime, ripetiamo. Che costringerebbero parecchi strenui difensori dei valori ormai perduti e dei treni in orario, a guardarsi allo specchio, prendendo atto del poco edificante spettacolo.
Normale dunque che sia stato punito. E che un pulviscolo di supereroi in pigiama lo dileggi sui social, gridando allo scandalo per questo o per quel codicillo violato.
Esiste però un giudice ben più grande, slegato e indipendente dall’umana volubilità.
Quel giudice si chiama Storia e in altri tempi ha assolto, elevandole anzi a esempio, figure come Danilo Dolci. Anch’egli condannato con tracotante miopia, per colpe ancor più risibili di quelle di Lucano e oggi universalmente considerato simbolo di tutto ciò che v’è di più giusto e nobile a questo mondo.
Perché la Storia non fa sconti. A nessuno. Ai presunti colpevoli e a certi accusatori.
Non dovendo prestare orecchio ai sondaggi di fine settimana, senza cariche o prebende da raggiungere, si limita ad accettare i fatti, sgombrando il campo da tutte le passioni, nobili o strumentali che siano.
Nessun tipo di scontro sociale, a maggior ragione quello etnico, è sostenibile nel lungo periodo. Può venir buono per aizzare facile consenso, ma necessita di una continua escalation, nei toni come e soprattutto nei provvedimenti.
L’odio induce assuefazione.
Nel ’42 i nazisti rasero al suolo il villaggio di Lidice, in Boemia, reo di aver dato asilo ad alcun partigiani. Gli abitanti furono sterminati, le case polverizzate con l’esplosivo. Sui campi fu sparso del sale, come i romani con Cartagine, perché nulla più vi crescesse. Un tentativo apparentemente ben riuscito di damnatio memoriae.
Dopo la guerra, resa nota la vicenda, più di millecinquecento cittadine in tutto il mondo cambiarono il loro nome in Lidice, vanificando questo vuoto simbolismo.
Verrà un giorno in cui il famigerato modello Riace sarà non solo lodevole esempio, ma necessario progetto, per impedire che l’intera Europa si trasformi in un enorme banlieue, suppurata sacca di rancore ed emarginazione.
Nasceranno cento, mille, diecimila Riace.
In molti dialetti del sud il termine amaru (o maru) non implica connotazioni di gusto, essendo piuttosto sinonimo di poveretto, sventurato, disgraziato.
Quel giorno, sperando di non dover attendere troppo, amari saranno altri.
Noi continueremo ad amare.

Foto © Imagoeconomica

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