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Siamo stati abituati a ritenere la storia come un lento, sistematico, inesorabile cammino in cui l’uomo trasforma in meglio sé stesso, per conseguire una vita piena migliore, ovvero la “felicità” per il maggior numero dei viventi. In questa concessione piramidale, indirizzata sempre verso l’alto, in senso positivo e ottimistico, l’Illuminismo ha dato una spinta risolutiva al mito del progresso proponendo un corretto uso della ragione, ovvero dello strumento che dovrebbe radicalmente migliorare la condizione umana e avvicinarla verso quell’odore di divinità dalla quale si vanta di provenire, con la messa al bando di superstizioni, credenze e ignoranza. Kant ha visto nell’Illuminismo “l’uscita dell’uomo dalla sua minorità, imputabile a sé stesso” e la necessità che egli impari a camminare da solo, senza cercare chi gli tiene la mano o gli fa strada. In una condizione globale strutturata da sempre in pastori e pecore, l’indicazione a diventare pastori di sé stessi, poi ripetuta sotto altri aspetti più radicali da Nietzsche, diventa rivoluzionaria e sconvolge millenari equilibri di potere e di forze che se lo contendono. Peraltro, la soluzione non è praticabile perché la condizione di uomini-pecora davanti a un pastore è ratificata e ritenuta indispensabile da tutti i sistemi educativi, civili, morali e religiosi del passato. È ritenuta la condizione su cui impostare un governo, attraverso il controllo della maggioranza da parte dei pochi che hanno accesso ai meandri del potere. Anche il positivismo di inizio e quello di fine Ottocento ha dato la spinta a questa concezione, soprattutto con le grandi scoperte, che tecnologiche che hanno radicalmente cambiato il modo di vivere, di agire, di produrre. Il primo giorno del Novecento venne salutato in tutto il mondo come l’avvento di un’era nuova, ma già nascondeva il dramma, scoppiato dopo qualche decennio con le due guerre mondiali e una serie di permanenti conflitti locali che hanno dato un serio colpo a questa concezione: l’uomo si è dotato, si è ritrovato carico di quelle armi costruite per offendere, per procurarsi una politica di potenza, per difendere il proprio orto, i propri confini, ma anche per aggredire gli altri, specie nel momento in cui si colgono segni di debolezza. Praticamente la scienza e la tecnologia hanno fatto la loro strada, ma il modo di essere dell’uomo ha seguito percorsi più lenti, in parte di adeguazione alle esigenze della tecnica, in buona parte di arroccamento verso originarie, ancestrali passioni che non si ha il coraggio né la voglia di sradicare, perché si pensa che siano il nostro autentico modo di essere, una predisposizione genetica che regola i meccanismi comportamentali. Così riemergono tutti i residui sedimentati nel pozzo, ovvero, l’autodifesa, poi l’offesa, la voglia di possedere, l’avere che diventa l’unico modo di essere, l’odio come sostitutivo dell’amore che manca o che non si è capaci di dare, l’ostentazione, il rapporto con l’altro vissuto in modo opportunistico, oppure in cui l’altro è riconsiderato come insidia, come minacciosa presenza che può disturbare la condizione nella quale ormai si è scelto di stare. In pratica sono sempre i vecchi elementi dello yen e dello yang, opportunamente rivisitati da Empedocle, che li chiamava “Necros” (l’odio) e “Filia” (l’amicizia) e poi riproposti da Nietzsche (apollineo e dionisiaco) e da Freud (Eros e Thanatos) che si agitano e si combattono nell’uomo. Non c’è, o si intravede a flash e brevi fasi esistenziali una razionale scelta dell’Eros inteso come riproduzione, fratellanza, cosmopolitismo, positiva costruzione dell’umanità su alcuni principi che, sulla carta e quasi in tutte le costituzioni sono ritenuti valori e conquiste dell’umanità. Il positivo si scarica sul negativo e viceversa per mantenersi in azione. L’aggressività, la ferocia, tutti gli elementi di spurgo sono sempre là, come indispensabili componenti alle quali non si può rinunciare. Peraltro, nel rapporto tra queste due componenti, amore-odio, sembra che l’istinto di morte sia prevalente, essendo più facile distruggere che costruire (vedasi il carteggio Freud-Einstein). Tutto si lega anche a una stratigrafia della società caratterizzata prima di tutto dai livelli di ricchezza dall’alto dei quali si guarda chi non gode dei benefici, si misurano distanze e vantaggi, si sceglie l’accantonamento dei principi morali, rispetto, solidarietà, giustizia, lavoro, diritti, cultura, pace, fruizione