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'Ndrangheta stragista, quando Fulci temeva ''gli ispiratori delle stragi''

01 lombardo fulciLa connessione Gladio-Falange armata nelle parole dell'ex Capo del Cesis. Sentito Anche il generale Ganzer
di Aaron Pettinari
Nell'estate del 1993, dopo le stragi io ho questo soprassalto perché in alcuni giornali, in Italia, si scriveva che forse la colpa poteva essere dei Servizi segreti deviati. Io sapevo che dentro al Sismi c'era una sola unità di 15-16 persone addestrate per l'uso di armi ed esplosivi. Era una cosa anomala, questo gruppo si chiamava 'Ossi'. C'era la possibilità di capire se c'era qualcosa di vero, per fare chiarezza. Se si dimostrava che queste persone non erano nei luoghi delle stragi il giorno dell'attentato si smentiva il loro coinvolgimento. Così chiesi al Comandante generale dell'Arma dei Carabinieri Federici di fare accertamenti. Lo incontrai a Milano il 4 agosto”. E' questo il racconto dell'ex capo del Cesis Francesco Paolo Fulci, in quel momento Ambasciatore italiano a New York, sentito oggi in trasferta, presso l'aula bunker di Rebibbia, al processo 'Ndrangheta stragista, che si celebra davanti alla Corte d'assise di Reggio Calabria. Alla sbarra ci sono Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, l'uno boss di Cosa nostra, l'altro di 'Ndrangheta, accusati di essere i mandanti degli attentati commessi in Calabria tra il '93 e il '94 contro i carabinieri. Un'udienza resa complicata dalle non ottimali condizioni di salute dell'ex Ambasciatore alle Nazioni Unite, oggi 87enne, in cui sono emersi comunque elementi ulteriori rispetto a quanto già aveva dichiarato al processo Trattativa Stato-mafia quando fu sentito nel giugno 2015. Il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, infatti, ha ottenuto proprio in quell'anno la declassificazione di alcuni documenti inerenti le indagini che furono svolte, seppur approssimativamente.
Tra questi documenti vi è anche una lettera del 6 aprile 1994 scritta sempre a Federici. Una missiva in cui dice di sentirsi in pericolo di vita sostanzialmente per due motivi. Il primo “perché un Ministro di Governo, prima, ed i 'media' successivamente, mi hanno pubblicamente additato, suscitando l'ovvio rancore degli interessati, come causa dell'allontanamento dai Servizi di personale già addetto alla 7^ Divisione del SISMI”. Il secondo “perché non sono stati a tutt'oggi scoperti ed arrestati i veri ispiratori ed esecutori delle azioni delittuose del luglio scorso, che hanno provocato vittime innocenti e irreparabili danni al patrimonio artistico del Paese”. Rispetto a questo passaggio Fulci ha detto che al tempo “non si aspettava nulla” ma ha anche raccontato un incontro, in un primo momento datato nell'agosto 1993 poi nel luglio 1994, con un altro generale del Sismi (Pucci, ndr) che gli disse che “dietro a quelle stragi vi era la mafia”.

L'elenco “VII divisione” del Sismi e degli “Ossi”
In aula Fulci ha riconosciuto come suo un manoscritto, contenente i tredici nomi appartenenti alla '“VII divisione” del Sismi e degli “Ossi”. Il dato particolare è che in questo documento compaiono tredici nominativi (lo stesso numero che viene riportato in un'informativa della Digos) mentre in un altro, che secondo quanto è riportato da un'informativa del Ros fu consegnato al Comandante generale Federici, i nomi presenti sono 16. Come è possibile la discrasia? Fulci non è riuscito a fornire spiegazioni, trincerandosi nel classico “non ricordo”.
Quel che è certo è che l'ex Ambasciatore ha inserito nell'elenco degli agenti dei Servizi addestrati a maneggiare esplosivi anche quello del colonnello Walter Masina, che però è stato dimostrato non far parte di quel gruppo. “Secondo me lui era uno che poteva sapere diverse cose. Era quello che stava dietro alle intercettazioni alla mia abitazione” ha detto oggi in aula. Al Processo di Palermo aveva ammesso che inserì il nominativo perché “volevo fargliela pagare” in quanto “era quello che mi spiava”.

