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Di Matteo e la Procura nazionale antimafia, presentato ricorso al Tar

di-matteo-csm-effDal Csm una “sistematica, sottovalutazione del profilo professionale”
di Aaron Pettinari - 19 maggio 2015
Dall’esclusione “umiliante” alla “sistematica, algebricamente calcolata e calibrata sottovalutazione dell’ineccepibile e solidissimo profilo professionale del ricorrente”. E’ dura la replica del pm Nino Di Matteo contro il Csm dopo la clamorosa bocciatura arrivata nell’ambito del concorso per la nomina alla Procura nazionale antimafia. Il magistrato, tramite i suoi legali Mario Serio e Giuseppe Naccarato, ha presentato ricorso al Tar del Lazio dopo che lo scorso aprile il Consiglio Superiore della Magistratura, con sedici voti contro cinque, aveva nominato i sostituti Eugenia Pontassuglia, pm del caso escort-Tarantini-Berlusconi, a Bari, il sostituto procuratore generale di Catanzaro Salvatore Dolce e il pm napoletano Marco Del Gaudio, che si è occupato del caso Finmeccanica, bocciando la proposta del togato Aldo Morgigni (Autonomia e Indipendenza). Quest’ultimo aveva fatto notare come non fosse stato preso in considerazione il curriculum di Di Matteo (attualmente pubblica accusa, insieme ai pm Del Bene, Teresi e Tartaglia, al processo trattativa Stato-mafia) con vent’anni di lavoro alle spalle sulle inchieste più scottanti di mafia, politica, stragi. Ed è proprio su questi aspetti che si basa il ricorso, sviluppato in poco più di trenta pagine, presentato da Di Matteo in cui si richiede la sospensione della delibera che ha promosso gli altri sostituti.
In particolare il Csm viene accusato di aver violato l’articolo 97 della Costituzione sul buon andamento della Pubblica amministrazione e di aver commesso “abuso di potere”, violando una circolare interna. I legali di Di Matteo espongono poi i motivi che hanno portato al ricorso: "La principale ragione che ha indotto il ricorrente a insorgere è di natura congiunta, morale e professionale. Per via della umiliante pretermissione del valore degli anni di sacrifici, rischi, impegno in cui si è articolata la carriera del ricorrente al servizio della giustizia” ma anche della “sistematica, algebricamente calcolata e calibrata sottovalutazione dell’ineccepibile e solidissimo profilo professionale del ricorrente”.

Nel documento si fa riferimento anche alla proposta di trasferimento in qualsiasi parte d’Italia, per ragioni di sicurezza, giunto soltanto pochi giorni prima del pronunciamento e molti giorni dopo la “condanna a morte” espressa dal carcere da Totò Riina e dalle rivelazioni del pentito Vito Galatolo, che ha svelato i dettagli del piano di attentato. “Appare addirittura beffardo – scrivono i legali – che, dopo lunghi mesi di notorietà delle spietate minacce rivolte dalla mafia, il Csm se ne sia ricordato promuovendo un procedimento ufficioso di trasferimento extra ordinem, esattamente alla vigilia della deliberazione sul concorso, con ciò rivelando platealmente il suo orientamento negativo all'accoglimento della domanda. Si tratta di una, non lusinghiera per chi l’ha effettuata, inammissibile proposta compensativa, la cui incompatibilità con il principio scolpito dall’art. 97 della Costituzione appare in egual misura clamorosa e insostenibile!”.
Nel ricorso, poi, vengono affrontati anche i criteri di giudizio usati. A Di Matteo, arrivato undicesimo nella graduatoria, non è stato attribuito il punteggio secondo i parametri della circolare, ed è stato così disatteso l’essenziale parere del Consiglio giudiziario di Palermo, il Csm locale, del 18 ottobre 2012. Aggiungono i due legali che “non è incoraggiante per la magistratura italiana apprendere che queste doti, spinte fino all'annullamento della possibilità di vivere una vita senza il costante terrore di vedersela violentemente tolta, valga per il suo organo di governo autonomo soltanto i due terzi del punteggio massimo per il posto di sostituto procuratore antimafia (nella valutazione da 0 a 6, Di Matteo si è fermato a 4, ndr)”. Un dato sconcertante se si considera che “neppure la relazione del Consiglio giudiziario è servita a convincere l’arcigna maggioranza consiliare a prendere in considerazione l’elemento premiale in questione”. Senza considerare che “a fronte del principio pacifico secondo cui il Csm non può discostarsi dal parere del Consiglio giudiziario se non con motivazione adeguata”.
Poi ci sono quelle valutazioni incomprensibili “al limite della mortificazione umana e professionale” come la “mancata attribuzione dell’incremento di un punto dato che la circolare del Csm lo prevede ‘nei casi in cui risulti che il magistrato è stato impegnato per periodi di tempo prolungati e continuativi in compiti particolarmente complessi ed impegnativi’”. Non è contestata solo l’ignorata anzianità del pm rispetto ai colleghi, ma viene evidenziata anche l’assurda valutazione per cui ai “controinteressati si riconosce una loro profonda conoscenza della criminalità organizzata, di cui sorprendentemente non si fa cenno per il dott. Di Matteo”.
Rileggendo tutti gli atti ed i documenti presentati, secondo i legali “appare evidente che il Csm sia incorso in una vera e propria omissione di elementi significativi” che di fatto rendono la delibera del Csm “illegittima”. Il Tar del Lazio ora dovrà decidere nel merito degli atti ma sullo sfondo resta lo sdegno per un Csm che si “traveste da Pilato” come quando, mettendo le mani avanti, ha fatto sapere di nuovi concorsi dove Di Matteo potrà partecipare e dove il primo posto gli sarebbe garantito.
Un organo di autogoverno ricolmo di incoerenze e di “complici” contraddizioni che costringono un magistrato a difendersi per far valere un diritto che dovrebbe essere già riconosciuto.

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