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ranucci sigfrido c imagoeconomica 0di Lorenzo Frigerio
L’inchiesta di Report dedicata al caso Montante, significativamente intitolata “L’apostolo dell’antimafia”, andata in onda la scorsa settimana, è un lavoro che ha tanto più valore se si pensa al silenzio generale, in particolare della politica, che ha accompagnato la vicenda e si considera il bavaglio messo sull’intera storia, in molti casi, a parecchi giornalisti dalle direzioni di giornali e telegiornali.
Antonello Montante, per chi ancora non lo sapesse, è stato uno dei massimi esponenti di Confindustria, tanto in Sicilia, quanto a livello nazionale: aveva la delega per la legalità ed era stato nominato dal ministro Alfano all’interno dell’Agenzia per l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia.

Il “sistema Montante”
Ora Montante si trova a processo a Caltanissetta e deve rispondere di aver costruito un’associazione per delinquere, finalizzata a rafforzare il suo ruolo e ad avere informazioni sui suoi avversari. Una rete che faceva delle informazioni il proprio capitale e che si alimentava con i contributi riservati che esponenti delle forze dell’ordine e giornalisti conferivano, in cambio di favori di varia natura elargiti da Montante.
L’inchiesta di Paolo Mondani ha ricordato i tentacoli che il “sistema Montante” aveva allungato prima nell’isola e poi a livello nazionale, facendo incetta di nomine istituzionali e associative, di finanziamenti pubblici e privati, di interviste e libri, di pubbliche attestazioni di benemerenza e stima, che volti noti della politica, dello spettacolo, dell’informazione riservavano al maggior rappresentante di una “nouvelle vague” dell’imprenditoria italiana, quella confindustriale, che si fregiava del bollino della legalità.
La realtà, invece, era ben diversa e va riconosciuto a Report di aver evidenziato il marciume che covava sotto la copertina patinata di questo complesso apparato. Il sistema Montante si era, di fatto, trasformato in una sofisticata centrale di spionaggio, grazie all’apporto rilevante di esponenti dei servizi segreti. Montante si giovava di un’aura d’intoccabilità, appunto di una copertina patinata che, occorre dirlo, era stata costruita ad arte proprio con l’apporto di diversi giornalisti che erano parte di quel sistema, in modo diretto o indiretto, ricevendo prebende o favori, in cambio di articoli di cortesia o di silenzi compiacenti.
Purtroppo, in quell’elenco, si trovano tanti nomi di giornalisti stimati, che hanno condiviso con Montante momenti di convivialità di varia natura, che gli hanno chiesto finanziamenti per la produzione di documentari o blog, l’acquisto di copie del loro libro da omaggiare, oppure l’assunzione di una loro compagna o parente. Pratiche che hanno accomunato anche magistrati e funzionari dello Stato, ma non per questo meno gravi. Arriviamo a dire, pratiche ritenute normali in un Paese, come il nostro, dove la corruzione spicciola è come l’aria che respiriamo: quotidiana.
Quel che sappiamo, per retaggio familiare e professionale, è che queste pratiche potranno anche non configurare illeciti sul piano penale, ma sicuramente sono azioni dubbie sul piano etico. E per queste il miglior foro è la propria coscienza.
Ci siamo astenuti, fino ad oggi, tanto dall’affrontare la compromissione di molti colleghi, quanto dal compilare liste di proscrizione del giornalismo italiano, sulla base dell’ordinanza di applicazione di misure cautelari per Montante e altri, che abbiamo bene letto, nella speranza che nessuno si erigesse a giudice dei comportamenti altrui, magari avendo più di uno scheletro nell’armadio.
Purtroppo Report ha scelto una strada diversa, lasciando che fossero fatti alcuni nomi e omessi altri, pensando di separare richieste e comportamenti leciti da richieste e comportamenti illeciti, sulla base della testata di appartenenza. E questo non ci è sembrato appropriato, perché il vecchio adagio “da che pulpito viene la predica” avrebbe dovuto suggerire qualcosa, a chiunque.

