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carcere-mani-web“In carcere è nato il nuovo clan”, queste le dichiarazioni del pentito Alessandro Verardi
Antonio Nicola Pezzuto - 11 settembre 2012
Le dichiarazioni del neo collaboratore di giustizia Alessandro Verardi stanno consentendo agli investigatori di fare luce su quella che sembra essere una vera e propria rinascita della Sacra Corona Unita sulle ceneri degli importanti arresti che hanno contraddistinto gli anni Novanta.

Il 34enne di Merine ha rivelato che la nuova Scu è rinata in carcere, soprattutto in quello di Taranto, dove i boss detenuti sarebbero riusciti ad aggirare ogni ostacolo per definire strategie, costruire alleanze, decidere elevazioni di grado, individuare i nemici. Tutto ciò sarebbe avvenuto tra il 2005 e il 2009, in diversi momenti. Nel penitenziario di Taranto, dove ci sono due sezioni di alta sicurezza situate su due piani uno sopra l’altro, gli affiliati dialogavano dalle finestre, attraverso una fessura nel muro che divide i detenuti comuni da quelli della sezione sicurezza, nelle docce poste a ridosso della cella numero 1 del boss storico, l’ ergastolano Totò Rizzo, uno dei capi storici della Scu, che, dalla sua prigione, impartiva ordini ai suoi sodali.
Decisioni importanti furono prese in quegli anni. Fu creata una nuova struttura, si divisero i ruoli e il territorio, si risolsero controversie e si progettarono attentati. Ma, soprattutto, i boss storici ordinarono che non si doveva più uccidere. Estorsioni e spaccio di droga rimasero le attività principali. Estorsioni che, nell’ estate 2011, furono imposte ai gestori degli stabilimenti balneari della costa adriatica tra Melendugno e Otranto. Agli imprenditori veniva chiesta una tangente del 25% sugli incassi. La criminalità organizzata avrebbe guadagnato denaro anche dalla gestione dei parcheggi dei lidi con tariffa di due euro comprovata dalla ricevuta. Non solo. Agli stabilimenti che la sera si trasformavano in “beach-bar” sarebbe stata imposta la sorveglianza del personale della “Iron Service”. L’ accordo prevedeva che ai buttafuori fosse riconosciuto un compenso di 70 euro a serata dai titolari degli stabilimenti che dovevano corrispondere, inoltre, una somma aggiuntiva di 20 euro a titolo di “punto” per ciascuno di essi. Quel “punto” sarebbe stato devoluto al boss storico della Scu leccese Totò Rizzo, zio di Cristian Rizzo, titolare della “Iron Service” e personaggio di rilievo nel mondo criminale. Un business tanto importante e remunerativo da fare siglare un patto di non belligeranza tra il clan di Verardi e quello di Roberto Nisi e Maurizio Briganti per evitare una guerra che avrebbe messo in fuga i turisti e abbattuto i guadagni. Guadagni reinvestiti nel traffico di droga da un’ organizzazione strutturata e potente con una notevole disponibilità di armi, denaro, automobili, motociclette e attrezzature per individuare l’ esistenza di microspie. Un’ organizzazione che gode di ottimi rapporti con i sodali brindisini con i quali ha instaurato un rapporto di reciproco aiuto per gestire il traffico di droga e la latitanza dei suoi componenti. Un’ organizzazione che acquista quintali di droga dai fornitori spagnoli e vanta contatti con i narcos colombiani.
Alessandro Verardi voleva essere protagonista del progetto di formazione della “nuova squadra”, al quale si era dedicato mentre era in carcere. Nel Natale del 2010, approfittando di un permesso di uscita si diede alla macchia, ma fu arrestato dalle forze di polizia nell’ ambito dell’ operazione “Augusta” dell’ ottobre 2011.  Nel maggio del 2012, infine, la decisione di collaborare, e svelare quindi, la genesi della nuova Scu, spinto da sensi di colpa verso i suoi famigliari e dalla convinzione di essere stato abbandonato dai suoi sodali.

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