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Il pm commenta la sentenza: “Ergastolo solo ora? Colpa dei troppi depistaggi”

"Ci sono stati troppi depistaggi, troppe false informazioni fornite da falsi collaboratori di giustizia o pseudo collaboratori, ecco perché ci sono voluti 28 anni per arrivare a una sentenza per il boss latitante Matteo Messina Denaro, coinvolto nelle stragi mafiose del 1992". A distanza di meno di 24 ore dalla sentenza il pubblico ministero Gabriele Paci ha commentato così all’AdnKronos la condanna all’ergastolo del super latitante di Cosa nostra Matteo Messina Denaro, ritenuto dai giudici uno dei mandanti delle stragi del 1992. Un verdetto arrivato ieri intorno alla mezzanotte dopo ben 13 ore di camera di consiglio. "Alcuni collaboratori - ha affermato Paci dall’aula della corte d’Assise di Caltanissetta dove rappresenta l’accusa nel processo sul depistaggio della strae di via d’Amelio - sono stati messi nelle condizioni di dire stupidaggini perché sentivano cose de relato oppure hanno enfatizzato la figura di Mariano Agate che qualcuno ha indicato come capo di Cosa nostra". Paci, che ieri notte era presente in aula per seguire la sentenza, si è detto "soddisfatto" per l'esito del processo. Perché, ha spiegato, "la condanna all'ergastolo è una rampa di lancio per una serie di indagini che adesso si possono fare con l'avallo di una sentenza". Il Procuratore reggente di Caltanissetta Gabriele Paci, ha affermato anche che "serve adesso mettere insieme tutto il patrimonio raccolto dalle Procure che hanno indagato" su Cosa nostra e sulle stragi mafiose. "Fino ad oggi - ha spiegato - siamo andati ognuno per conto proprio. Ma ognuno di noi è il custode di un patrimonio che difficilmente diventa comune". Ecco perché bisogna "capitalizzare le conoscenze" messe insieme. "Abbiamo un patrimonio enorme - ha affermato - e dobbiamo mettere in comune delle conoscenze che sono negli archivi di ciascuno di noi". "Appena dieci anni fa - ha detto ancora il magistrato - abbiamo messo il dito su una serie di depistaggi. E non è stato un solo depistaggio, è stato un continuo depistare". Anche su Matteo Messina Denaro. "Era un uomo di vertice di Cosa nostra in quegli anni lui e Graviano sono gli uomini su cui Totò Riina fonda la campagna della stagione stragista". Eppure gli inquirenti "sono andati a cercare altre presenze". E a quel tempo "venne indicato falsamente come rappresentante provinciale di Cosa nostra di Trapani e quindi responsabile delle stragi Mariano Agate - ha detto Paci - Che era un autorevolissimo uomo d'onore, fedelissimo di Riina, però non è mai stato il capo di Cosa nostra trapanese. Era invece il padre di Matteo Messina Denaro, Francesco".
Ecco perché "tutte le indagini e i processi da Capaci a Borsellino vengono fatti indirizzandosi sulla persona di Mariano Agate e tralasciando completamente sia la figura del padre di Messina Denaro che dello stesso Matteo Messina Denaro", detto il pm. In questi due anni e mezzo di processo a Caltanissetta "si è passato al setaccio tutta la vicenda di preparazione alle stragi, dopo che sono emersi una serie di atti nuovi importantissimi". Secondo il magistrato "oggi bisogna fare un'azione che allora non fu fatta", ecco perché serve fare nuove indagini, più compiute, più unitarie. "Non si può recuperare la memoria del tempo ma oggi la mia capacità di lettura di certi avvenimenti nel tempo è certamente diversa", ha detto Paci. "Se tutti ci mettessimo davanti al tavolo con la voglia di essere propositivi su questi temi, potremmo ottenere importanti risultati". Insomma, per quanto riguarda Messina Denaro e il ruolo che ha svolto nelle stragi mafiose, "c'è una parte nota di Cosa nostra e poi c'è una parte cha ancora ci manca, e mi riferisco ai suoi rapporti con la massoneria ad esempio". "Sappiamo che ci sono stati legami con la massoneria e i servizi ma non sappiamo dare una declinazione. Bisogna dunque incrociare i dati, fare un lavoro di intelligence", ha concluso il magistrato.

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