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di AMDuemila
Negli scontri almeno 728 feriti

E' di oltre 728 feriti il bilancio aggiornato degli scontri di ieri a Beirut tra manifestanti e forze dell'ordine, nelle proteste esplose in seguito alle esplosioni che martedì hanno sventrato il porto della capitale libanese, uccidendo almeno 158 persone. Lo riporta l'emittente araba Al Jazeera.
La rabbiosa protesta del popolo è esplosa in tutta la sua disperazione dopo anni in cui i leader di Stato hanno spremuto un popolo. Per i libanesi l'esplosione è la diretta conseguenza della negligenza e della corruzione della leadership del Paese, già duramente contestata da ottobre con un movimento di piazza che lotta contro le mancate riforme e la crisi dilagante. "Oggi è la prima manifestazione dall'esplosione, un'esplosione in cui ognuno di noi sarebbe potuto morire", aveva detto ad Afp l'attivista Hayat Nazer. "Si tratta del più grande avvertimento per ciascuno, non abbiamo più niente da perdere".
In un primo momento i manifestanti hanno rimosso i blocchi di cemento posti a protezione dell'edificio del Parlamento chiedendo giustizia per le vittime poi, dopo alcuni scontri con la polizia che ha usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma, hanno cambiato obiettivi. Così è stata presa d'assaltato la sede del ministero degli Esteri, dove è stata rimossa e gettata a terra la foto del presidente della Repubblica Michel Aoun. Sul posto è poi arrivato l’esercito per avviare le trattative: dall’interno, i manifestanti hanno chiesto che vengano processati i responsabili dell’esplosione e le dimissioni dell’attuale leadership politica. “Vogliamo che Beirut sia una città priva di armi”, si leggeva in uno striscione. Secondo quanto riferito dall’emittente al-Arabiya, il ministero è stato ribattezzato “sede della Rivoluzione”. In serata, dopo una serie di trattative, c'è stato lo sgombero. Durante gli scontri sono stati presi d’assalto anche la sede del dicastero del Commercio, quella dell’Associazione delle banche al grido “Abbasso il regno delle banche!”, ed anche le sedi dei ministeri dell'Energia, dell'Economia e dell'Ambiente.
Nonostante la guerriglia, però, la politica rimane ferma sulle sue posizioni. Il premier Hassan Diab ha invitato in diretta tv i partiti politici a risolvere la crisi del paese in due mesi, pena le elezioni anticipate. Niente dimissioni, quindi, ma un ultimatum a tutta la classe dirigente: “Ora è il momento della responsabilità collettiva. Vogliamo una soluzione per tutti i libanesi”.
Intanto, sempre nella giornata di ieri si sono dimessi tre deputati libanesi del partito della Falange, dell'ex presidente Amin Gemayel, in segno di protesta. La stessa decisione è stata annunciata da Paola Yacoubian, nota ex giornalista televisiva e deputata indipendente eletta nelle legislative del 2018 come rappresentante del movimento di protesta contro la corruzione del sistema politico nazionale. Nei giorni scorsi si era dimesso con una dichiarazione in diretta televisiva anche un altro deputato, Marwan Hamadeh, del Partito socialista progressista, che fa capo allo storico leader druso Walid Jumblatt.
Per quanto riguarda le indagini sulla causa delle esplosioni, dopo l’apertura del presidente Aoun all’ipotesi di un attacco missilistico e la richiesta dei tracciati aerei satellitari alla Francia, viene proprio da Parigi la prima risposta che smentirebbe il presidente libanese: “La Francia ritiene che ci siano elementi sufficienti per ritenere che l’esplosione sia stata un incidente”, ha reso noto una fonte ufficiale dell’Eliseo. “Ci sono elementi oggettivi a sufficienza per ritenere che l’hangar sia esploso per motivi accidentali”, ha dichiarato un’altra fonte ufficiale della presidenza francese.
Nel frattempo sul luogo del disastro, dove il fumo sale ancora da cumuli di cenere e macerie del porto di Beirut, continuano i soccorsi.
Dopo il conto di 154 morti e le oltre 5mila persone ferite si ha la sensazione che il bilancio potrebbe salire. In 120 sono in condizioni gravi e si contano ancora 60 dispersi.

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