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Processo Depistaggio via d'Amelio

Depistaggio via d'Amelio, Andriotta torna ad accusare i poliziotti

aula tribunale tavolo corte c imagoeconomicadi Aaron Pettinari
"Arnaldo La Barbera, Bo, Ricciardi e Salvatore La Barbera mi dicevano quello che dovevo dire su Scarantino"

Dalle botte subite alle indicazioni sulle dichiarazioni da fare per "incastrare" Vincenzo Scarantino prima degli interrogatori, passando per le promesse di aiuto nei suoi confronti. Sono questi gli argomenti su cui ha riferito il "falso pentito" Francesco Andriotta, condannato per calunnia al processo Borsellino quater, ieri ascoltato al processo sul depistaggio della strage di via d'Amelio che vede imputati i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Gli ex appartenenti del gruppo Falcone-Borsellino, che indagò sull'attentato, devono rispondere all'accusa di calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra.
Andriotta, rispondendo alle domande del sostituto procuratore Stefano Luciani è tornato ad accusare l’ex capo della mobile poi questore di Palermo, Arnaldo La Barbera, morto per un male incurabile nel 2002, Vincenzo Ricciardi, già questore di Novara, oggi è in pensione, Mario Bo, oggi imputato nel processo, e Salvatore La Barbera. Sarebbero stati loro ad averlo preparato a mentire su Scarantino e sul furto della 126. "Non era Scarantino a dirmi i fatti ma sono stati questi poliziotti che mi hanno fatto accusare persone innocenti facendomi credere che erano colpevoli - ha detto in aula - Questo non voglio più farlo. Mi dispiace e chiedo perdono!".
Tutto ebbe inizio nel 1993 nel carcere di Busto Arsizio: "Incontrai Arnaldo La Barbera e Ricciardi, che mi diede anche uno scappellotto perché in un primo momento io non volevo accettare quella cosa e mi disse di 'ascoltare il dottor La Barbera, che è una persona che può aiutare'. La Barbera mi disse che se davo una mano mi avrebbe aiutato a risolvere la problematica della mia condanna all'ergastolo; che c'erano persone colpevoli anche se non avevano prove per inchiodarli. Mi disse che mi avrebbe fatto ottenere la detenzione domiciliare, il programma di protezione. Io ero in difficoltà in quel periodo".
Per convincerlo a collaborare, secondo quanto riferito dal teste, non sarebbero mancati neanche gli episodi di violenza: "Vi fu una perquisizione notturna nella mia cella ed anche in quella di Scarantino. Una guardia specificatamente, che parlava siciliano, mi ha picchiato mi ha messo il cappio al collo. Io sentivo anche Scarantino gridare, come se avessero alzato le mani anche a lui". Durante la deposizione in più occasioni il pm Luciani ha evidenziato le criticità delle dichiarazioni dello stesso Andriotta. "Questa cosa lei nel 2009 non l'ha detta. Lei non ha menzionato Scarantino che è oggetto di vessazioni e maltrattamenti. Come mai?" ha chiesto al teste. "Oggi ho rivisto quella scena dottore e ricordo le urla di Scarantino. Del resto poi parlai con lui. Lui mi diceva che era innocente e che gli volevano far dire cose".
Andriotta avrebbe dovuto anche pressare il "picciotto della Guadagna" e per metterlo in soggezione gli parlò anche di Antonino Gioè, morto "suicida" in carcere. "La Barbera mi disse che non si era impiccato ma che lo avevano impiccato. Io questo Gioè anche lo conoscevo - ha detto ieri il teste - Serviva per mettere paura a Scarantino e mi dissero quello che dovevo fare". E se nel confronto con Scarantino, nel 2010, aveva riferito che di Gioè parlarono solo dopo aver appreso la notizia dal settimanale Panorama oggi Andriotta ha dichiarato: "Il fatto del settimanale mi hanno detto loro di dirlo dopo, perché lo dice Scarantino, ma non è così. Noi non avevamo settimanali".
Ugualmente, per la prima volta, il teste ha oggi riferito di aver ricevuto, prima degli interrogatori con i pm, dei fogli dattiloscritti a macchina ma anche scritti a mano, con le indicazioni delle dichiarazioni da dire. "Li dovevo studiare a memoria - ha detto il teste - per poi raccontare ai magistrati della Dda che ai tempi erano la dottoressa Ilda Boccassini e il dottor Fausto Cardella. Già a Busto Arsizio ma anche nell'aula bunker di Rebibbia prima del processo mi diedero carte". Nel corso della deposizione diverse sono state le contestazioni da parte del pm Luciani. "Né negli interrogatori né nelle dichiarazioni del Borsellino quater trovo traccia della consegna delle carte al processo Borsellino Uno" ha sottolineato il magistrato. "Dottore mi sarà sfuggita. Pian piano ricordo cose" ha risposto il teste che in alcuni momenti ha anche perso il controllo gridando: "Il cappio al collo l'ho ricevuto io. Le mazzate le ho prese io. Ho preso una bastonata perché ho accusato persone ingiuste da accusare. Capite il mio stato d'animo ogni volta che ripercorro la cosa della strage di via d'Amelio. Perché ve la prendete con me stamattina. Mettere qualcuno come i dottori Mario Bo, Arnaldo La Barbera, La Barbera Salvatore, o dottor Ricciardi".
Andriotta ha riferito che prima degli interrogatori parlava con gli investigatori. "Io non sapevo nulla di Profeta, me lo indica La Barbera. Siamo vicino all'onomastico e pochi giorni dopo c'era l'arresto di Profeta anche. Perché non chiesi spiegazioni dopo che all'inizio ero stato generico sul furto della 126 e che era stato commissionato da un parente a Scarantino? Io non mi ricordo se chiesi o meno. Ma l'interrogatorio l'ho avuto e c'era la Boccassini. Il blitz su Profeta scatta dopo e io venni trasferito al carcere di Alessandria". Andriotta ha anche accusato l'ispettore Mario Bo di aver suggerito in più occasioni, durante le pause degli interrogatori, le risposte che doveva dare ai magistrati. Il falso pentito, infatti, dopo l'inizio della collaborazione con la giustizia di Scarantino, di volta in volta aveva aggiunto nuovi dettagli alle sue dichiarazioni. "C'era questa cosa - ha detto - questi aggiustamenti. Io non potevo sapere cosa diceva Scarantino. Le cose che dovevo dire me le dicono di volta in volta di presenza o con i fogli". Rispetto ad alcuni documenti Andriotta ha ribadito di averli distrutti tra il 2005 d il 2006 quando era nel carcere di Alessandria: "C'era il nervosismo perché in quel periodo ero stato accusato e avevo paura che queste carte uscissero fuori e io presi e distrussi tutto". Il controesame di Andriotta è stato rinviato ad una prossima udienza mentre il processo proseguirà il 4 febbraio quando è previsto il primo giorno di trasferta a Roma per sentire i collaboratori di giustizia.

Foto © Imagoeconomica

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