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L'incontro con Giuseppe Lombardo, Don Luigi Ciotti, Giorgio Bongiovanni ed Our Voice

Il ricordo di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli agenti delle scorte. La necessità di conoscere per "dare un senso al cambiamento" affinché si possa tornare a respirare il "fresco profumo di libertà". La testimonianza diretta di chi ha speso la propria vita, ognuno nel proprio ruolo, per cercare di dare un nuovo impulso. E' questo il senso dell'incontro che si è tenuto ieri in videocollegamento tra l'Istituto di Istruzione Superiore “Primo Levi” di Torino e l’Istituto di Istruzione Superiore (sez. Liceo Classico ) “Oliveti-Panetta” di Locri.
Un progetto (“Il Gemellaggio continuo…la rete delle Scuole Antimafia”) che non è alla sua prima edizione, fortemente voluto dal professore Salvatore Bova, organizzato in collaborazione con l'Associazione culturale Falcone e Borsellino e con il Patrocinio dell’Assessorato cultura e Pubblica istruzione del Comune di Locri (RC).
Tema dell'incontro, ovviamente, le stragi di mafia dei due magistrati uccisi nel lontano 1992. Ormai trent'anni sono passati e ancora oggi la mafia è presente nel territorio. Per questo sono necessari i giusti strumenti ai ragazzi per poter essere liberi di fare le proprie scelte e schierarsi con determinazione in una "guerra" che, come hanno detto tutti i relatori presenti, "ci coinvolge tutti, a prescindere dal proprio ruolo".
Ospiti di questo incontro, moderato da Salvatore Bova e Marta Capaccioni, il Presidente di Libera don Luigi Ciotti, il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo ed il direttore di ANTIMAFIADuemila Giorgio Bongiovanni. Interventi a cui si è aggiunta anche la rappresentazione artistica di Our Voice, con la recitazione della giovane attrice Elisa Pagano e la testimonianza di Sonia Tabita Bongiovanni, a dimostrazione che proprio dai giovani può partire quella rivoluzione culturale che dovrebbe essere primaria per sconfiggere quelle mafie che esistono da 150 anni.


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Il desiderio di conoscenza
Un impegno costante che è stato testimoniato proprio dalle parole di Don Ciotti, vibranti nell'animo dei tanti giovani presenti nelle due sale.
Da Torino ha ricordato ai ragazzi quella che è stata la propria storia nei territori, con Libera ed il Gruppo Abele. Un movimento, quello di Libera, nato proprio dopo le stragi del 1992.
Il prete ha spiegato come oggi non si possa parlare di fenomeni divisi tra "nord e sud". Ha ricordato che a Torino è stato ucciso il procuratore capo Bruno Caccia già negli anni Ottanta, così come ad Aosta vi fu un tentato omicidio per un altro magistrato.
"La mafia è un problema che ci riguarda tutti - ha proseguito Don Ciotti - e la globalizzazione delle mafie ci deve far riflettere. Il fatto più grave in questo momento è che nella testa degli italiani, e non solo, si sta normalizzando il problema. Si normalizzano l'usura, le ecomafie, le agromafie, il gioco d'azzardo, la droga. Vengono visti come tanti piccoli problemi, ma che in realtà sono connessi. Mafie e corruzione sono parassiti che da dentro mangiano il sistema e ci impoveriscono tutti. Sono un problema serio e se non c'è una rivolta della nostra coscienza e non c'è l'assunzione della nostra parte di responsabilità, come cittadini, poi si perde. E allora il filo è la conoscenza e la cultura ed il recupero delle relazioni". Dopo essersi augurato che la parola antimafia possa andare in quarantena, nel momento in cui "essere contro le mafie non deve essere una carta d'identità da esibire, ma una lotta quotidiana", il Presidente di libera si è rivolto alle giovani generazioni: "Vi auguro il conflitto, il conflitto delle vostre coscienze. Dobbiamo avere coscienze vivaci, consapevoli e impegnate, non assopite e ripiegate su sé stesse. Il conflitto che porti al desiderio di conoscere".


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Salvatore Bova e don Luigi Ciotti


