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Non è facile per me scrivere questa prefazione, i sentimenti (o il sentimentalismo, dipende dai punti di vista) mi provocano la sindrome della pagina bianca perché è tutto un ricordo di un pezzo di vita che mi ha segnata, nel bene, non tanto professionalmente quanto umanamente. Raramente mi sono sentita accolta come dalle «Saladino», coccolata, amata. Un amore ricambiato, che resta dentro di me. È il motivo per cui ho detto subito sì a Càtera, la figlia di Marta, il cuore pulsante del Comitato dei lenzuoli, quando mi ha telefonato per chiedermi se avessi voglia di scrivere un’introduzione al libro di Patrizia Maltese dedicato al Comitato dei lenzuoli antimafia e a questa famiglia dalle mille storie affascinanti. E anche dolorosissime. L’incarnazione della vita, che in questo libro ha ben raccontato, senza filtri e senza alibi, nemmeno per se stessa, Patrizia Maltese, catanese come me, ma mai conosciuta perché la mia città l’ho lasciata dopo il liceo per laurearmi a Milano e inseguire il mio sogno di diventare una giornalista libera di raccontare i fatti, per come sono. A Catania, dove Cosa Nostra aveva ucciso Pippo Fava, il direttore de «I Siciliani», non c’erano spazi di libertà, c’era solo «La Sicilia» di Mario Ciancio. E, come nel più classico dei paradossi siciliani, da studentessa a Milano, divento l’inviata di Radio Popolare a Palermo e molti anni dopo per «Il Fatto Quotidiano».
Per Radio Popolare faccio ore e ore di dirette, di servizi giornalistici che mai avrei voluto dover fare: sull’omicidio di Libero Grassi, sulle stragi di Capaci e via d’Amelio. Le immagini di sangue, polvere, lacrime, rabbia e speranza, sono impresse nel cuore. Ancora adesso, dopo trent’anni, se rivedo Paolo Borsellino in televisione, provo una commozione fortissima. Gli avevo parlato poche settimane prima che fosse ucciso. Credeva davvero nei giovani, e trovò anche il tempo per me, cronista in erba. Ed è in quel periodo che si intreccia la mia vita con quella delle «Saladino», che sono esattamente come vengono raccontate in questo libro. Sono, uso il presente anche per chi non c’è più su questa Terra, delle donne speciali. Delle persone speciali. E il merito di Patrizia Maltese è quello di aver pensato, in occasione dei trent’anni delle stragi, di raccontare le loro storie, facendo parlare chi c’era, chi ne ha fatto parte. Leggere di Giuliana Saladino, di sua figlia Marta Cimino, che non ci sono più, ma che sono così vive dentro ciascuno di noi che abbiamo avuto il privilegio di conoscerle, è una grande emozione positiva. Che ti dà la voglia di fare di nuovo qualcosa che lasci il segno. Come il Comitato dei lenzuoli che un segno lo ha lasciato per sempre. È stata una piccola grande rivoluzione gentile contro i feroci quanto vigliacchi nemici di sempre, i mafiosi e i loro protettori e traditori delle istituzioni, di chi vorrebbe vivere in un paese normale. Non dico perfetto, ma normale, senza dover rischiare la vita perché se hai un’attività arriva qualcuno che ti minaccia e ti chiede i soldi ogni mese, il pizzo. Senza rischiare di essere ucciso anche se come arma hai una penna. Chi non ha vissuto quegli anni potrebbe pensare che appendere un lenzuolo contro la mafia a un balcone di Palermo potesse essere una fesseria, una ingenuità, una cosa banale. E invece no. Fu il segnale che i palermitani, i siciliani rifiutavano culturalmente la mafia. Ed erano tanti. Dopo il sacrificio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, diventati eroi dopo morti, come sempre in Italia, saltati in aria insieme a otto poliziotti delle scorte e alla moglie di Falcone, Francesca Morvillo, quei lenzuoli con le scritte contro la mafia erano urla di ribellioni ben visibili in tutta Italia e nel mondo. Una rivoluzione gentile appunto. Da inviata a Palermo e da siciliana capii subito l’importanza di quello che stava accadendo e cercai un contatto con chi aveva pensato a quella grande iniziativa. Fu il primo approccio con le Saladino. Feci conoscenza telefonica con Gabbi, sorella di Giuliana, l’artista della famiglia, la più impegnata nel Comitato insieme a Marta. Gabbi mi diede appuntamento a un’assemblea del Comitato. Non sapevamo come fossimo fatte e, quando arrivai in quella sala stracolma, pensai: «Ma ora come la riconosco?». E, invece, ci fu la magia che amiamo sempre ricordare Gabbi e io: a un certo punto, in mezzo alla folla, io mi giro verso Gabbi, Gabbi si gira verso di me e all’unisono diciamo: «Gabbi? Antonella?». Gabbi sorride pure con i suoi grandi occhi azzurri e ci abbracciamo. Da quel momento vengo adottata da palazzo Saladino. Tutto il giorno in giro per Palermo, tra palazzo di Giustizia, questura, prefettura e piazze per le radiocronache e poi destinazione finale in via Maqueda. I pranzi, quando potevo, erano a casa di Gabbi dove ho scoperto, prima ancora di andare a Parigi, il croquemonsieur perché, come racconta in questo libro la nipote Giulia, Gabbi preparava solo quello e ricche insalate. A casa di Gabbi arrivava Pimpa, la figlia e madre di Giulia, che abitava in un altro appartamento del palazzo, dove ho passato anche delle serate a cena con Giulia e con Maurizio, marito di Pimpa, e Marta e Càtera. Dopo il pranzo veloce a casa di Gabbi arrivava Giuliana per il caffè e la sua