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Di Matteo alla Procura Nazionale antimafia, c'è il sì del Csm

di matteo change c gianniniOltre a lui Del Prete, Palaia, Polino e Sargenti
di Miriam Cuccu e Francesca Mondin
Il Plenum del Consiglio superiore della magistratura all’unanimità ha deciso: il magistrato Nino Di Matteo andrà alla Procura nazionale antimafia guidata da Franco Roberti. Assieme al pm palermitano i nuovi sostituti procuratori della Super Procura saranno Francesco Pollino, Maria Cristina Palaia, Michele Del Prete e Barabara Sargenti.
Il Procuratore Nazionale antimafia nell'esprimere parere favorevole per tutti e cinque i candidati ha sottolineato: “Ciascuno dei predetti magistrati risulta aver maturato significative esperienze anche di tipo mafioso, conseguendo positivi risultati e così dimostrando elevate capacità professionali nello svolgimento di indagini nei confronti di associazioni di tipo mafioso e sulle loro connessioni con altre manifestazioni delittuose”.
Il trasferimento effettivo da Palermo a Roma dovrebbe avvenire tra due mesi ma Nino Di Matteo, pubblica accusa nel processo trattativa Stato-mafia assieme a Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, non dovrà per forza abbandonare il processo che ormai volge a termine. Infatti se il procuratore di Palermo Lo Voi lo richiederà e se ci sarà il consenso di Roberti, Di Matteo potrà restare pm in quel processo.
Il Csm, in precedenza, aveva proposto a Di Matteo un trasferimento d’urgenza alla Pna, al di fuori di ogni concorso, a causa degli elevati rischi per la sua sicurezza, ma il pm aveva rifiutato in quanto “accettare un trasferimento con una procedura straordinaria connessa solo a ragioni di sicurezza costituirebbe a mio avviso un segnale di resa personale ed istituzionale che non intendo dare”.
Oggi i consiglieri hanno attribuito al magistrato palermitano la valutazione più alta (15 punti) per le "ottime qualità professionali" e il "solido e vasto bagaglio di esperienza" maturato nelle indagini sulla criminalità organizzata e nella gestione dei collaboratori di giustizia (da Giovanni Brusca a Salvatore Cancemi). Un giudizio basato anche sui pareri dati dai suoi superiori che attestano oltre alle "capacità di coordinamento e impulso investigativo", "l'impareggiabile tenacia" e "l'ineguagliabile spirito di sacrificio".
In passato però più di una volta Di Matteo, dopo aver presentato domanda per entrare alla Direzione nazionale antimafia, era stato clamorosamente bocciato. In un’occasione il Csm aveva nominato tre magistrati con meno titoli per la Dna, e il magistrato si era detto amareggiato “perché non sono stati sufficienti più di 20 anni di lavoro dedicati ai processi di mafia a Caltanissetta e a Palermo”.
Per quella bocciatura il sostituto procuratore palermitano aveva presentato ricorso al Tar (poi respinto) contro un'esclusione “umiliante” e una “sistematica, algebricamente calcolata e calibrata sottovalutazione dell’ineccepibile e solidissimo profilo professionale del ricorrente”. Evidenziando, tra l'altro, come la proposta di trasferimento per motivi di sicurezza era giunta appena pochi giorni prima del pronunciamento del Csm, e considerata dai legali di Di Matteo una “inammissibile proposta compensativa”. Poi il pm aveva deciso di concorrere nuovamente per due posti da procuratore aggiunto alla Dna. Quella volta, però, lo stop era arrivato da un vizio di forma: essendo cambiati nel frattempo alcuni dettagli del bando serviva un nuovo parere attitudinale specifico. Il fatto, però, era che per altri magistrati concorrenti in altri concorsi il Csm aveva rimandato indietro le carte, mentre questo non era accaduto per Di Matteo. Oggi, invece, la domanda del pm di Palermo ha infine ottenuto il verdetto positivo.
Di Matteo ha maturato oltre vent’anni di esperienza in merito a processi e inchieste di mafia (e relative ramificazioni). A cominciare dal caso dell’omicidio del giudice Saetta e di suo figlio, per il quale ottenne il primo ergastolo di una lunga serie per Totò Riina. In seguito fece riaprire le indagini sulla strage che stroncò la vita del giudice istruttore Rocco Chinnici, concluso con le condanne per esecutori e mandanti. Passando poi per le indagini sulla strage di via d’Amelio, il caso della scomparsa e dell’omicidio dell’agente Emanuele Piazza, il processo a Ignazio D’Antone (ex capo della Criminalpol di Palermo, accusato e condannato per aver favorito la latitanza di alcuni boss). E ancora l’inchiesta “Grande Oriente”, fondata sulle dichiarazioni del colonnello del Ros Michele Riccio e del confidente (assassinato) Luigi Ilardo, confluite nel processo a carico degli ufficiali del Ros Mario Mori e Mauro Obinu (assolti in primo grado); le inchieste “Ghiaccio” e “Talpe alla Dda”, in merito ad un sistema di monitoraggio delle inchieste della procura per proteggere gli uomini e gli affari di Provenzano, e il filone di “Gotha”, dal quale è nato il processo a Giovanni Mercadante, primario di radiologia a Palermo. Per giungere fino al processo in corso: quello sulla trattativa Stato-mafia, per il quale Totò Riina ha più volte dimostrato un manifesto fastidio, tanto da ordinare che a Di Matteo venga fatta fare “la fine del tonno”.

Foto © Castolo Giannini

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