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roma vista aerea effdi Emiliano Federico Caruso
Sono passati 12 giorni tra la prima udienza, tenuta nell’aula Occorsio della città giudiziaria di Roma, e questa seconda nell’aula bunker di Rebibbia. Una lunga udienza iniziata alle 9 di mattina del 17 novembre, con 5 ore di sola camera di consiglio, le cui decisioni finali sono state rese note solo poco prima della mezzanotte, e dedicata al pronunciamento delle 55 parti civili, ovvero dei soggetti che, in modo o nell’altro, si ritengono danneggiati dalla complessa macchina di Mafia Capitale. 
55 nomi tra i quali l’Ama, la Regione Lazio, il Comune di Sant’Oreste, il Ministero dell’interno, 37 nomadi (dei quali solo 20 presenti in aula) di Castel Romano, varie associazioni antimafia e diversi esponenti politici, tra i quali i 5 stelle Marcello De Vito e Roberta Lombardi. Molti gli imputati presenti davanti all’accusa rappresentata dai pm Luca Tescaroli, Paolo Ielo e Giuseppe Cascini: dall’ex amministratore delegato di Ama Franco Panzironi a Luca Gramazio, ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio, considerato il legame fra le istituzioni e la coppia Buzzi-Carminati. Passando poi per Giordano Tredicine, ras dei bancarellari e ambulanti di Roma, Giovanni Fiscon, Claudio Turella e altri. 
Assente invece Luca Odevaine e collegati solo in videoconferenza, per motivi di sicurezza, Fabrizio Franco Testa (carcere di Secondigliano) Salvatore Buzzi (carcere di Tolmezzo), ras delle cooperative che ruotavano intorno a Mafia Capitale, Riccardo Brugia (carcere di Terni), considerato il sodale di Massimo Carminati, e lo stesso Carminati, ora in 41 bis al carcere di Parma, ex estremista di destra, già tra i sodali della Banda della Magliana e considerato il vertice del meccanismo di Mafia Capitale, che ora accusa il Pd di danno d’immagine. Ippolita Naso, legale dell’ex nar insieme al padre Giosuè Bruno Naso, ha paventato la possibilità che il maxiprocesso si trasformi un una sorta di “carrozzone in cui tutti vogliono salire per chiedere risarcimenti”, oltre a definire come maledetta la famosa intercettazione in cui Buzzi afferma di guadagnare di più con i migranti che con la droga. Un’intercettazione, a detta del legale, trasformata in una sorta di trailer pubblicitario del processo tenuto davanti alla decima sezione penale del tribunale presieduta dal giudice Rosanna Ianniello. 
Considerata un vero osso duro della legalità italiana, poco propensa a convenevoli e confidenze, la Ianniello rimane famosa anche per aver emesso la condanna a 28 anni di Carmine Fasciani, boss della mafia di Ostia, riconoscendo in questo modo la presenza della mafia nella capitale.
Dopo le cinque ore di camera di consiglio, il collegio ha infine ammesso 23 parti civili, tra cui il Comune di Roma, l’associazione Antonino Caponnetto, la Regione Lazio, il Ministero dell’interno, l’Ama spa, il Pd del Lazio, il Comune di sant’Oreste, Sos impresa, Eur spa e l’associazione Libera. Tra le 42 respinte troviamo invece Confindustria, la cooperativa Capodarco (tra i cui dirigenti c’è quel Maurizio Marotta già imputato per turbativa d’asta), Legambiente, il Movimento 5 stelle nelle persone di Marcello De Vito e Roberta Lombardi (la cui ammissione, secondo la difesa, avrebbe potuto rendere incompatibile il Collegio e imporre di trasferire il processo a Perugia), i 37 nomadi di Castel Romano e il Codacons (già in aula il pm Paolo Ielo chiese di respingere l’istanza del Codacons che considerava l’amministrazione comunale di Roma uno dei responsabili civili). L’impossibilità per i legali di replicare a queste decisioni del tribunale ha provocato un certo disordine in aule, dopo nove ore di relativa calma. 
Il riconoscimento come parti civili delle associazioni antimafia, tra cui la Paolo Borsellino, Libera e Caponnetto è un importante segnale che rende molto probabile l’aggravante del 416 bis per gli imputati, e il Collegio stesso ha spiegato di aver voluto accogliere proprio le richieste di enti e associazioni preposti alla lotta contro la mafia. Finora la difesa degli imputati, più che negare i singoli reati, intendeva negare proprio l’esistenza di una qualsiasi associazione mafiosa. 
Famose rimangono le deliranti parole del difensore di Buzzi, Alessandro Diddi, che ripeteva “la mafia a Roma non esiste. C’è un cattivo costume, ma non la mafia”. Un tentativo di sminuire l’importanza del maxiprocesso, insieme a quello del legale di Carminati, Giosuè Naso, che ai tempi della prima udienza definì quello di Mafia Capitale “un processetto”. L’immediata reazione del pm Giuseppe Cascini rimane un ottimo consiglio per avvocati, magistrati e giornalisti: “Tutti i processi sono seri, e tutti gli imputati vanno rispettati”.

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