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Processo Depistaggio via d'Amelio

Depistaggio via d'Amelio, la tutela ''complicata'' di Scarantino a San Bartolomeo a Mare

di Aaron Pettinari
Sentiti i funzionari Peppicelli, Cultraro e gli agenti del servizio di sorveglianza

Il servizio di vigilanza di Scarantino nel periodo in cui si trovava in località protetta in provincia di Imperia, a San Bartolomeo a Mare; la gestione del picciotto della Guadagna durante la sua collaborazione con la giustizia; la colluttazione tra Vincenzo Scarantino ed il funzionario Mario Bo (imputato, con l'accusa di calunnia aggravata dal fatto di avere favorito Cosa nostra, assieme agli agenti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via d'Amelio). Sono questi alcuni degli argomenti che sono stati sviluppati ieri nel dibattimento che si sta celebrando innanzi al Tribunale di Caltanissetta. Un'udienza di otto ore dove protagonisti sono stati in particolare funzionari ed agenti di polizia che al tempo furono impegnati nel servizio di sorveglianza. Secondo quanto riferito dagli agenti di polizia Maurizio Toso, Carmelo Garofalo, Giulio Cardona e Giuseppe De Stefano Scarantino venne trattato come un "normale collaboratore di giustizia". Tutti hanno specificato di non aver avuto rapporti diretti con il falso pentito e che le loro responsabilità riguardavano in particolare la sorveglianza esterna dell'abitazione dove lo stesso era allocato assieme alla sua famiglia e dovevano "impedire che lo stesso potesse uscire di casa" o che nei suoi confronti "si potessero compiere attentati". "C'erano altre persone che si occupavano di scortarlo" ha ricordato l'ispettore Garofalo. In particolare è stato l'allora agente scelto Giulio Cardona a riferire che "erano presenti due persone che mi fu detto erano della Criminalpol di Palermo. Ricordo che al primo giorno di scuola accompagnarono anche il figlio più grande di Scarantino. Loro erano sempre in Borghese e venivano sempre con la stessa macchina".
Il teste ha anche ricordato di aver sentito, una mattina, "un vociare di persone all'interno della casa. Ad un certo punto la moglie, l'unica donna presente, diceva qualcosa come 'no, smettetela non fate questo davanti i bambini'". L'episodio sarebbe quello di cui in passato hanno parlato anche altri testimoni (a cominciare dallo stesso Scarantino e dalla moglie Rosalia Basil) della colluttazione tra il falso pentito ed il funzionario Mario Bo. "Durò tutto pochi secondi. Sentii le urla, c'era stata una sorta di colluttazione ma non so dire se qualcuno aveva solo gettato in terra qualcosa. Sicuramente la donna disse quelle parole. Poi vidi uscire tre-quattro persone ma erano tutti tranquilli. Non ebbi particolari percezioni. Le motivazioni del trambusto? Mi dissero che Scarantino non voleva andarsene via".
Quando fu sentito dalla Dia, nel 2015, aveva descritto il fatto collegandolo alla prima ritrattazione di Scarantino e anche di aver saputo che tra i soggetti presenti in quel giorno vi era anche un magistrato siciliano. Ieri, però, il teste è stato meno convinto parlando di "chiacchiericcio raccolto" e "di non ricordare di averlo detto".

