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Processo Depistaggio via d'Amelio

Depistaggio via d'Amelio, Rosalia Basile: ''Scarantino torturato per mentire''

Ieri è stata sentita anche Francesca Castellese, la madre del piccolo Di Matteo
di Aaron Pettinari

"Mio marito mi parlava di maltrattamenti fisici di ogni tipo che subiva dai poliziotti, dagli agenti di polizia penitenziaria. Gli facevano intimidazioni psicologiche dicendogli che io lo tradivo. Ma gli mettevano anche vermi nelle zuppe, lo minacciavano di inoculargli il virus dell'Aids. Per costringerlo a parlare e a mentire lo picchiavano, approfittavano della sua debolezza. Mi diceva proprio: 'Mi stanno massacrando'. Ero certa che lo avrebbero ucciso". A parlare è Rosalia Basile, l'ex moglie del falso pentito Vincenzo Scarantino sentita ieri a Caltanissetta nel processo a carico dei funzionari di polizia Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, membri del gruppo Falcone-Borsellino che era guidato dall'ex capo della mobile Arnaldo La Barbera, accusati di calunnia aggravata dall’aver agevolato Cosa Nostra. Un racconto in cui la donna ha ripercorso tutte le fasi vissute durante quegli anni drammatici.
Così come aveva già fatto al processo Borsellino quater, che ha di fatto certificato il depistaggio sulla strage di via d'Amelio, la Basile ha accusato proprio La Barbera (oggi deceduto) descrivendolo come la mente che portò l'ex marito ad autoaccusarsi: "Dopo la detenzione a Pianosa - ha raccontato la donna - improvvisamente ammise il furto della 126 usata come autobomba per la strage. Mi disse ‘devo farlo anche se sono innocente altrimenti mi ammazzano'”. La teste ha poi proseguito: “Lui iniziava a dirmi questi discorsi delle cose che gli accadevano in carcere. Io non sapendo cosa fare scrissi al Presidente della Repubblica di allora. Andai ingenuamente a Roma per parlare con il Papa. Sono stata a Cinecittà aspettando Funari perché volevo parlare con lui anche. Poi cercai di contattare la signora Borsellino per dirle che mio marito a Pianosa veniva picchiato per farlo pentire e che era innocente. Ricordo che citofonai a casa Borsellino scese un uomo che mi disse che la signora non se la sentiva di parlarmi visto il lutto sofferto".
L'ex moglie di Scarantino ha dunque parlato delle botte, delle minacce, delle aggressioni subite ma anche delle promesse di soldi ricevute dal marito affinché mentisse sull'attentato e desse la versione di comodo che loro avevano imbastito. In particolare la teste ha riferito che Scarantino venne imboccato dai poliziotti guidati da Arnaldo La Barbera anche con l'utilizzo di verbali con accuse false fatte imparare a memoria all'ex marito. "A casa ho visto dei verbali - ha dichiarato la Basile - ma era più che altro un copione tutto montato. C'erano dei poliziotti che facevano scuola. Ricordo che c'erano tre appartenenti. C'era questo Fabrizio, con la barba e l'accento romanesco. Poi c'era un Michele che ora non mi ricordo bene (il riferimento è ai poliziotti imputati nel processo, Mattei e Ribaudo). Io in un'occasione mi ricordo che stavano lì con lui a farlo studiare. Ricordo questo raccoglitore dove c'erano dei fogli, penso processuali e gli consigliarono anche, in caso non si ricordava o era agitato, di prendere degli integratori per ricordare meglio. Scarantino mi disse che loro sapevano che lui non sapeva niente e che lo stavano preparando. Perché? Doveva andare a testimoniare da lì a qualche tempo".
L'ex moglie di Scarantino ha anche parlato di Bo, l'altro funzionario sotto processo, indicandolo come autore di una aggressione subita dal marito, mentre si trovavano in località protetta a San Bartolomeo a Mare (in Liguria, ndr), dopo la sua prima ritrattazione, in un'intervista tv a Studio Aperto. "Lui arrivò la mattina per rassicurare il mio ex che era agitato e gli disse che avrebbe incontrato il magistrato Petralia. Il giorno prima un altro poliziotto gli aveva detto che era stato smentito su Scotto che si trovava Bologna anziché a Palermo - ha raccontato la donna ricosturendo quel drammatico pomeriggio - Mio marito aveva già chiamato prima la madre e poi il giornalista a cui aveva detto di La Barbera che lo aveva indotto a mentire. Voleva tornare in carcere. Poi quando disse queste cose a Bo, perché era innocente e non c'entrava con la strage, lo stesso a Bo cambiò espressione e gli disse: 'alzati ti faccio vedere se non ti porto in un carcre peggio di Pianosa'. E lo portò fuori in macchina. Bo tornò in casa per chiedermi cosa fosse accaduto. Fu una questione di secondi. Scarantino trovò il modo di tornare in casa e c'era Bo che parlava con me chiedendomi come mai avesse chiamato i giornalisti. Nanche il tempo di rispondere che il mio ex si arrabbiò con lui. Così poi i poliziotti il dottor Bo e Di Ganci, che lo teneva fermo, lo menarono. Volarono calci e pugni, davanti ai bambini". Rispetto al Borsellino quater Rosalia Basile ha aggiunto un ulteriore dettaglio: "Io oggi ricordo che anche Bo veniva a parlare con mio marito nel periodo dello studio. Parlava anche con i poliziotti e poi se ne andava. Quando venni sentita al Borsellino quater non ero tranquilla, avevo problemi in famiglia, ero più chiusa e anche per proteggermi rispetto certe cose avevo rimosso tutto. Pensando queste cose io mi facevo del male".
Nel corso dell'esame la Basile ha anche raccontato di aver trovato “dei foglietti (poi consegnati alla corte, ndr), tratti da una parte di rubrica, del mio ex marito con i numeri dei cellulari e dell’ufficio dei pm, all’epoca in servizio a Caltanissetta, Nino Di Matteo, Anna Palma, Carmelo Petralia e Gianni Tinebra. Chi li aveva forniti? Da quel che mi risulta gli stessi magistrati. A volte si chiudeva in stanza per parlare con loro al telefono. Mio marito era sempre agitato e stava a parlare con i magistrati, li chiamava quando era così agitato perché magari pensava che qualcuno si faceva pentito e lo smentiva. Parlava con loro e poi si calmava”. Rispondendo alle domande dell'avvocato Crescimanno ha poi spiegato che questi biglietti erano all'interno di un portafoglio: "Io ho staccato quelli che mi interessavano perché l'agendina era vecchia. Io l'ho sempre avuta, già nel 2016, ma non pensavo potessero essere utili. La grafia è la mia. Nel periodo in cui convivevamo avevo ricopiato i numeri da un altro appunto dove erano scritti dal mio ex in maniera incomprensibile". Sentita al processo Borsellino quater, nel febbraio 2016, aveva già riferito che all'interno della loro abitazione vi era un telefono fisso con cui parlava con i magistrati ed in particolare aveva fatto riferimento ai pm Palma e Petralia.
Non il magistrato Di Matteo che comunque ieri ha specificato, rispondendo ad un'agenzia, che "non c’è nessuna novità come si evince rileggendo le pagine 39 e 40 della trascrizione della mia deposizione in udienza nel Borsellino quater spontaneamente, io per primo, all’udienza del processo Borsellino quater, smentendo Scarantino, che aveva detto che non mi aveva mai telefonato, ho raccontato che qualcuno gli aveva dato a mia insaputa il mio numero di cellulare perché una volta mi aveva telefonato e un’altra mi aveva lasciato otto messaggi in segreteria telefonica".
La teste ha anche sostenuto che su input dell'ex pm Anna Palma, il marito era stato convinto a rivolgersi al tribunale dei minori per farle togliere i bambini se avesse deciso di lasciarlo.