della bellezza ecc. Naturalmente scontata è l’ipocrisia del far credere di essere paladini di ciò che sia meglio per il benessere dell’umanità, con gli annessi livelli di sfruttamento bestiale della manodopera disponibile sul mercato. Lo strumento più efficace è sempre quello propagandistico, attraverso il quale si effettua la manipolazione ideologica e si creano quotidianamente indirizzi, dirottamenti, false verità, menzogne costruite per generare odi o consensi, in pratica gli strumenti del potere e della persistenza politica. Esiste in tutto ciò una dinamica che regola l’evoluzione in stadi, in momenti in cui si costruisce, rispetto a quelli in cui si distrugge? Ovvero esiste una dialettica tipo quella hegeliana, magari reinterpretata da Marx come materialismo dialettico, oppure è la casualità che genera gli eventi e produce il modo di affrontarli? L’eventuale scelta della dialettica non si sottrae al sapore della lettura metafisica, sottintendendo un ciclo che si ripete, si rinnova, si arricchisce: in realtà, a volere restare al “nulla si crea e nulla si distrugge”, non c’è alcun arricchimento, ma una sistematica riproposizione, dove i vichiani “corsi e ricorsi storici” non si svincolano dalla presunzione di esistenza di una Ragione che è logos, linea di svolgimento, dietro cui si può nascondere l’azione della divinità in alternativa alla legge naturale. O, ancor peggio, con il rischio di schierarsi con i fautori del complottismo, ipotizzare l’esistenza di gruppi potenti di uomini che decidono le sorti future del pianeta, che danno indirizzi, direttive precise di guerra e pace, costruzione e vendita di armi, spostamenti strategici delle zone in cui scatenare conflitti o individuare fonti di arricchimento? In pratica, quella dell’umanità è una storia che si svolge secondo i suoi imprevedibili ritmi o è una storia pilotata? Le vicende iniziate con la guerra d’Ucraina sembrano attribuire a Putin la responsabilità di avere scatenato tutti i possibili mostri del male e della violenza, in parte sopiti da un secolo, con l’aggressione armata, fra l’altro verso gente amica e dello stesso ceppo slavo: tutto questo sembra avere generato un effetto a catena, che si è esteso in medio-oriente, in Africa, in Cina (per Formosa) e che minaccia di riconvolgere l’umanità nelle distruzioni di cui si è resa vittima nel passato. Al momento non esistono opzioni di pace e di sospensione delle attività distruttive per affrontare le questioni a tavolino: è il momento dissennato di procedere con le stragi e distruzioni, della voglia di procedere con bandiere, carri armati e armamenti sempre più sofisticati. Purtroppo la cultura di queste interiori pulsioni porta al momento della sosta solo quando ci si trova sull’orlo del baratro, allo stremo, con la chiusura di ogni varco, oppure, se il rapporto tra le forze in campo ha elementi di riequilibrio, con decisioni provvisorie, pause strategiche, studio di condizioni e soluzioni pronte a essere rimesse in discussione in qualsiasi momento. Quindi è inutile affidarsi alla dea ragione. Tutto vale anche quando sono stati sottoscritti alcuni impegni inderogabili, che al momento diventano i bismarckiani “pezzi di carta”. La “società liquida” di Baumann ha la capacità di sciogliere, frammentare, fare sparire qualsiasi presa di posizione, qualsiasi positiva combinazione, qualsiasi principio morale, qualsiasi elemento di salvezza reciproca, lasciando scoperta la mostruosa caratteristica dell’essere umano del farsi male pur di godere del male degli altri. Persino le nobili basi del cristianesimo, dell’”amatevi l’un l’altro”, del rispetto della vita, della solidarietà con chi è più debole, ecc., da sempre predicate ma non attuate, diventano illusioni con cui ci si può permettere cinicamente di giocare, per rivoltarle a proprio uso e consumo secondo l’opportunità e il passaggio del momento favorevole. Non esiste l’uomo del futuro. Almeno quello che ha vissuto sino ad adesso questa fase storica, perché l’uomo non costruisce soltanto, ma passa a distruggere quel che ha costruito, magari per costruire di nuovo la sua precaria torre di Babele in cui cerca uno spazio per una precaria e momentanea esistenza. Nulla di diverso dalla poesia di Quasimodo:

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
l’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
"Andiamo ai campi". E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

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