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Il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, fu ucciso dallo Stato che prese in prestito la longa manus di Cosa Nostra. Fu “Cosa Loro”. E questa è una di quelle affermazioni che ormai può essere solo confutata dai nipotini di coloro i quali quella strage vollero ed eseguirono.
Sono trascorsi 39 anni dall’imboscata in via Carini a Palermo, dove, insieme a dalla Chiesa, morirono sua moglie Emanuela Setti Carraro, l’agente Domenico Russo, ma anche, nell’immaginario collettivo, la “speranza dei palermitani onesti”.
Dalla Chiesa morì privo di poteri. Da Generale senza gradi, senza mostrine, senza truppe al seguito.
Circostanza sconcertante, a pensarci bene, dal momento che era stato proprio il Potere centrale, quello romano, a spedirlo in fretta e furia in Sicilia affidandogli una mission che poi si sarebbe rivelata impossibile: sconfiggere per sempre la mafia.
Circostanza sconcertante, perché il passato investigativo e militare del generale, segnato dalla felice contrapposizione al terrorismo di quegli anni, avrebbe dovuto avere, come inevitabile conseguenza, che a dalla Chiesa fossero forniti tutti i poteri necessari. E che lui stesso, per altro, sollecitò pubblicamente, e in tutte le lingue possibili, durante la via crucis di quei suoi cento giorni a Palermo.
Circostanza altrettanto sconcertante sta nel fatto che quando in via Carini scattò l’emergenza, tutti sapevano, tutti si aspettavano, tutti quasi scommettevano che non poteva essere che lui la “nota personalità” indicata, nell’immediatezza dell’agguato, dalle autoradio di polizia e carabinieri.
Strage dunque annunciata. Strage voluta, ancor prima che favorita dall’alto. Strage che doveva mettere definitivamente a sopire le velleità di quei pochi che, in quegli anni, coltivavano ancora la speranza che lo Stato italiano fosse in grado di affrontare e vincere la partita.


il patto sporco 820 546

Oggi, 39 anni dopo, si può infine dire che la scelta di dalla Chiesa di informare Giulio Andreotti delle proprie intenzioni di non guardare politicamente in faccia nessuno, si rivelò un boomerang micidiale.
Ma perché l’operazione criminale andasse a buon fine sotto ogni profilo occorreva che non rimanessero tracce scritte di quel lavoro investigativo che dalla Chiesa aveva condotto in quei suoi tre mesi trascorsi nella rovente trincea di Palermo.
Ma anche questa pratica venne tempestivamente sbrigata con la sottrazione, per mano ignota, dei suoi diari dalla sua cassaforte in Prefettura.
La strage dalla Chiesa è strage da manuale. Un manuale che, sin da allora, veniva scritto a doppia firma dallo Stato e dalla Mafia. Prova ne sia che, quasi a quarant’anni di distanza, le certezze investigative ci sono tutte. Ma non ci sono le prove. 

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La rubrica di Saverio Lodato

Foto originale © Paolo Bassani

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