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de-raho-cafieroIl procuratore capo De Raho
di Enrico Fierro - 14 luglio 2013
Reggio Calabria. Vivere a Reggio Calabria e rappresentare lo Stato nella città capitale della mafia più potente, la ’ndrangheta, quella che ha messo da parte lupare e rituali e si muove a suo agio nei salotti con vista sullo Stretto. Dove le differenze si annullano. Tutti compari, il boss elegante incontra il politico, l’onorevole di riferimento delle ’ndrine si sofferma volentieri a parlare dei destini dell’Italia col magistrato amico, l’imprenditore noto si pavoneggia col grembiulino della sua loggia massonica. La “marmellata” reggina. Procuratore, la invitano mai a cene, gite in barca sullo Jonio, belle serate? “Diciamo che hanno capito che è meglio evitare”. Il capo della Procura di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho (foto), cognome che affonda le sue radici in una antica dinastia di baroni siciliani, magistrato dal 1977 con una lunga esperienza a Napoli nella lotta contro il clan dei casalesi, si tocca i baffi e sorride. “Lei vuole sapere come vivo? Semplice: di mattina presto vengo qui in Procura, mi trattengo fino a sera, poi torno alla Scuola dei Carabinieri che mi ospita. Lì c’è il mio alloggio. Non fequento ristoranti, circoli, luoghi che possano far apparire la magistratura vicino a questo o quell’ambiente, la città ha bisogno di avere una fiducia totale nelle persone che rappresentano lo Stato”.

Nessun invito? Ne ho ricevuti pochi, per la verità, e mi fa anche piacere, così mi hanno evitato l’imbarazzo di dire dei cortesi no. Per la verità anche nel giorno del suo insediamento Reggio non c’era. Non si è visto nessun rappresentante della politica alla cerimonia. Non mi meraviglio, anche in altre occasioni ho notato l’assenza della politica. Evidentemente c’è il disagio di coloro che una scelta chiara dal punto di vista della legalità non l’hanno fatta, per cui partecipare a certe manifestazioni è come dare l’immagine di se stessi schierati da una parte. Questo è uno degli aspetti più negativi della città. C’è una parte di Reggio che vuole il cambiamento della situazione, ma al momento nessuno è disposto a rischiare. Forse perché da anni si parla di procura dei veleni a Reggio. Le microspie vicino all’ufficio del dottor Gratteri, i misteri del bazooka fatto ritrovare sotto il palazzo di giustizia, le bombe alla procura generale. Troppi misteri... La fermo, perché se mettiamo tutto in un calderone ha ragione lei e da questi uffici bisognerebbe solo scappare, ma se vediamo i singoli episodi, sui quali per alcuni ci sono state indagini, per altri si sta indagando ancora, allora troviamo le spiegazioni che ci servono. In questa procura il 50% dei magistrati, una quindicina, sono giovanissimi, gli altri 12 hanno lunghe storie e professionalità riconosciute. Però c'è un pentito, Nino Lo Giudice, scomparso da più di un mese che ha lasciato un memoriale pieno di accuse nei confronti della gestione precedente della procura. Stiamo indagando per capire i motivi che hanno indotto Lo Giudice a fare quello che ha fatto. Non aveva condanne da espiare, era agli arresti domiciliari in una situazione di piena serenità. Forse c’è qualcuno, qualche elemento esterno, mafioso o di livello diverso, che ha fatto perdere la serenità a Nino Lo Giudice? Stiamo indagando anche su questo, ma non dico di più. Ci dica se Lo Giudice è vivo. È vivo, aspettiamo che si consegni. Se si presenterà sarò io stesso ad andare a sentirlo e garantirgli la piena sicurezza da tutti i punti di vista. La ‘ndrangheta pervasiva, si diceva, una piovra che in uno studio di commercialista di via Durini a Milano ricicla i suoi soldi, insieme a fondi della politica e con strani personaggi legati all’eversione nera. Ci sono indagini in corso e non entro nel merito, parliamo in generale per dire che questa è la modalità operativa delle mafie: unire insieme interessi e investimenti, anche grazie agli accordi con la politica. Reggio Calabria da questo punto di vista è emblematica, non dimentichiamo che qui c’è il primo caso di un Comune capoluogo sciolto per mafia. Qui si respira l’aria della ’ndrangheta, un morbo che soffoca la libertà, ma che in molti, purtroppo, ritengono un male necessario. I calabresi devono sapere che indagheremo in tutte le direzioni, che non ci fermeremo di fronte a santuari o eccellenti. Nei giorni scorsi avete assestato un duro colpo alla rete del narcotraffico internazionale con la cattura di Roberto Pannunzi. Operazione di significato enorme, Pannunzi era un broker internazionale della droga in grado di muovere migliaia di chili di cocaina, il garante della ’ndrangheta sul mercato mondiale. Se siamo riusciti a catturarlo è grazie al prestigio internazionale che questa procura, la guardia di finanza e la polizia giudiziaria si sono conquistati a livello mondiale. Pannunzi si pentirà? Da parte nostra non ci saranno inviti particolari a farlo pentire. Ma Pannunzi deve sapere che rischia una trentina di anni di carcere e questa volta non riuscirà più a fuggire. E lei è pentito di aver scelto Reggio Calabria? Assolutamente no, qui c’è tantissimo da fare, decenni da recuperare.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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