La mafia che non è finita
Il nostro direttore, Giorgio Bongiovanni, ha ricordato come oggi, "grazie all'impegno di magistrati coraggiosi come Nino Di Matteo, Nicola Gratteri, Giuseppe Lombardo ed altri siano emerse tante verità. Oggi c'è la prova che attorno a Capaci e via d'Amelio fossero coinvolti in qualche maniera anche personaggi delle istituzioni, uomini dei servizi segreti che accompagnavano il lavoro dei mafiosi in quelle che son state due operazioni militari micidiali". "A Capaci la macchina è stata quasi colpita in pieno mentre viaggiava ad alta velocità - ha ricordato ancora - Con Falcone e Borsellino si volevano colpire quei magistrati che avrebbero potuto compromettere lo status di vita di un certo potere nel nostro Paese. E in questo contesto la mafia unica si muoveva, diretta da facce di bronzo. Ancora oggi la mafia è forte ed è capace di uccidere. E' forte grazie a quei collegamenti di livello istituzionale e finanziario e con quei vertici del potere che comandano questa Nazione. Una mafia che non solo avvicina la politica ma che si fa politica, come accaduto con Marcello Dell'Utri, condannato definitivo (pena scontata) per concorso esterno in associazione mafiosa e che ha fondato il partito di Forza Italia assieme a Silvio Berlusconi. Ai giovani dico che, purtroppo, come in Europa è in corso una guerra fratricida anche in questo nostro Paese è in corso una guerra: quella contro la mafia che, a differenza di quanto dicono in molti, non è finita". Un dato di fatto, così come ha detto raggiunto dalla stampa, dimostrato "dalla latitanza di Matteo Messina Denaro, il boss corleonese più potente e famoso che non è stato catturato, perché protetto da qualcuno".


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Marta Capaccioni e Giorgio Bongiovanni


Infine ha parlato il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo che ha raccontato quello che è stato il percorso che lo ha portato a voler entrare in magistratura. Un percorso iniziato nel 1993, proprio nell'anno delle cosiddette stragi in Continente: "Passai a San Giovanni in Laterano 20 minuti prima che esplodesse la bomba e arrivai a casa che in linea d'aria era a una distanza di 4 km. Ho sentito un boato pazzesco. A quel punto ho capito che non ci poteva essere altro impegno se non quello di tentare la strada difficile di diventare un uomo delle istituzioni, per proseguire il lavoro di Falcone, Borsellino, di mio padre (anch'egli magistrato, ndr) e altri miei colleghi". Ai giovani presenti ha invitato a "non cercare scorciatoie", "ad essere presenti nelle aule dei tribunali dove è possibile ascoltare con le proprie orecchie ciò che il magistrato ha da dire sul piano investigativo", "che il sangue dei calabresi non è diverso dal sangue degli altri" e che anche la Calabria "ha avuto i suoi morti". "Quando leggete che la 'Ndrangheta non ha ucciso voi dovete dire che è una falsità inaccettabile. La 'Ndrangheta ha ucciso e tornerà a farlo con le armi, ma anche in un modo più evoluto". Secondo Lombardo è possibile un cambiamento "amando ciò che non ci piace" e "partendo dalla considerazione che quello che tocca a noi non può essere delegato agli altri, perché non ci saranno altre persone che verranno a fare quello che siete chiamati a fare voi. Così come hanno fatto Falcone e Borsellino, in Sicilia, rimanendo da siciliani a combattere in quella terra, con un peso ed una maggiore esperienza rispetto ad altri".


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Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo


Formazione, informazione, disinformazione
Lombardo ha poi ricordato quelli che sono i sistemi criminali odierni. Con la 'Ndrangheta che assume "una portata transnazionale ed internazionale, non da ora, ma da oltre 50 anni. Mentre a lungo ci è stato raccontato altro". Il magistrato reggino ha anche ricordato le parole del collaboratore di giustizia Leonardo Messina, uno degli ultimi pentiti sentiti da Paolo Borsellino, che in Commissione parlamentare antimafia disse che "Cosa nostra era unica" e che "c'era un unico sistema criminale con un unico piano politico".
Quindi, sempre parlando con gli studenti, ha espresso il valore di tre concetti cardine. Quello della formazione per cui "è necessario farsi le domande fino in fondo, senza accettare verità di comodo. Evitando qualsiasi forma di complicità o indifferenza".
Quindi i concetti dell'informazione e della disinformazione perché "quando parliamo di lotta alle mafie dovete informarvi, leggere, studiare ed approfondire e non accettare le verità distorte. Un esempio lampante è quello che si è detto della 'Ndrangheta quando ci hanno detto che non vi erano famiglie più importanti di altre e che ogni famiglia era libera di fare quello che riteneva rilevante per il proprio territorio. Non è così. C'erano sovrastrutture. C'erano gli invisibili non noti anche agli stessi uomini di mafia". Infine ha aggiunto: "Noi dobbiamo capire ciò che è accaduto in Italia tra il 1992 ed il 1993. Non è stato nulla di normale. Quegli anni ancora noi ce li portiamo addosso e li porteremo addosso come in un eterno presente. E fino a quando tutta la verità non sarà mai stata ricostruita l'eterno presente resterà. Perché tutto quello che non è ricostruito fino in fondo non è mai passato. E le stragi passato non lo sono ancora".
(Prima pubblicazione: 06-05-2022)

Foto © Roberto Pisana/Pietro Calligaris

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