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abbate lirio bn 2di Lorenzo Frigerio
È un processo storico quello di “Mafia Capitale”, attualmente in corso di svolgimento a Roma, e non si sentiva certo il bisogno di caricarlo di ulteriori tensioni, oltre a quelle già normalmente registrabili a margine di un processo per mafia.

Dimostrare l’esistenza a Roma di un’organizzazione criminale, che possa essere inquadrata nella fattispecie dell’associazione di tipo mafioso, secondo quanto previsto dal codice penale, è uno sforzo titanico che soltanto il passare del tempo consentirà di apprezzare se soddisfacente dal punto di vista giudiziario.

Ecco allora che il tentativo dell’avvocato difensore di Massimo Carminati, Giosuè Bruno Naso, di puntare l’indice contro il giornalista de l’Espresso Lirio Abbate, durante il processo d’appello al clan Fasciani, i dominus di Ostia, è apparso fin da subito un basso espediente per alzare un polverone mediatico non tanto nell’aula nel quale Lirio Abbate è stato apostrofato dal legale come “Delirio” Abbate, quanto piuttosto in quella di Mafia Capitale.

Le battute di pessimo gusto che sono state rivolte all’indirizzo del collega, da anni sotto scorta e, secondo il legale, reo – del tutto improbabile – di avere instradato la Procura della Repubblica di Roma sulla strada della contestazione dell’art. 416 bis nei riguardi di Carminati, Buzzi e soci, non meriterebbero nemmeno di essere commentate, tanto sono di bassa lega. E anche il paventato collegamento e scambio fin dal palcoscenico palermitano tra lo stesso Abbate e il procuratore Pignatone che, sempre secondo Naso, “è venuto a Roma pensando che Roma fosse una grande Reggio Calabria”, lascia il tempo che trova tanto è pretestuoso e privo di fondamento.

Lo storpiare il nome dell’obiettivo della vis polemica è tecnica poi che Emilio Fede usava ai tempi d’oro del suo TG4 per bacchettare nemici interni ed esterni del suo editore di riferimento, allora sceso in politica.

E allora, perché se erano prevedibili le giuste reazioni di solidarietà nei riguardi di Abbate, un legale navigato come Naso ha sentito il bisogno di buttarla in caciara, sapendo di andare incontro ad un rovescio altrettanto certo? Siamo veramente sicuri che non avesse previsto la levata di scudi in difesa del collega, meritoriamente impegnato da anni nella denuncia delle mafie in ogni contesto nel quale si è trovato ad operare?

No, non pensiamo che Naso sia uno sprovveduto legale di provincia desideroso di assurgere agli altari della cronaca, né tanto meno un kamikaze votato al martirio mezzo stampa.

Siamo invece certi che Naso avesse tutto previsto, compresi i commenti di denuncia sulle maggiori testate e ai tg della sera e i comunicati di solidarietà di tutta la categoria professionale.

Una solidarietà che risulta perfino pelosa e fastidiosa però quando proviene, seppure con la doverosa unanimità in casi di questa genere, da una categoria che non brilla quasi mai per capacità di lettura dei fatti mafiosi e volontà di denuncia dei poteri criminali e collusi, come quelli in azione da decenni a Roma.

Piuttosto, ci sembra una categoria, quella cui apparteniamo, che spesso e volentieri rinuncia a svolgere il ruolo di cane da guardia del potere costituito, anche quello criminale, per limitarsi a dare in pasto ai lettori il solito immangiabile polpettone di cronaca nera e gossip più o meno rosa.

Quando la carta stampata e le tv si limitano a dare “panem et circenses” ogni giorno, i colleghi coraggiosi come Lirio Abbate (e fortunatamente ce ne sono ancora tanti..) restano isolati nella loro denuncia di violenza, illegalità e corruzione.

A Lirio Abbate, oltre che la sentita e autentica solidarietà di Libera Informazione, crediamo sia dovuta piuttosto la riconoscenza di tanti italiani che hanno potuto capire e conoscere i meccanismi della criminalità in azione nella capitale del Paese. Siamo altrettanto certi però che la migliore solidarietà possa essere quella di provare a svolgere meglio il proprio lavoro di giornalisti.

Tornando alle espressioni di Naso, a metà strada tra ingiuria e minaccia, pensiamo che lo show di qualche giorno fa nell’aula del processo ai Fasciani sia servito a mandare un segnale chiaro: al processo Mafia Capitale la battaglia che gli imputati intendono inscenare sarà dura e condotta con ogni mezzo, al limite del lecito e sfruttando ogni occasione di polemica tanto con i magistrati, che con i giornalisti e forse anche con i politici, sempre che battano un colpo e si facciano vivi.

Chi pensava che le accuse della Procura della Repubblica di Roma potessero essere condotte fino in fondo, senza subire intralci di sorta, quasi facendosi forza di una sorta di condanna preventiva degli imputati avvenuta grazie ai giornalisti “brutti, sporchi e cattivi” che hanno messo in piazza i loro sporchi affari, dopo l’uscita di Naso dovrà per forza ricredersi. La strada è ancora lunga e i riflettori dei media, accesisi immediatamente come reazione agli attacchi ad Abbate, potrebbero presto spegnersi, in ragione della cronica assenza dei grandi media ai processi per mafia.

Ecco perché dire “siamo tutti con Abbate” è assolutamente importante, ma provare a fare il proprio lavoro di giornalisti e testate, provare a fare in modo che l’informazione sia libera è ancora meglio. Anche per lo stesso Lirio.

Tratto da: liberainformazione.org

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