La testimonianza della Castellese
Nel corso dell'udienza, ad essere sentita è stata anche Franca Castellese, moglie del pentito Mario Santo Di Matteo e madre del piccolo Giuseppe Di Matteo (il bimbo rapito, strangolato dopo 779 giorni di prigionia e sciolto nell'acido). Una deposizione non semplice, a tratti drammatica dove la donna, in lacrime, ha manifestato tutta la propria difficoltà a ricordare, affranta dal dolore. Più volte il pm ha chiesto di rinviare la testimonianza. La teste però ha preferito continuare dicendo al presidente del tribunale "fatemi ora le domande, ma non fatemi tornare più".
L'audizione della donna si è resa necessaria per chiarire il contenuto di un'intercettazione del 14 dicembre del 1993 in cui questi si trovava a colloquio con il marito, Mario Santo Di Matteo, presso i locali della Dia, a poche settimane dalla scomparsa del figlio. Un dialogo concitato e dai toni accesi in cui la madre appare disperata, con il padre che è convinto che per suo figlio non c'è più nulla da fare, dove lei stessa invita il marito a non parlare più. Il primo di dicembre di quell'anno, del resto, la famiglia Di Matteo aveva ricevuto delle pesanti minacce. "Dopo il rapimento di Giuseppe abbiamo cominciato a ricevere messaggi minatori - ha raccontato la Castellese - Mi dicevano di non fare parlare mio marito. Scrivevano 'attappaci la bocca'. Li mettevano sotto la porta della casa di mio suocero, ad Altofonte". Secondo i pm di queste minacce la donna avrebbe parlato con il marito anche in quel dialogo intercettato.

