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L’imputato assolto in via definitiva ha il diritto di dire ciò che vuole. Ha il diritto a una nuova immagine, che tenga conto del fatto che le accuse contro di lui, alla luce di processi che si sono succeduti nel corso degli anni (tanti, troppi), e nel rispetto di regole e garanzie, si sono rivelate infondate. L’imputato insomma, non è più imputato. Preambolo di maniera, direte. Ma sino a un certo punto.
L’imputato in questione, che ripetiamo non è più tale, risponde infatti al nome di Mario Mori, generale dei carabinieri, già comandante del Ros, ex direttore Sisde, chiamato alla sbarra - e ripetutamente - per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina, in occasione della sua cattura, per aver assecondato la latitanza di Bernardo Provenzano, trattato con Cosa Nostra, nella stagione delle stragi, all’insaputa dei suoi superiori e dei competenti istituzionali in materia i quali, in quella eventualità, andavano informati.
Ne scriviamo perché una recente intervista di Mori sta facendo rumore.
La cornice è un evento letterario, che si è svolto in Umbria, ma quelle del generale Mori sembrano più dichiarazioni spontanee, uno sfogo risentito, che un’intervista canonica con domanda e risposta o un intervento letterario.


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L'avvocato Luigi Li Gotti


L’incipit suona ruvido: “Adesso attacco e comincio a divertirmi io. Mi sto curando, faccio ogni giorno 4-5 chilometri a piedi, cerco di non ingrassare perché li devo vedere morire tutti. Lo dico con trasporto, con odio. Vuole i nomi?”.
E a chi glieli chiede, Mori risponde secco: “no”.
C’è una legge, in Italia, che impedisce a un imputato, assolto in via definitiva, di rivolgere parole ferali e apocalittiche contro quelli che ritiene i suoi “nemici giurati”? Certo che no.
D’altra parte, Mori, che fu uomo delle istituzioni, conosce bene le regole del gioco, e non fa i nomi di coloro ai quali augura la morte. Insomma, il generale ha il sangue avvelenato. E lo si può capire.
Il resto delle sue dichiarazioni ricostruiscono quella versione dei fatti che è di Mori, e che la Cassazione ha fatto propria assolvendolo per non avere commesso il fatto. A tale proposito, osserviamo solo che ne capiremo di più quando la Cassazione riterrà opportuno depositare le sue motivazioni.
Ma le parole finali del generale Mori, pronunciate nel medesimo contesto, lasciano di stucco.


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Queste: “Mafia e appalti è la storia del mio percorso professionale. Finché avrò un giorno di vita, lo presenterò in tutta Italia, mi toglierò tanti sassolini dalle scarpe e chiederò conto di tutti gli atti avvenuti tra la morte di Falcone e Borsellino. Sono agghiaccianti”.
Agghiaccianti? Ma di che parla il generale? A cosa si riferisce o allude? Cosa sottintende o cosa vuole esplicitare? Insomma, cosa accadde, fra Capaci e via d’Amelio che noi comuni mortali non conosciamo?
L’interrogativo non è soltanto nostro.
Ci ha preceduti, su Facebook, l’avvocato Luigi Li Gotti, storico difensore dei più grandi pentiti di Cosa Nostra, da Buscetta a Brusca, e che della materia se ne intende: “Il generale Mori non può limitarsi a dire che furono “atti agghiaccianti”, deve dire quali e chi li ha compiuti. Diversamente, dovremmo pensare che il suo sia un messaggio a qualcuno per qualcosa...”.
Ora che il generale Mori è stato anche nominato consulente della nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno mafioso non avrà che l’imbarazzo della scelta, nell’individuazione del futuro depositario di queste “verità agghiaccianti”.
Potrà riferire infatti all’autorità giudiziaria competente sulle stragi, come alla stessa commissione antimafia. E anche questo si che sarebbe un bel “sassolino” da togliersi dalle scarpe.

Foto © Imagoeconomica

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La rubrica di Saverio Lodato

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