02 fulci

La vicenda Li Causi

Ma i contorni di quella che appare come una vera e propria spy story, assumono colori ancora più grigi nel momento in cui il pm Lombardo ha ricordato all'ex segretario del Cesis quel che riferì ai pm di Palermo nell'aprile 2014 che mise a verbale che uno degli appartenenti a quell'elenco morì in Somalia. Riavvolgendo il nastro della storia è un fatto noto che nel novembre 1993, a Balad, nel corso di una misteriosa imboscata, morì il maresciallo Vincenzo Li Causi, un soggetto che fu capo di una cellula di Gladio, la struttura paramilitare segreta del tipo stay behind (che vuol dire "stare dietro le linee", operare in maniera occulta) . Fulci ha ribadito di “non aver appreso niente di diretto sul suo conto e di aver letto soltanto cose sui giornali”. Caso vuole, però, che nella vettura in cui viaggiava Li Causi vi era anche un commilitone, Giulivo Conti, il cui nome era nell'elenco rappresentato da Fulci.

Intimidazioni e pressioni
Altro tema affrontato nel corso dell'udienza è stato quello della Falange armata, la misteriosa sigla con cui venivano rivendicati stragi e delitti eccellenti. Lo stesso Fulci ricevette delle minacce, appena pochi giorni prima l'assunzione dell'incarico al Cesis (“Qui Falange armata uccideremo l’ambasciatore Fulci”). “Pensai subito, cominciamo bene - ha detto oggi in aula - Mi dicevano che avrei avuto problemi. Io non volevo quel ruolo nel 1991. Ci furono forti pressioni del Presidente del Consiglio Andreotti e del Presidente della Repubblica Cossiga. Proprio quest'ultimo mi disse che 'dovevo assumere quel posto punto e basta' facendo appello sul mio senso dello Stato. Ed io obbedii dicendogli con la morte nel cuore 'disponga della mia persona'”. Proprio Fulci, qualche tempo prima, quando era Ambasciatore alla Nato, era stato chiamato a risolvere la questione dell'esplosione dello scandalo “Gladio”, la cui esistenza venne rivelata ufficialmente da Andreotti nel 1990, deponendo davanti alla Commissione parlamentare stragi. “C'era una situazione delicatissima. Strutture come quella di Gladio con compiti di vigilanza anti-invasione erano presenti anche in altri Stati Nato. Nessuno ne sapeva niente. Era uscito un articolo di Scalfari il quale, di fronte alle dichiarazioni del Comandante Supremo americano che aveva negato l'esistenza della struttura, aveva scritto che c'era qualcosa che non tornava, che occorreva una smentita o avrebbe significato che i nostri governanti mentivano e prefigurava l'impeachment. Io dovevo ottenere quella smentita. Chiesi informazioni e da Palazzo Chigi mi mandarono il manuale di addestramento. Ed effettivamente risultava che Gladio era una struttura Nato. Risolvemmo come facevamo quando chiedevano conto delle esercitazioni con le armi nucleari. Senza confermare né smentire. Un grande successo diplomatico. Forse proprio per questo mi volevano al Cesis, anche se ero estraneo”.
Fulci ha anche raccontato che, da quando assunse l'incarico nel 1991 al Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza, ogni settimana faceva dei resoconti al Presidente del Consiglio Andreotti. “Quel periodo fu una via Crucis per me con attacchi da tutte le parti. C'era un giornalettino che parlava sul mio conto e su mia moglie scrivendo le nefandezze più terribili. Io ottenni di essere ricevuto tutti i martedì dal Presidente Andreotti. Parlammo anche delle minacce e mi disse che davo fastidio. Avevo anche denunciato malversazioni di quei soggetti che si impadronivano dei soldi dei Servizi con tanto di denunce all'autorità giudiziaria. Per questo non ero gradito. Lui mi disse di mandare via queste persone. Ne chiesi la rimozione ma poi rimasero al loro posto. Ma non mi sono sentito svuotato del mio ruolo, anche se fui tenuto all'oscuro quando si decise che il Sismi doveva occuparsi della lotta alla mafia. Ci fu una grande amarezza interiore”. Poi ha proseguito: “Ci fu una campagna proprio contro di me. Fui accusato di essere massone ma io non ero iscritto a nessuna loggia. Ero in Corda Frates? Sì, quella era un'associazione giovanile, fatta di studenti, e c'erano i figli della borghesia liberale”. Rispondendo ad una domanda del pm Lombardo, pur sminuendo, Fulci non ha comunque potuto escludere che all'interno di Corda Frates altri non avessero rapporti con la Massoneria. Fulci ha poi raccontato delle intercettazioni subite nella sua abitazione a Roma. “Quando scoprii telecamere e cimici rimasi molto male. Quel luogo mi fu consigliato proprio dal Presidente Cossiga. Io ero il Capo dei servizi ed ero sottoposto a queste cose. Feci per due volte la bonifica e alla fine staccai tutto. Ci fu un'indagine e venne fuori il nome di Masina”.

