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Processo Borsellino quater

Il falso pentito: "Arnaldo La Barbera mi convinse a mentire"

la-barbera-aula-toga-effdi Francesca Mondin - 13 maggio 2015
“In cella mi diedero degli appunti da studiare per il primo interrogatorio”
“Arnaldo La Barbera mi promise che mi avrebbero tolto l'ergastolo... se avessi dichiarato quello che mi diceva di dire sulla strage di via D'Amelio”. Il depistaggio della strage che tolse la vita al giudice Borsellino ed ai suoi cinque agenti di scorta entra a piè pari nel processo Borsellino quater, tenutosi oggi davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta. Nell’udienza odierna il falso pentito, Francesco Andriotta, ora tra gli imputati per calunnia (assieme a Vincenzo Scarantino e Calogero Pulci, mentre imputati per strage sono i boss di Brancaccio Salvo Madonia e Vittorio Tutino, ndr), ha raccontato come alcuni funzionari delle forze dell’ordine lo avrebbero preparato a mentire su Scarantino e il furto della 126. A questi ha anche dato un nome ed un cognome ovvero l’ex capo della mobile poi questore di Palermo, Arnaldo La Barbera, morto per un male incurabile nel 2002, Vincenzo Ricciardi, già questore di Novara, oggi è in pensione, Mario Bo, dirigente della Divisione anticrimine della Questura di Gorizia, e Salvatore La Barbera, dirigente della Criminalpol a Roma. Quest’ultimi tre sono indagati per calunnia aggravata dalla procura nissena nell’ambito delle inchieste sulle stragi palermitane del ’92. In cambio, oltre alla garanzia dell’ingresso nel programma di protezione con trasferimento negli Stati Uniti, sarebbe stato condannato ad una pena tra i 17 ed i 18 anni anziché l’ergastolo.
“Chiedo perdono e scusa per aver detto falsità - si è sfogato rivolgendosi alla Corte - ma sono orgoglioso oggi di poter far ritornare questi padri di famiglia, condannati ingisutamente, a casa. Quello che non capisco è perché non vedo come imputati assieme a me i funzionari della polizia che mi hanno fatto fare delle schifezze agli occhi del mondo e dell'umanità”.

Il depistaggio
L’avvicinamento sarebbe avvenuto mentre era detenuto nello stesso carcere di Scarantino: “Nel ’93 incontrai lui (Arnaldo La Barbera, ndr) ed il dottor Ricciardi nell'ufficio del comandante della Polizia penitenziaria del carcere di Busto Arsizio. Io dissi che non sapevo nulla, ma lui disse 'vogliamo che confermi le certezze che abbiamo noi, che tu metta Scarantino con le spalle al muro in modo che confessi il furto della 126 usata per la strage".
In seguito al suo iniziale rifiuto, ha raccontato Andriotta, l'ex questore Arnaldo La Barbera e l’ex funzionario di polizia Vincenzo Ricciardi “dissero che erano sicuri al cento per cento che Scarantino fosse colpevole. Mi avrebbero dato loro i nomi da fare e poi aggiunsero 'torna in carcere e pensaci, ma non pensare troppo perché in carcere si può scivolare e restare a terra'.” Una delle tante minacce e pressioni che avrebbe subito da parte dei poliziotti indagati, affinché avvalorasse il ruolo di Scarantino nella strage.
“La mattina dopo buttarono me e Scarantino fuori all’aria aperta in mutande e mi misero un foulard intorno al collo come un cappio ed un agente di polizia carceraria palermitano e giovane disse ‘guarda che ti puoi ritrovare impiccato alla cella e nessuno penserà ad un omicidio perchè passerà come un suicidio perchè sei giovane e sei all'ergastolo’".
In riferimento poi al falso pentito della Guadagna, Andriotta, collegato in video conferenza, ha detto: “Lui diceva sempre di essere innocente, dalla mia cella si sentiva quando veniva pestato, si sentivano le urla” e dopo molti non ricordo ha aggiunto, rispondendo alle domande del pm Luciani: “Poi me l'ha confessato anche lui… La Barbera insieme ad altri lo picchiarono. Lui  mi diceva anche  che gli avevano fatto mangiare cibo con urina e che non lo curavano se stava male”.
Durante l’udienza l’imputato ha più volte sottolineato di non sapere nulla della strage di via D’Amelio e di aver raccontato solo le falsità che gli era stato detto di dichiarare. Alla fine infatti accettò la proposta dell’ex questore La Barbera e chiese di essere ascoltato dalla procura di Milano.
“Prima dell’interrogatorio con la Boccasini - ha spiegato Andriotta rispondendo ad alcune domande dei pm - mi sono arrivati in cella dei fogli da parte dell’ex capo della Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, appunti che dovevo studiare a memoria per ripetere.” Un particolare nuovo che il pm Luciani ha fatto notare non essere mai emerso prima.
“Su quelle carte - ha continuato - c’era scritto che Scarantino mi aveva confidato di essere l'autore del furto della 126, che l'auto non funzionava ed era stata trainata nella carrozzeria Orofino, dove era stata riempita di esplosivo. E che da lì Scarantino l'aveva guidata fino in via D'Amelio”.  
Parlando poi del primo interrogatorio reso dopo aver deciso di “collaborare” Andriotta ha raccontato di aver conosciuto per la prima volta Salvatore La Barbera: “mi portarono sotto ed entrò Salvatore La Barbera e mi disse ‘seguilo al dott. Arnaldo La Barbera se ti ha promesso qualcosa tu fai quello che devi è una promessa’ e poi mi portarono nell'ufficio e dove c’era Ilda Bocassini per l’interrogatorio”.
Altra novità emersa in aula sui documenti è che questi furono poi distrutti: “Nel 2006 tutte queste documentazioni le ho fatte a pezzetti e buttate al carcere di Alessandria, finché La Barbera era ancora vivo ero tranquillo mi aveva dato massima protezione. Nel 2006 tre collaboratori si mettono d'accordo contro di me e mi hanno chiuso fuori dai concorsi premio perciò ho avuto paura ed ho buttato tutto”.
Nel corso dell’udienza Andriotta ha parlato anche dei soldi che avrebbe ricevuto da Arnaldo La Barbera e Mario Bo: "Diedero a me ed alla mia ex moglie delle somme di denaro, in totale 10 o 12 milioni di lire e dissero che quei soldi provenivano dal servizio centrale di protezione".
Il processo è stato rinviato a domani per il controesame.

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