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processo-trattativa-211113di Enza Galluccio - 21 febbraio 2014
Attraverso le amnesie collettive dichiarate, la messa in discussione di prove oggettive come le intercettazioni, gli attacchi costanti di molti media e testate giornalistiche, la condanna a morte per i magistrati da parte di Totò Riina, l’incapacità delle istituzioni di garantire la sicurezza ai Pm e il normale svolgersi delle udienze, assistiamo giorno dopo giorno ai tentativi costanti e malcelati di fermare un  processo  come quello di Palermo, il primo che osi mettere insieme, sul banco degli imputati mafiosi e uomini dello Stato.
Dopo anni d’inchieste, la Procura di Palermo ha prodotto ben centoventi faldoni, sintetizzati al massimo nella “Memoria a sostegno della richiesta di rinvio a Giudizio” firmata e depositata nel luglio 2012, contro 11 imputati: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, Giovanni Brusca, il colonnello dei Carabinieri Giuseppe De Donno, il generale Mario Mori, il generale Antonio Subranni, Marcello Dell’Utri, l’ex ministro Calogero Mannino, l’ex ministro – ex senatore Nicola Mancino, Massimo Ciancimino. Ma oggi assistiamo ancora ad una lotta senza fine affinché quel processo non si celebri, e le verità che potrebbe contenere rimangano per sempre offuscate, nel dubbio e nel silenzio complice.

Quasi tutti gli imputati sono accusati sulla base dell’articolo 338 del codice penale: ”Violenza o minaccia al corpo politico dello Stato”  e proprio su questo capo d’accusa, negli ultimi giorni, sono state poste ulteriori perplessità addirittura dalla Dna, che di tutto si dovrebbe occupare tranne che di disquisire sulla credibilità di un capo d’imputazione relativo ad un processo ancora in corso. Eppure questo è quanto accade, pur con smentite in merito alle critiche sull’operato dei Pm palermitani, da parte del procuratore Roberti,  le parole restano e lasciano traccia indelebile di un ulteriore tentativo per screditare quanto fatto finora.
Ma non è ancora tutto. La novità più inquietante è sicuramente il contenuto del libro “La mafia non ha vinto. Nel labirinto della trattativa”  dello storico Salvatore Lupo e del giurista Giovanni Fiandaca, appena pubblicato.
Già dal luglio 2013, in una conferenza tenutasi in una sala dell’Università degli Studi di Palermo, Fiandaca  aveva provato a smontare il processo sulla trattativa Stato-mafia, attribuendo alla magistratura l’esercizio (o il suo tentativo) di un ruolo politico autonomo. Egli non aveva neanche preso in considerazione gli imputati, ma si era esclusivamente concentrato sulla negazione della necessità di esistenza di quello stesso processo, ritenuto fondato sulla costruzione mediatica di un reato inesistente: la trattativa come atto illecito. In realtà, già da allora, le prime critiche che si erano levate sottolineavano la superficialità di quell’analisi che erroneamente considerava un’accusa diversa da quella riportata negli atti, in cui il ricatto allo Stato diventava invece la parola chiave.  Inoltre, in quella circostanza, il Giurista aveva iniziato a far propria la teoria (decisamente non solo sua, ma molto vicina al pensiero di Giorgio Napolitano) della legittimazione di quanto potesse essere avvenuto, in base ad una ragion di Stato non sindacabile.
Oggi il testo sembra ripartire con insistenza proprio da lì, da quell’abusata ragion di Stato secondo cui le istituzioni furono costrette a trattare per il bene di tutti, sostenendo così un equilibrio di istituzionale  a garanzia della tranquillità degli italiani.
Ancora si insiste sulla mancanza di rilevanza penale di quel ricatto e si omettono spudoratamente gli oggetti di scambio relativi a quel vergognoso trattare. Si parla d’interesse comune, negando di conseguenza il vero scopo di quei patti: salvare la vita di certi politici collusi, ritenuti traditori dalla mafia e per questo minacciati di morte, nell’intento da parte di Cosa Nostra, di ricollocare nuovi accordi vantaggiosi.
Verrebbe da chiedere allo stesso Fiandaca, che c’entrano gli italiani e le istituzioni con un patto talmente scellerato da aver spostato gli obiettivi stragisti dai politici della famosa lista, a magistrati come Falcone e Borsellino, a uomini della scorta come quelli saltati in aria nelle due stragi di Palermo, alla morte di civili ignari ed alla distruzione del patrimonio artistico e culturale italiano delle stragi del ’93 … Ma forse, a queste domande il Giurista e lo Storico preferiscono non rispondere, concentrando ancora una volta l’attenzione dell’opinione pubblica, verso una tanto assurda quanto incomprensibile ragion di Stato che non ci appartiene.

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