03 ingroia fulci

La Falange-armata

Parlando delle stragi del 1992 Fulci ha sostenuto di non aver “mai ricevuto nulla da parte del Sisde e del Sismi” e “di non esserci mai aspettato nulla”. Un dato sicuramente strano considerato che a dirlo è l'ex Capo di un organo di coordinamento dei servizi segreti italiani. Eppure è noto, così come ha ricordato durante il suo esame Antonio Ingroia, legale di parte civile dei familiari dei carabinieri Fava e Garofalo (uccisi negli attentati), è un fatto noto che proprio il Sisde si occupò anche di indagini sulle stragi e che Contrada, numero due del Servizio segreto civile, avesse un settore di riferimento per il contrasto alla criminalità organizzata.
Così come aveva fatto al processo Stato-mafia Fulci ha raccontato l'inchiesta che aveva assegnato ad un suo analista, Davide De Luca (oggi deceduto). “C'erano tante rivendicazioni della Falange Armata e volevamo capire. Lui venne un giorno da me con due carte lucide e mi disse che in una c'erano segnati i luoghi da cui partivano le chiamate, in un altro le sedi del Sismi. Quelle due cartine erano quasi identiche. E notammo anche che le telefonate erano tutte effettuate in orari d'ufficio. Poi quando andai a New York non seppi più nulla”.
Io ritengo che tutto questo in un certo senso facesse parte anche di Gladio - ha detto Fulci per cercare di spiegare quell'operato - Perché Gladio, tra i suoi compiti, aveva anche quello di fare esercitazioni per simulare, in caso di occupazione effettiva, cose di questo tipo, creando disordini. Quindi ho sempre ritenuto che quelle rivendicazioni della Falange Armata non fossero altro che esercitazioni spinte da uno zelo estremo”. Peccato però che le rivendicazioni della Falange Armata sono oltre 1600. “Quante volte è necessario esercitarsi? Non crede che siano troppi?” ha replicato Lombardo ricordando proprio i numeri delle rivendicazioni. “E' la prima volta che sento questo numero. Anche se io non ne sarei stupito. Purtroppo nella vita ci sono molti zelanti” ha risposto Fulci.
Eppure, come emerge da un'altra sua lettera all'allora Capo della Polizia Parisi, datata marzo 1993, le considerazioni da lui espresse sulla Falange Armata erano tutt'altro che rappresentative di un'esercitazione in cui si parla chiaramente di una “struttura creata in laboratorio” autrice di “campagne anti istituzionali” e in cui si sottolineava anche il “gergo burocratico” ipotizzando anche “funzioni e finalità di tipo depistante”.

Ma c'è anche un altro dato che dimostra quantomeno la “cattiva memoria” di Fulci per certi particolari. A suo dire è oggi che ha sentito per la prima volta il dato che la prima rivendicazione della Falange Armata ha riguardato un educatore penitenziario, Umberto Mormile, ucciso l'11 aprile 1990. Una rivendicazione che non ebbe alcun tipo di pubblicità sui giornali. Ma vi è una corposa documentazione in cui emerge che il Sisde aveva svolto un'indagine sulla Falange Armata già nel febbraio 1992 in cui si dà atto che è il delitto Mormile ad essere stato il primo atto di rivendicazione della misteriosa sigla.
Leggendo quelle carte Fulci, in aula, ha in parte ammesso che così “si aprono nuovi scenari che andrebbero studiati più a fondo
Detto dell'incontro avuto con il generale Federici, in cui consegnò l'elenco dei nominativi degli appartenenti a gli “Ossi”, Fulci ha anche ricordato che qualche giorno dopo il 4 agosto 1993 ricevette una telefonata del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che gli disse di trasmettere la medesima lista al Capo della Polizia di allora, Vincenzo Parisi. “Quella lista la ebbi quando venni a conoscenza di quel gruppo. Tempo dopo mi sembrava importante per dimostrare la loro estraneità da certe azioni - ha ribadito l'Ambasciatore - Feci quel che Scalfaro mi chiese ma ero preoccupato. Sapevo che quando una cosa si mette troppo in giro si creano problemi”.
Sia Federici che Parisi gli dissero che avrebbero effettuato gli accertamenti ma Fulci, a suo dire, non seppe più nulla neanche nella telefonata ricevuta dallo stesso Comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, accertata, del 9 agosto 1993.

