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Ladri ''professionisti'' in casa di Antonio Ingroia

ingroia antonio c imagoeconomica 4di Lorenzo Baldo
Rubate alcune pendrive dell’ex pm (senza scorta) con documenti su importanti inchieste

Ladri all’opera. Che non hanno lasciato impronte, anzi, una sola, “guantata”. Dei veri “professionisti”, non si sa se del mestiere o se di altri “uffici”. Certo è che ad Antonio Ingroia hanno portato via alcune pendrive contenenti atti processuali del periodo in cui era magistrato e di quelli attuali da avvocato. Ma ci sono anche suoi appunti e considerazioni su inchieste delicate. A dare la notizia è l’edizione odierna del Fatto Quotidiano che sottolinea alcune peculiarità di questo furto. Nella notte tra martedì e mercoledì scorso, dopo che Ingroia aveva lasciato Roma alle due del pomeriggio per una trasferta di lavoro in Sicilia (di due giorni) assieme alla moglie, i ladri sono entrati da una terrazza condominiale sul tetto. Non hanno forzato nulla, hanno unicamente segato le grate divisorie dell’appartamento all’ultimo piano. Una volta entrati hanno messo a soqquadro la casa del legale di alcuni familiari di vittime di mafia come Attilio Manca e Angelo Vassallo per poi portare via la preziosa refurtiva. Proprio in merito all’omicidio del sindaco pescatore, qualche giorno fa l’ex pm aveva rilasciato un’intervista spiegando che nel suo ruolo di avvocato di parte civile nell’inchiesta bis sull’assassinio Vassallo sarebbe andato fino in fondo per cercare la verità. Meno di una settimana fa al processo calabrese “’Ndrangheta stragista”, durante le audizioni dell’ex ambasciatore Francesco Fulci e del Generale dell’Arma, Giampaolo Ganzer, Antonio Ingroia (legale di parte civile dei familiari dei carabinieri Fava e Garofalo uccisi negli attentati), aveva affrontato i tanti misteri che ruotano attorno ai ruoli ambigui del Sisde e del Sismi nelle stragi del ‘92 e del ‘93 arrivando a lambire il campo minato della mancata individuazione di Giulivo Conti, un ex appartenente a Gladio, nonché accompagnatore fidato del maresciallo del Sismi Vincenzo Li Causi, ufficialmente ucciso nel ‘93 in uno strano agguato da miliziani somali mentre era in Somalia con Conti. Tornano quindi le trame nere a riaccendere i riflettori sulla trattativa tra Stato e mafia di cui la recente sentenza della Corte di Assise di Palermo ha sancito la veridicità di una sua effettiva esistenza. Trame politico-criminali che attraverso l’inchiesta condotta dal pm calabrese Giuseppe Lombardo, si collegano ad ulteriori fatti e circostanze. E’ del tutto evidente che il prezioso lavoro di investigazione di Antonio Ingroia in tutti questi anni spaventa maggiormente quegli ambienti “ibridi” - che sono corresponsabili assieme a mafia e ‘Ndrangheta di stragi e delitti eccellenti - piuttosto che le mere organizzazioni criminali. Ed è altrettanto evidente che in questo momento lo stesso Ingroia è particolarmente vulnerabile da quando gli è stata revocata la scorta. Sono solo coincidenze? A non voler fare una spicciola dietrologia è proprio Ingroia che si limita ad una asettica considerazione: “Non dico che sono tutti fatti collegati tra loro, ma rassegno questi fatti, insieme alla considerazione che chi ha agito lo ha fatto da professionista, scegliendo attentamente sia il momento per intervenire, sia gli strumenti utili al superamento degli ostacoli per entrare nel mio appartamento”. E cioè solamente quattro giorni dopo la revoca della protezione che gli era rimasta: una “vigilanza dinamica a orari convenuti”, giustificata dalla fine del suo mandato di amministratore pubblico della società Sicilia & Servizi e dalla mancata elezione alle Politiche. Poco importa a questo Stato che l’impegno da avvocato di Antonio Ingroia prosegua su questioni delicatissime di cui si era già occupato da magistrato. L’appello al “governo del cambiamento” di ripristinargli subito la scorta – al momento – è letteralmente caduto nel vuoto. Da un ministro dell’Interno come Salvini – noto per i suoi proclami antimafia fini a se stessi – c’è ben poco da aspettarsi. La condanna nei confronti di Ingroia che preoccupa particolarmente va oltre la sentenza di morte decretata da Cosa Nostra nei confronti di tutti i suoi nemici – che non ha alcuna scadenza temporale, ma che attende solamente il migliore momento per poter essere eseguita –, riguarda prevalentemente l’ignavia di uno Stato che attende sulla riva del fiume che passi il cadavere per poter poi recitare il mea culpa a favore di telecamera. La speranza che le indagini su questo strano furto facciano luce su quali siano quelle “manine” che hanno violato la casa di Ingroia e su ordine di chi, è decisamente ridotta. In un Paese di misteri come l’Italia, la storia recente è satura di furti ad opera di apparati di Stato. Al di là della piena solidarietà ad Antonio Ingroia, resta l’obbligo morale, per quella che si definisce società civile, di continuare a sostenere il lavoro di uomini come lui pretendendo che lo Stato faccia la sua parte: ripristinandogli immediatamente la scorta.

Foto © Imagoeconomica

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