CASTELLESE: tu a tò figliu accussì l’ha fari nesciri, si fa questo discorso
DI MATTEO: ma che discorso? Ma che fa
CASTELLESE: parlare della mafia
DI MATTEO: Ah, nun ha caputu un cazzu
CASTELLESE: come non ha caputu un cazzu?
Parlano sottovoce
CASTELLESE: Oh, senti a mia, qualcuno è infiltrato (?) per conto della mafia
DI MATTEO: (?)
CASTELLESE: Aspè, fammi parlare (incomprensibile) Tu questo stai facendo, pirchì tu ha pinsari alla strage di BORSELLINO, a BORSELLINO c’è stato qualcuno infiltrato che ha preso (?)
DI MATTEO: (?)
CASTELLESE: Io chistu ti dicu ... forse non hai capito
DI MATTEO: tu fa finta, ora parramo cu’...
CASTELLESE: Io haia a fare finta, io quannu cu’ papà ci dissi ca dà vota vinni ni tì capito, parlare cu to figlio
Parlano sottovoce e velocemente: incomprensibile
DI MATTEO: No tu dici se u’ sannu, lu sta dicinnu tu
CASTELLESE: capire se c’è qualcuno della Polizia infiltrato pure nella mafia e ti ...
DI MATTEO: Cu?
CASTELLESE: mi dievi aiutare da tutti I punti di vista, picchì iu mi scantu, mi scantu
DI MATTEO: intanto pensa a to (figliu)
(...)
CASTELLESE: cioè io pensu au picciriddu, caputu? Tu m’ha capiri! Però, Sa, u discursu è chuistu, nuatri hamma a fari (?)
Incomprensibile, parlano a bassa voce
DI MATTEO: Iddu mi dissi, dice, tò muglieri (?) suo marito ava a ritrattari (Inc.) Iddu, BAGARELLA e Totò (?) sanno pure che c’hanno...

Un passaggio che è stato letto in aula dal pm Stefano Luciani. La madre del piccolo Di Matteo ha detto più volte di non ricordare le parole che disse allora al suo ex marito. Ma Luciani le ha chiesto uno sforzo: "Comprendo il suo dolore ma finché non ci sono spiegazioni alle sue dichiarazioni siamo costretti a chiederle perché lei ha risposto così anche nel 1997, poi nel 2015, nel 2016 ed ora oggi. Lei di punto in bianco se ne esce su un tema su cui Di Matteo non aveva mai rilasciato dichiarazioni e su cui non parlerà mai neanche in futuro. Fa riferimento a Borsellino. Anche se lei ci ha detto che da suo marito non aveva mai saputo nulla di fatti inerenti a Cosa nostra. Ma queste cose le ha dette lei. Lo chiedo nel massimo rispetto del suo dolore ma le ricordo che anche la strage Borsellino ha causato dolore". Ma sul punto resta il "vuoto di memoria" con un silenzio non giustificabile.

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