La testimonianza della Peppicelli
Sul periodo in cui Scarantino è stato presente in Liguria è stata sentita anche l'ex vicecapo della Mobile di Imperia, Francesca Peppicelli, che si occupò in prima persona di trovare l'alloggio per la famiglia di Scarantino. Già sentita al processo Borsellino quater ha ricordato che "Vincenzo Scarantino spesso era nervoso, insofferente. Viveva con le serrande chiuse perché era molto geloso della moglie”. Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Gabriele Paci la Peppicelli ha ricordato che il personale della sicurezza addetto alla protezione di Scarantino, aveva avuto difficoltà ad esercitare il servizio di vigilanza sul collaboratore di giustizia perché chiedeva agli agenti che stessero lontani dalle finestre proprio per la gelosia nei confronti della moglie. A proposito del personale che svolgeva la vigilanza, la teste ha affermato di non ricordare se ci fossero disposizioni scritte, anche se vi è un documento non firmato dal Questore, che la stessa ha già visionato durante l'interrogatorio della Dia, in cui venivano impartite in maniera particolareggiata le modalità del servizio ("Ora non ricordo di aver letto all'epoca questo documento ma oggi so che esiste"). Inoltre il funzionario di polizia ha ribadito di non aver mai saputo nulla della violenta lite tra Scarantino e il funzionario di Polizia Mario Bo (sul punto vi fu anche un confronto con lo stesso picciotto della Guadagna). Proseguendo nella sua testimonianza la donna ha confermato che all'epoca non vi erano solo gli uomini della Squadra mobile ad occuparsi di Scarantino. “Ricordo che la gestione di tutto l’evento doveva essere fatta con molta cautela, questo sì. Era un momento in cui si facevano indagini importanti. Quello che ricordo perfettamente è che la gestione della persona doveva essere oculata per evitare qualsiasi cosa che potesse portare a una reticenza nelle dichiarazioni. C’erano due persone, un uomo e una donna che portavano la spesa. Quando chiesi informazioni mi fu detto che si trattava di colleghi del servizio di protezione, anche se non appartenevano alla questura di Imperia”. In una occasione la Peppicelli sarebbe anche entrata nell'abitazione del falso pentito, così ha confermato che all'interno vi erano "un tavolinetto dove stava anche il telefono. Ed ho questa immagine di alcuni fogli di carta. Però non ho contezza di cosa fossero".


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Mario Bo


Le incertezze di Coltraro
Particolarmente complessa la deposizione del dirigente della Squadra Mobile di Imperia dal '91 al '95, Salvatore Coltraro. Rispetto a quanto riferito al Borsellino quater il 26 aprile 2016 il funzionario ha manifestato non poche incertezze su alcuni fatti.
Il teste ha dichiarato che ad occuparsi del servizio di sorveglianza era il personale della Questura di Imperia con alcune persone del reparto della mobile di Genova.
Non vi sarebbero stati, dunque, persone appartenenti al gruppo Falcone-Borsellino ("Saltuariamente venivano a far visita a Scarantino senza avvisare nessuno della Questura. Io so che il Nucleo aveva carta bianca e non doveva sottostare a fogli di viaggio o simili. Le norme venivano superate con disposizioni larghe").
A gestire tutti gli aspetti che riguardavano Scarantino, a suo dire, sarebbe stata la dottoressa Peppicelli anche per quel che riguardava gli spostamenti nella sede degli interrogatori (la funzionaria, diversamente, ha detto che non aveva lei questo compito).
Riguardo alla relazione redatta da Maurizio Toso in cui si fa riferimento alla presenza degli uomini del Gruppo Falcone Borsellino e alle loro lamentele sul servizio non sufficientemente predisposto il teste ha riferito: "Evidentemente si sono trovati direttamente a Roma. Eravamo noi a portarlo sui posti. Con quelli del gruppo si interloquiva solo quando ci dicevano di portare il pentito a Genova per gli interrogatori. Ed io interloquivo di più con il dottor Ricciardi, che conoscevo da tempo".
Durante l'esame ed il controesame della difesa, però, la testimonianza sul ruolo del Gruppo Falcone e Borsellino a San Bartolomeo a Mare (in particolare dopo la lettura dell'ordinanza del Questore che ne stabiliva i ruoli) è cambiata più volte. Alla fine, su ultima richiesta di chiarimento del pm Paci, il teste ha definito che "il nostro personale di Polizia faceva vigilanza, la squadra mobile provvedeva ai bisogni primari e secondari di Scarantino. Loro provvedevano insieme a noi ad assicurare la vigilanza e dovevano tenere i contatti diretti con il pentito e la moglie, se c'erano novità".