E Libera?? “Daje...”
Una caduta di stile è poi venuta dall’attacco a sangue freddo – non troviamo parole diverse per descrivere quello che è avvenuto – portato a Libera, in due passaggi.
Il primo è stato l’utilizzo di alcune parole del presidente onorario di Libera, Gian Carlo Caselli. Richiesto di un parere sull’atteggiamento di Libera relativamente alla vicenda Montante, il magistrato ha utilizzato una metafora per parlare del movimento antimafia, definito “un fiume impetuoso”, che può trascinare a valle anche dei detriti, che però non turbano il corso e il bene fatto. Sull’espressione “detriti”, liquidata velocemente, si è poi imbastita una strumentalizzazione nella prosecuzione del servizio, lasciando così qualche dubbio nel pubblico, dubbi che chi conosce Caselli non ha.
A conferma di ciò Caselli ci ha riferito di aver protestato con la redazione di Report, tanto con Sigfrido Ranucci, quanto con Paolo Mondani, perché la sua dichiarazione, assolutamente generica, era stata – scorrettamente e a sua totale insaputa – inserita in un contesto mai annunziato specificamente riferito a Libera, distorcendone in questo modo significato e portata.
Totalmente infondata è stata anche l’affermazione apodittica della palese sottovalutazione di Libera del fenomeno, che mai invece ha fatto di Montante un paladino, con buona pace di quanto dichiarato nel servizio, non fosse altro per il fatto che, in ventitré anni di attività, Libera ha sempre evitato di costruire miti ed eroi.
Fin qui, ci sarebbe già stato da dire sul percorso che ha portato l’inchiesta a coinvolgere Libera in modo del tutto immotivato, ma c’è dell’altro. Ed è il secondo e ultimo passaggio.
In chiusura di servizio, Sigfrido Ranucci, in studio, si è lanciato in una dura invettiva nei confronti di Libera, giocando sul titolo dato all’inchiesta – appunto “L’apostolo dell’antimafia” – e sul fatto che il presidente di Libera sia un sacerdote: “Che il diavolo possa presentarsi con le sembianze di un angelo avrebbe dovuto saperlo anche un uomo di chiesa, come don Luigi Ciotti, leader di Libera”.
Ranucci ha invitato Libera a guardare alla sorgente limpida da cui è sgorgato il movimento, facendo sentire la sua voce sul caso Montante. Una Libera che è stata dipinta dal conduttore di Report come stanca e infiacchita dal business che ha attratto l’antimafia, che non ha nemmeno ben chiaro quale sia oggi l’avversario, come sia cambiata la mafia.
Giocando anche noi sulle parole, quello sferrato da Report è stato un “montante” sferrato a freddo e da chi non ti aspetti. Il classico esempio di “fuoco amico”.
Qualche dubbio, sull’individuazione del colpevole del sistema Montante nel presunto infiacchimento di Libera, devono averlo avuto anche Ranucci e Mondani se, nella diretta sulla pagina facebook di Report del giorno successivo, hanno dato “un colpo al cerchio e una alla botte”.
Prima hanno detto che Libera non è mai stata in discussione, anzi che ha meritato e merita sostegno, ma poi sono ritornati sulle sue presunte responsabilità, stigmatizzando un atteggiamento “troppo consociativo” e la gestione “insieme a Confindustria” dell’antimafia in Italia negli ultimi dieci anni, portando a casa un risultato che, a dir loro, è stato fallimentare.

“Sveglia, Libera!” è stato l’appello finale dei due giornalisti di Report.

Bum, ecco sferrato il secondo “montante”...

Ventitré anni al servizio del Paese.