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Ganzer e gli sviluppi investigativi sull'elenco di Fulci

Dopo l'ex Capo del Cesis a salire sul pretorio è stato il generale Giampaolo Ganzer, ex capo del Ros. In particolare è stato sentito in merito agli accertamenti compiuti dal Ros e dalla Digos confluiti in un'informativa del 14 aprile 1994 che traeva spunto proprio da quanto fu rappresentato a Federici da Fulci. “In realtà più che indagini quelle erano delle verifiche asettiche - ha detto rispondendo alle domande del pm - C'erano gli elenchi di soggetti che erano sospettati di essere implicati nelle stragi in Continente. Debbo dire che Fulci stesso diceva che non aveva prove ma che rappresentava semplici sospetti e segnalava quei nomi nell'ottica della verifica”. Rispetto all'ex Ambasciatore Nato Ganzer ha fornito alcuni particolari in più. Ad esempio, oltre all'incontro di Milano, vi sarebbe stato un altro incontro tra Fulci e Federici, nell'ufficio di quest'ultimo, a cui “fu consegnata una busta chiusa che avrebbe dovuto aprire solo dopo la sua morte (di Fulci, ndr)”. Parlando della discrasia sul numero dei nomi presenti nei due elenchi (16 in quel documento consegnato a Federici, 13 in quello in possesso della Digos), il teste ha ipotizzato anche la possibilità “di un errore nella fase di redazione” in quanto “non ricordo quale sia stata la prima indicazione a Federici se si parlava di 13 o 16 nominativi. Nell'informativa del 13 agosto (inviata alla Procura di Roma nell'ambito delle indagini condotte dal dottore Saviotti, ndr), però, c'è un riferimento agli allegati che coincide con il fatto che l'elenco in possesso era quello riferito (ovvero quello con i sedici nomi)”.
Ganzer ha spiegato che quella discrasia nel numero dei soggetti coinvolti: “Si ritenne che Fulci non avesse l'accesso diretto organico del servizio e che quindi la seconda acquisizione fosse più completa”. Certo è però, che proprio la prima acquisizione presentava l'eventuale elenco più completo e, come ha evidenziato il pm Lombardo, nel secondo elenco non vi è un completamento ma una sottrazione.
Per far luce sui vari passaggi sarebbe utile capire quando è avvenuta concretamente la ricezione degli elenchi ma non vi sono elenchi in cui annota l'acquisizione di quelle carte. “Non fu un atto formale da quello che so - ha spiegato Ganzer - Non mi risultano relazioni ma vengo chiamato dal Comandante del Ros che mi ha incaricato in quanto Comandante del Reparto Anti eversione. “Quell'informativa congiunta - ha detto ancora Ganzer - si basa su una serie di situazioni rappresentate da Fulci a Federici. Uno dei possibili elementi di sospetto era dato dai rapporti che il Sismi poteva avere con l'ambiente carcerario, posto che il filone principale delle comunicazioni della falange armata era proprio il carcerario, e poi c'era stata la rivendicazione Mormile. Si segnalava anche la coincidenza che l'origine delle rivendicazioni provenisse dai luoghi dei centri Sismi ma non è esatto perché si tratta dei luoghi di ricezione delle comunicazioni della Falange, non di partenza perché all'epoca con il sistema di intercettazione non si poteva capire quale fosse l'origine delle telefonate”. E' l'avvocato Ingroia a far notare un'altra discrasia nell'informativa congiunta Ros-Digos, riguardo l'identificazione di Giulio Conti. La Digos lo identifica in Conti Giulivo, ovvero l'uomo che era assieme a Li Causi il giorno in cui questi morì, mentre il Ros disse che non si poteva identificato. “Gli accertamenti - ha detto Ganzer - sono stati limitati al verificare se effettivamente esisteva l'articolazione del servizio a cui appartenevano questi soggetti, escluso quello che veniva indicato come vertice e che era impiegato in altro settore (Masina, ndr) e con nessun rapporto con gli altri elementi. Emergeva l'appartenenza e la provenienza dei reparti alle forze armate che indicava una competenza ben precisa”. Il processo è stato rinviato a lunedì prossimo quando sarà sentito il collaboratore di giustizia Russo.

Foto © ACFB

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