immancabile sigaretta. Per me lei era un mito, la giornalista che si era occupata della strage di Portella della Ginestra, la scrittrice di Romanzo civile. La prima volta che la incontrai ero emozionatissima, mi misi seduta a terra accanto alla poltrona dove era seduta nel salone di Gabbi con gli affreschi. Ho ancora nelle orecchie la sua voce roca e la sua risata. Tanto era speciale, che invece di «tirarsela», di parlare di sé, mi disse che da quel momento dovevamo avere un appuntamento fisso perché voleva sapere la mia giornata palermitana di cronista! La sera quasi sempre era Marta ad accogliermi, a cucinare per me, per Càtera (anch’io Caterina la chiamo così, come la famiglia) e spessissimo c’era pure Bebo Cammarata, il padre di Càtera, che, come viene raccontato in questo libro, anche dopo la separazione, aveva mantenuto un legame con Marta e con la sua famiglia. Càtera era al centro dei pensieri di Marta. Madre e figlia avevano un legame viscerale. Marta parlava tanto di Càtera con me, perché, come tutte le adolescenti, chi più chi meno, era molto inquieta. Voleva il mio punto di vista di ragazza anche se con un po’ di anni in più della figlia. Mi mancano le serate con Marta, i suoi occhi neri e vivacissimi, il suo sorriso, la timidezza dei suoi sentimenti e la sua profondità. Il suo idealismo. Un po’ fanatica ex sessantottina come racconta con affetto sua sorella Giuditta (molto diversa da lei) in questo libro? Forse. E chi se ne importa. Marta per me è stata un’amica generosa, interessata alla vita delle persone a cui voleva bene. Un’antimafiosa che ha voluto fare qualcosa per la sua terra.
Ha voluto ribellarsi pacificamente, semplicemente con delle lenzuola, ma in maniera rigorosa, come tutte le persone che con passione hanno contribuito a quell’esperienza del Comitato dei lenzuoli. Un’esperienza che certo non poteva continuare per sempre, che ha esaurito la sua funzione, ma, come mette in risalto Patrizia Maltese, ha cambiato le teste. Siamo, è vero, in un’epoca globale di regressione culturale per tanti versi, ma non è più esattamente come prima in Sicilia. Non si può più dire a voce alta «la mafia non esiste, la mafia è anche buona perché dà lavoro», anche se c’è tanto ma tanto ancora da fare. In questo libro, per scelta di Càtera, si parla pure della malattia di Marta. Io ero fra le poche persone, non della loro famiglia, a conoscenza del grave diabete di cui era affetta. Come lo era mia mamma, morta proprio per colpa di questa infida malattia. Marta, pur non conoscendola, mi chiedeva sempre di lei, comprensibilmente si immedesimava. E Gabbi, che adorava la nipote, parlava con me di Marta, della sua sofferenza riservata. Delle nostre mamme, del diabete, ne ho sempre parlato con Càtera perché era una cosa in comune che ci ha fatto tanto soffrire. Così come ci accomuna, adesso, l’idea d’amore che le nostre madri, non più su questa terra, finalmente abbiano smesso di vivere, anche se con finali molto diversi, il calvario degli ultimi dieci anni della loro vita. Meglio Càtera, con grande coraggio, non poteva raccontarlo quello di Marta nelle ultime pagine di questo libro che lasciano senza fiato. Le emozioni mi assalgono di nuovo. Queste poche righe le ho scritte, come diceva Giuliana, «a lassa e pigghia» anche perché si trova sempre un motivo per tardare a scrivere «di cose dolorose». Dolore per come è stata l’ultima parte della vita di Marta. Ma nulla può cancellare tutto il buono, il bello di Marta. Tutta la passione che ha messo nell’aiutare gli altri, tutta la sua passione civile. Quella che avevano trasmesso la mamma Giuliana e pure il padre, il giornalista Marcello Cimino, ben tratteggiato in queste pagine, come tutte le persone che si raccontano e che raccontano a Patrizia Maltese, fedele cronista dei fatti e dei sentimenti. Quando ho detto di sì a Càtera (che non sentivo da lungo tempo, ma era come se ci fossimo parlate un minuto prima) per scrivere questa prefazione, l’ho detto a scatola chiusa, senza aver prima letto nulla di queste pagine, senza sapere nulla di Patrizia Maltese. Perché «le Saladino» sono sempre nel mio cuore, quelle che non ci sono più e quelle che sono rimaste. Anche se la vita mi ha portata altrove e manco da Palermo da tantissimi anni, il mio affetto è immutato.
Grazie Marta, grazie Gabbi, grazie Giuliana, grazie Pimpa, grazie Càtera e grazie Giulia. A voi due anche perché non siete state mai gelose di me in quegli anni. A te, Càtera, per il tempo condiviso con Marta a casa vostra e a te, Giulia, perché quando non c’eri, la meravigliosa Gabbi, tua nonna, mi faceva dormire a casa sua, in quella che era la tua stanza. «Ma non andare in albergo, che tristezza. Dormi da me e ceni da Marta, mi sembra perfetto, no?». Sorriso. Sì, perfetto. Quel sali e scendi da palazzo Saladino è stata una gran bella traversata umana, un’apertura di mente e anima. Da romanzo, ma vero. Come è tutto vero quello che troverete in queste pagine. Grazie a Patrizia per aver avuto la voglia, la curiosità, la sensibilità per raccontare la storia del Comitato dei lenzuoli e le storie di chi ci sta dietro: grandi donne palermitane. E dovete credermi, perché detto da una catanese vale doppio.

*prefazione del libro "Qualcosa ci inventeremo" di Patrizia Maltese

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