Gli interrogatori con i pm e la colluttazione con Bo
In due occasioni accompagnò in prima persona il falso pentito. "In quelle occasioni - ha detto Coltraro - Scarantino entrava in stanza e poi c'erano delle pause. Io pensavo che queste erano dovute al fatto che Scarantino non era sufficientemente convincente e gli facevano ripetere le cose per vedere se cadeva in contraddizione. Se veniva avvicinato da qualcuno? Non ho mai visto. Lui stava dentro la stanza, non l'ho mai visto in corridoio. I magistrati invece uscivano e parlavano tra loro". Al Borsellino quater aveva dichiarato qualcosa di diverso: "Ricordo che lo interrogavano tre quarti d'ora, poi Scarantino usciva in corridoio per una ventina di minuti, stava con noi, poi lo richiamavano di nuovo. Ho desunto che gli facessero ripetere le cose tre o quattro volte prima di fare il verbale, per capire se diceva la verità o si contraddiceva". In quei casi, spiega, "usciva anche qualche funzionario, mentre i magistrati restavano dentro. Ma non li vidi mai parlare con Scarantino".
Proseguendo l'esame Coltraro ha anche ricordato che il primo interrogatorio sarebbe avvenuto nel primo periodo in cui Scarantino fu affidato alla vigilanza, quindi ottobre 1994, "e vi erano diversi magistrati, compresa una giovane donna con i capelli rossi".
Il secondo episodio sarebbe avvenuto molto più avanti. "Dovevamo accompagnare Scarantino a Genova per un interrogatorio. A un certo punto disse che voleva tornare indietro perché un nostro collega non ci stava seguendo ed era rimasto a casa con la moglie. Appena aprimmo la porta - ha raccontato il teste - Scarantino si lanciò contro il poliziotto che gli diede uno schiaffo e disse ai due colleghi di mettergli le manette. Vedendo il padre con le manette, moglie e figli cominciarono a piangere. Era il dottore Bo. Era la prima volta che lo vedevo, era un funzionario giovane. A questo collega dissi come si era permesso di dare uno schiaffo a Scarantino. Lui mi rispose che stava parlando con la moglie e non stava facendo nulla di male. Io gli dissi 'ma ti rendi conto che stavi mandando a monte l'interrogatorio a Genova?'. Scarantino poi salì in macchina ma non era più ammanettato". In quello scontro, a detta del funzionario e diversamente da quanto hanno sostenuto sia Scarantino che l'ex moglie Rosalia Basile, nessuno avrebbe estratto armi.
Giunti alla Questura di Genova di quella colluttazione Coltraro avrebbe parlato anche ad un funzionario del gruppo Falcone e Borsellino ("Ricordo di averlo fatto e desumo fosse Ricciardi perché era l'unico che conoscevo. Pensavo che loro informassero i magistrati") ma non ritenne di dover fare una relazione di servizio. "No per non pregiudicare le dichiarazioni di Scarantino e non lasciare niente per iscritto - si è giustificato il teste - Per non pregiudicare le dichiarazioni. Io cercai di rabbonirlo perché lui voleva denunciare il funzionario che parlava. E gli spiegai che stava solo parlando con la moglie senza fare cose compromettenti. Lui era uno molto geloso. E poi fu qualcosa che durò pochissimo. Quando andammo da Scarantino la situazione era calmissima".
Ma quel "quieto vivere" del dirigente della Squadra mobile di Imperia si era già manifestata qualche giorno prima quell'episodio quando un altro poliziotto, Francesco Milazzo, il 25 luglio 1995 (il giorno prima la colluttazione e l'interrogatorio a Genova) dove si scrive che il picciotto della Guadagna chiedeva un incontro con un funzionario della Questura per "comunicazioni urgenti" dopo una "decisione presa". Le date coincidono con il periodo della ritrattazione televisiva di Scarantino su Italia uno ma il teste oggi ha detto di non aver visto quel servizio. "Ricordo che c'erano articoli di giornali con i familiari e la moglie che dicevano che era un pazzo, che si era inventato tutto. Ritenevo che lo facevano per evitare vendette della mafia. Quella relazione? Non ebbe seguito. Io non ero competente e dissi a Milazzo ch se voleva fare qualche dichiarazione doveva farla al nucleo investigativo". "Possibile che non ritenne di trasmettere quella relazione a chi di competenza?" ha chiesto il pm Paci. E Coltraro ha risposto: "Non sono sicuro di averla veicolata non mi ricordo, può darsi. Può darsi che il Nucleo si sia mosso autonomamente, tramite le notizie dei giornali, che parlavano dell'intenzione di Scarantino di ritrattare e quindi volevano sentire Scarantino il giorno dopo".
Il processo è stato rinviato al prossimo 19 aprile.

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