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Dal 1992 ad oggi sono passati trent’anni. Tre lustri in cui la politica ha fatto tutto ciò che era in suo potere per bloccare le indagini, azzerare le prove e silenziare i magistrati. In più, ha preteso di continuare a rubare impunemente. È questo il bilancio che traccia Piercamillo Davigo, ex magistrato del pool di Mani Pulite e principale relatore del convegno organizzato a Milano dal consigliere regionale della Lombardia Luigi Piccirillo sui 30 anni di Tangentopoli. Evento moderato dal giornalista Gianni Barbacetto e a cui ha partecipato in collegamento Zoom anche Gherardo Colombo, ex collega di Davigo all’epoca di Mani Pulite.
Per capire questi ultimi 30 anni è opportuno partire da un dato. Nel 1992 erano finiti i soldi, come ripete a più riprese Piercamillo Davigo. Non vi era più denaro. Tanto che l’ex premier Giuliano Amato fu costretto a prelevare il sei per mille dai conti correnti degli italiani per riuscire a pagare gli stipendi dei funzionari pubblici. Non vi era più denaro nemmeno per le mazzette. Proprio per questo il sistema è crollato su sé stesso. “Fino a quel momento gli imprenditori continuavano a pagare tangenti senza problemi, poi hanno cominciato a lamentarsi di essere vittime di concussione perché non riuscivano a trasferire il costo della corruzione sulla pubblica amministrazione” - spiega l’ex pm di Mani Pulite.
Nel 1992, quindi, erano finiti i soldi e a distanza di trent’anni continuano a non esserci. Ecco perché il tentativo di restaurazione di quel sistema tangentizio è destinato a fallire. Così come la possibile mangiatoia legata ai fondi del PNRR: “Sono soldi a prestito che prima o poi dovremo restituire. Siamo uno degli Stati più indebitati d’Europa, ma i cittadini sono molto più ricchi rispetto a quelli di molti altri Paesi europei. Quindi il debito pubblico dovrà essere pagato, con le buone o con le cattive. E se lo Stato dovrà mettere mano ai patrimoni degli italiani, qualcuno potrebbe arrabbiarsi” - afferma Piercamillo Davigo.


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L'ex magistrato, Piercamillo Davigo



Dal 1992 ad oggi non è finita la corruzione, ma si è solo ristretto il bottino che i corrotti possono spartirsi. A differenza di allora, però, la magistratura è molto più debole. “Sono trent’anni che la politica cerca di fermare i processi e di azzerare le prove. Dopo è normale che tutti vengano assolti. Io mi meraviglio che qualcuno possa essere ancora condannato in questo Paese” – continua l’ex consigliere del CSM.
Tra le altre cose hanno dimezzato i termini di prescrizione e quasi abrogato il falso in bilancio - ricorda Gherardo Colombo - nel 1992 avevo detto che non era possibile gestire una corruzione sistematica, come quella italiana, attraverso il processo penale. La soluzione che all’epoca avevo proposto prevedeva sconti di pena e l’allontanamento per un breve periodo dalla vita pubblica per chiunque si fosse presentato da noi a raccontare fatti di corruzione di cui ancora non eravamo a conoscenza”. La proposta di Colombo però cadde nel vuoto e ora, trent’anni dopo Tangentopoli, stiamo assistendo ad una vera e propria vendetta della politica nei confronti della magistratura. Ne sono esempio la riforma Cartabia e i referendum proposti dai Radicali e dalla Lega, per i quali non si è raggiunto il quorum nella consultazione del 12 giugno scorso. “C’è distonia tra i problemi reali della giustizia e le proposte che vengono fatte dalla politica per riformare il sistema giudiziario. Ecco perché poi la gente non va a votare al referendum, perché non ci credono più. La Lega ha detto per anni che chiunque entra nel tuo giardino lo puoi abbattere e ora sono favorevoli all’abolizione della custodia cautelare per i reati seriali. Questo vuol dire che se becchi uno in flagrante lo devi arrestare e rilasciare subito dopo” - aggiunge Davigo. D’altronde, è una fake news pensare che l’Italia sia il Paese europeo con il più alto tasso di cittadini in carcerazione preventiva, dato che a differenza del resto d’Europa un detenuto si ritiene ancora in custodia cautelare anche dopo la sentenza di primo grado. Quindi negli ultimi trent’anni non si è cercato di risolvere i veri nodi della giustizia, come la lentezza dei processi, ma si è saturato il dibattito pubblico di finti problemi. Come la separazione delle carriere. “Per esercitare bene le funzioni monocratiche, come quelle del pubblico ministero - sostiene Colombo - è necessario aver svolto per molti anni funzioni collegiali, come aver fatto il giudice di tribunale in situazione collegiale”.


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L'ex magistrato, Gherardo Colombo


Ne è convinto anche Piercamillo Davigo: “Il Consiglio d’Europa ha elogiato il modello italiano ritenendolo il migliore. L’uguaglianza delle parti nel processo è una scemenza. Da nessuna parte il pm e l’avvocato sono uguali. Basti pensare che il pubblico ministero ha il compito di trovare le prove anche a discapito dell’imputato, l’avvocato difensore invece deve difendere il suo assistito anche se sa essere colpevole”.
La spallata della politica alla magistratura è fallita con i cinque referendum sulla giustizia, ma è andato in porto con la riforma Cartabia, approvata in via definitiva dal Senato. L’improcedibilità manderà in fumo tutti quei processi d’appello che non riusciranno ad essere celebrati entro due anni dalla sentenza di primo grado. Una sorta di salvacondotto per una classe politica che, archiviata la stagione di Tangentopoli, vuole mettere in naftalina anche la giustizia. Quando ci tentò il governo Berlusconi attraverso il decreto Biondi nel 1994, insorse la piazza in difesa del pool di Mani Pulite.
Oggi, invece, le piazze sono vuote e la politica ha mano libera contro i magistrati.

Foto © Imagoeconomica

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