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È finalmente finita la latitanza del repressore cileno Walter Klug Rivera, attivamente ricercato dalle autorità, dopo essere stato condannato per i delitti commessi durante la dittatura di Augusto Pinochet. Latitante da qualche tempo in terra Argentina, era sotto il mirino dell'Interpol e della Polizia Federale. Finalmente, all'altezza del civico 3000 di Via Moreno in Buenos Aires, è stato fermato ed arrestato.
Klug Rivera, colonnello in pensione di 69 anni, camminava tranquillamente sul marciapiede quando quattro uomini (funzionari della Polizia Federale), che lo stavano inseguendo mantenendosi a distanza ed apparentemente disinteressati alla sua presenza, nel giro di qualche secondo lo hanno circondato e, dopo essersi identificati come poliziotti ed aver controllato la sua identità, lo hanno arrestato e trasferito in un commissariato di polizia, dando immediatamente notizia della cattura al giudice federale Julián Ercolini. L'operazione è stata realizzata intorno a mezzogiorno di sabato 12 giugno mentre, nei giorni precedenti, Klug Rivera aveva tentato di lasciare il paese, chiaramente senza riuscirvi.
In base ad informazioni provenienti dall'Argentina, lunedì 14 giugno, Rivera sarà condotto di fronte al magistrato per dare inizio alla procedura di estradizione in Cile. Parliamo di un soggetto che, pur essendo detenuto in Cile, è riuscito a passare le frontiere fino ad arrivare in Argentina, proprio mentre il ministro straordinario incaricato per le cause di violazione dei diritti umani della Corte di Appello di Santiago, Paola Plaza, emetteva l'ordine di cattura a livello internazionale all'Interpol.
Rileggendo la sua storia, già raccontata in un articolo pubblicato di recente, possiamo dire che trascorsi alcuni anni dalla prima fuga, Klug Rivera era stato estradato agli inizi del 2020 per il sequestro dello studente dell'Università di Concepción, Luis Cornejo Fernández, nel 1973. Ma la causa è stata archiviata alla fine dello scorso anno. La vicenda giudiziaria per il caso Endesa non era ancora stata risolta quando è sopraggiunta la sentenza (per la sua partecipazione nel sequestro, omicidio e sparizione forzata di 23 lavoratori delle centrali idroelettriche di El Toro ed El Abanico, appartenenti al settore della cordigliera di Los Angeles) mentre Rivera si trovava fuori del paese. O meglio, mentre Klug Rivera si era nascosto in Germania, in una piccola città sulle sponde del fiume Reno, a circa 100 chilometri a sud di Colonia. Nell'estate del 2019, durante un viaggio in Italia, le autorità lo avevano arrestato perché latitante. Agli inizi del 2020 viene estradato in Cile e da lì riesce a fuggire nuovamente, fino ad entrare in terra argentina di nuovo come latitante. Ma finalmente la sua fuga è terminata sabato 12 giugno, con il suo arresto a Buenos Aires.
Secondo alcuni detenuti Walter Klug Rivera era "particolarmente brutale e sadico".
Che profilo aveva come repressore? Il giornalismo argentino e cileno hanno scritto che dopo il colpo di stato nel settembre del 1973, il militare (a quel tempo tenente di 23 anni) aveva organizzato un campo di detenzione e tortura nelle scuderie del Reggimento di Fanteria Numero 3 del Montana, Los Angeles. In quel luogo sono stati sottoposti a tortura e a tormenti indescrivibili centinaia di prigionieri, la maggior parte dei quali sono stati poi assassinati. Informazioni fornite dagli organismi per la difesa dei diritti umani indicano che Klug Rivera girava per i quartieri e portava i prigionieri al Reggimento; si stima che circa un centinaio di persone sono sparite nella regione conosciuta come Biobío con questa modalità.
In base a quanto raccontato dai prigionieri sopravvissuti al campo di Klug Rivera è chiaro, dalle testimonianze fornite ai giornalisti ed alla giustizia, che egli era "particolarmente brutale e sadico". D'altra parte così lo ha descritto, a pagina 12, l'avvocato per i diritti umani Patricia Parra (legale per la difesa dei famigliari dei desaparecidos), puntualizzando che il repressore in questione, insieme al comandante del reggimento, Alfredo Rehren Pulido, ed al capo del Servizio di Intelligence Militare, Patricio Martínez Moena, erano i principali responsabili delle torture e degli assassinii che sono stati commessi in quel luogo.
Come aspetto complementare al profilo di questo soggetto è da sottolineare che, dopo la dittatura, ha potuto continuare la sua carriera militare, ascendendo al grado di colonnello mentre solo recentemente, nell'ottobre del 2014 (dopo il suo pensionamento), la Corte Suprema del Cile lo ha condannato a 10 anni ed un giorno di prigione per il citato caso Endesa.
L'orrore dell'impunità riconosciuta a questi elementi, ripugnanti per natura, è sempre presente, incoraggiando le fughe, aggirando le estradizioni e facendo della giustizia un valore assoluto irrealizzabile. Perché il fatto che un soggetto come Walter Klug Rivera, pur essendo condannato, sia evaso di prigione fino al punto di camminare tranquillamente per le strade della Germania e di Buenos Aires come un cittadino qualsiasi, ci deve far riflettere sulle democrazie leggere che si incarnano in molti paesi latinoamericani, con la complicità della cultura dell’impunità.
La sua storia, fatta di fughe ed inganni per mettersi in salvo dalle sbarre, terrorizza ed indigna. I comportamenti bestiali di Klug Rivera nei giorni del potere dittatoriale non dovrebbero essere motivo di considerazioni sulla sua persona in una democrazia, a meno che non vengano meno le garanzie fondamentali per la certezza della pena.
Siamo di fronte ad un uomo che, protetto dalla sua uniforme e dalle sue "idee", ha attraversato (come altri del suo rango) la soglia di una porta che lo collocava nella condizione di essere umano trasformandosi in una bestia, in uno strumento del terrore e della morte.
Le loro mani sporche di sangue e la loro qualità di esseri umani, divorati dalle loro ambizioni e dalle loro deviazioni, fanno sì che chiediamo che tutto il peso della legge gli venga applicato. E che sia ben chiaro, che non si tratta di vendetta, bensì di giustizia.
Pura giustizia per noi. E per loro il castigo. Puro castigo e non vendetta, come loro dicono quando si vedono additati.

Foto di copertina: www.emol.com

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