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Associazione mafiosa, violenza privata ed estorsione. Sono questi i reati - aggravati - ipotizzati dalla DDA di Napoli che ha iscritto nel registro degli indagati Vincenzo Sibillo e Anna Ingenito, genitori del baby boss Emanuele Sibillo, assassinato in un agguato camorristico nel 2015. A rendere nota la notizia è Fanpage.it. La vicenda che ha spinto i sostituti procuratori antimafia Urbano Mozzillo e Celeste Carrano a contestare quella tipologia di reati ai genitori di "ES17" (questo era l'acronimo che identificava il giovane, ndr) è quella della cappella votiva allestita nel cuore di Napoli, in un'area condominiale antistante il palazzo che si trova nei pressi dei Decumani dove la famiglia abita insieme con altre persone. Un'edicola ritenuta dagli inquirenti inequivocabilmente simbolo del potere camorristico di quel gruppo malavitoso legato al clan Contini, a sua volta organizzazione camorristica "blasonata" dell'Alleanza di Secondigliano. Nella cappella, infatti, erano state sistemate le ceneri del baby boss e il suo busto, accanto ai simboli religiosi per la quale era stata realizzata. Un improprio accostamento tra il sacro e il profano che spinse i carabinieri, il 28 aprile scorso, a rimuovere urna e busto del giovane, diventato protagonista in diversi documentari dedicati a descrivere il fenomeno delle "paranze".  Vincenzo Sibillo, 55 anni, è difeso dagli avvocati Rolando Iorio del foro di Avellino e Dario Carmine Procentese del foro di Napoli, mentre la moglie, Anna Ingenito, 50 anni, è difesa dall'avvocato Iorio.

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