Due colpi da ko, due colpi in sequenza capaci di mandare al tappeto? In realtà, due colpi andati a vuoto e vi spieghiamo perché l’affondo contro Libera, oltre a non essere spiegato, è pure immotivato.
Innanzitutto, ci saremmo aspettati un approfondimento giornalistico di Report sul percorso civile che Libera, in oltre vent’anni, ha sviluppato al servizio del Paese: mobilitando associazioni, cittadini, istituzioni, scuole e università, nel segno dell’educazione alla democrazia e alla responsabilità; accompagnando centinaia di familiari delle vittime innocenti delle mafie nella ricerca di verità e giustizia; costituendosi parte civile in alcuni dei processi più importanti per la storia del nostro Paese, come quello sulla trattativa Stato-mafia; facendo del riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati un volano per il contrasto alle mafie sul piano culturale, sociale ed economico; realizzando con Libera Informazione approfondimenti e inchieste che sono state utilizzate da colleghi e testate, spesso senza citare fonti e autori, come nel caso dei report sulle mafie in Lombardia, nel Lazio, in Umbria, in Emilia-Romagna, scritti quando il negazionismo, anche nella categoria giornalistica, era la parola d’ordine.
Nulla di tutto questo: forse perché sarebbe stato poco avvincente da raccontare e la cifra delle inchieste di Report è di altra natura. Una precisa scelta editoriale e giornalistica che rimane legittima, ci mancherebbe.
Detto questo, però, sarebbe auspicabile che nessuno, nemmeno Report, etichettasse oltre due decenni di sacrificio di Libera, anche economico, per l’applicazione di una legge dello Stato, che disciplina l’utilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, con la riduttiva espressione “consociativismo di Stato”.
Ecco, perché cogliamo l’occasione per ribadire alcuni dati che Report evidentemente sembra ignorare.
Libera gestisce direttamente tre beni in tutta Italia.
Le cooperative che usufruiscono del marchio “Libera Terra” sono nove, sono realtà autonome ed hanno con Libera una relazione di evidente e normale collaborazione.
Sono quasi ottocento le realtà che in Italia gestiscono beni confiscati, molte delle quali non aderiscono a Libera.
L’utilizzo dei beni confiscati in tutta Italia ha significato imprenditoria giovanile, servizi sociali, sviluppo di comunità, ma, soprattutto, ha inverato il principio che il crimine non paga, perché “la mafia restituisce il maltolto”.
E allora, come si fa a dire che Libera ha gestito con Confindustria negli ultimi dieci anni l’antimafia in Italia, riportando solo fallimenti?
E ancora, come si fa a non ricordare che Libera fu l’unica a non applaudire alla nomina di Montante, a differenza di altri? Sarebbe bastato consultare la rassegna stampa dell’epoca, per verificare chi approvò la scelta di Alfano e non trovare Libera.
E allora, perché chiedere solo a Libera di esercitare un ruolo di controllo e denuncia, quando ben altri livelli, associativi e istituzionali, hanno tenuto un atteggiamento a dir poco ambiguo?
Report rimane una trasmissione di valore ma, nel caso specifico, ha avuto uno svarione e non da poco, attaccando Libera che pure ha i suoi limiti, ma certo non può essere tacciata di consociativismo, di infiacchimento o di mancata comprensione dei fenomeni mafiosi e corruttivi.
Basti citare solo le due ultime nazionali messe in campo da Libera. Lo scorso febbraio a Roma, con l’ultima edizione di “Contromafiecorruzione” abbiamo approfondito il nuovo panorama delle mafie e della corruzione in Italia. Un quadro che è uscito ulteriormente delineato dalla ricerca “LiberaIdee”, presentata insieme al procuratore antimafia Cafiero De Raho e al presidente dell’ANAC Cantone e i cui risultati si stanno disseminando in tutt’Italia, con un tour che sta attraversando le regioni e si chiuderà nel 2019.
Insomma, il doppio “montante” che Report ha tirato è andato a vuoto, non sortendo danni fisici, ma ha fatto male a quanti hanno sempre pensato che in quella redazione ci fossero alcuni dei frutti migliori della scuola di un grande giornalista della Rai, Roberto Morrione, che ha vissuto la professione secondo regole etiche ben precise.
Infatti, ci siamo chiesti se l’inchiesta sarebbe andata in onda così, comprensiva dell’attacco infondato a Libera, se Morrione – il quale, dopo il lungo cursus honorum in Rai, diede vita a Libera Informazione con Luigi Ciotti – fosse stato ancora tra noi.
Giriamo questa domanda ai tanti allievi di Roberto che sono nella redazione di Report.
Chissà che non si diano la stessa risposta che ci siamo dati noi.

Tratto da: liberainformazione.org

Foto © Imagoeconomica

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