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mina pordenonedi Laura Venerus
«Una cerimonia che tocca le corde dell’emozione: il giornalista di strada dovrebbe essere duro». Invece è un commosso Gianni Minà che ieri ha ricevuto dalle mani di un altrettanto emozionato Claudio...

«Una cerimonia che tocca le corde dell’emozione: il giornalista di strada dovrebbe essere duro». Invece è un commosso Gianni Minà che ieri ha ricevuto dalle mani di un altrettanto emozionato Claudio Pedrotti il sigillo della città di Pordenone. Un tributo che viene conferito alle grandi personalità che transitano nella città: Minà era a Pordenone ospite di Cinemazero e delle Voci dell’inchiesta.

L’applauso di tutta la sala consiliare, gremita di autorità e cittadini, la standing ovation, il calore e l’ammirazione per un mostro sacro del giornalismo: tutto questo è stato troppo anche per lui per non sentirsi toccato nel profondo.

Il suo giornalismo d'inchiesta è nato 40 anni fa, proprio in regione, inviato per la Rai nei luoghi del terremoto. In quel tragico 1976, Minà era un giovane giornalista sportivo. Si trovava nella sede Rai di via Teulada, a Roma, quando arrivarono le prime, frammentarie notizie del sisma. Quando gli venne chiesto: te la senti di partire? non ci pensò un momento, salì in auto con l'operatore e partì. Con sé aveva un sacchetto di gettoni per chiamare Roma ogni 100 chilometri e raccontare cosa vedeva o se c'erano novità. E, memore di questo aneddoto, il sindaco Pedrotti, dopo dure ricerche, è riuscito a trovare un gettone come quello dell’epoca e gliel’ha omaggiato. «A Majano vidi un maresciallo dei carabinieri che piangeva – ha ricordato – e mi indicava un condominio che era crollato: vedere piangere un carabiniere è raro. Mi disse: là sotto ci sono i miei ragazzi. Quando sono arrivato qui ho conosciuto da vicino il dolore. Bisogna saper fare le domande giuste, avere rispetto e e non inseguire la gente. Era quella l’epoca in cui la Rai faceva un vero servizio pubblico».

Nei suoi anni di carriera, Minà ha ricordato di «essere sempre stato verticale, non sono mai sceso a compromessi» e ha fatto riferimento alla polemica sull’intervista di Vespa al figlio di Totò Riina: «Se il pallino dell’intervista ti scappa di mano, hai solo fatto un piacere al figlio di Riina». Quanto alla storica sua intervista a Fidel Castro a Cuba «quando proponi qualcosa controcorrente diventi antipatico. Spesso ho affrontato temi che mi hanno posto in contrasto con l’opinione comune».

Una vita dedicata al giornalismo, la sua, tra sacrifici e duro lavoro. «Ciò che mi ha spinto a fare tutto ciò che ho fatto – ha concluso – è l'amore per questa professione che, come dice mia figlia, mi piace un botto».

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