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Il Procuratore aggiunto Lombardo è certo: “E' stato intimidito. Oggi ha dichiarato il falso”

Ha negato di esser stato un uomo di 'Ndrangheta e di essere stato membro dell'organizzazione criminale al cui vertice c'erano Saverio Morabito ed i fratelli Sergi di Platì. Più volte si è trincerato dietro ai “non so” e “non ricordo” sui legami della 'Ndrangheta di Platì, sulla descrizione, in un tempo in cui nessuno aveva di fatto parlato di ciò, dei livelli di comando della 'Ndrangheta, non solo sul territorio calabrese, ma anche sul piano nazionale. E poi ancora un sostanziale silenzio sulle alleanze tra le cosche Barbaro, Papalia, Nirta e le relazioni con i De Stefano di Reggio Calabria e i Piromalli di Gioia Tauro, fino alla negazione dell'esistenza di una "Camera masso-mafiosa" (“Che io sappia esisteva la Camera di Lavoro”) in cui venivano definite le strategie su affari ed interessi criminali come il condizionamento di processi a carico degli elementi di primo piano della 'Ndrangheta.
Eppure di tutto questo aveva parlato in un verbale di sessanta pagine, datato maggio 1996.
E' questa la sintesi estrema della non semplice deposizione del collaboratore di giustizia Annunziatino Romeo, cugino e “uomo di fiducia di Saverio Morabito”, nonché “factotum di Rosario Barbaro”, arrestato nel 1990 per traffico di droga in Lombardia, nel processo d'appello 'Ndrangheta stragista.
Imputati sono il boss palermitano Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, ritenuto espressione della cosca Piromalli di Gioia Tauro, condannati entrambi all’ergastolo in primo grado per il duplice omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo.
Nel corso dell'udienza Romeo è persino arrivato a negare di aver mai dichiarato determinate cose ai magistrati, ha detto “di non avere il minimo ricordo di questo verbale” e di “avere dubbi di aver fatto questo verbale” nonostante in quel documento vi sia la sua firma e la sua voce sia stata al tempo fonoregistrata.
A nulla, però, sono valse le contestazioni, per sollecitare la memoria, da parte del magistrato. Così, al termine dell'udienza, il parere di Lombardo è stato lapidario: “Ha dichiarato qui il falso”.
Per dimostrarlo il magistrato ha dovuto ripercorrere, contestazione dopo contestazione, quanto Romeo aveva riferito in passato. 
E così è emerso che nel 1996 il racconto del collaboratore di giustizia era particolarmente ricco di particolari. “A Platì ci sono quattro famiglie - aveva detto all'epoca - rappresentano quattro famiglie ma tutti fanno capo a Barbaro Rosario... Il locale di Platì fa parte di tutta una famiglia. I Trimboli, gli Agresta, i Perra e i Barbaro sono tutti una famiglia. Anche se con cognomi diversi hanno un rappresentante di famiglia”.
E poi ancora aveva parlato di Totò Delfino (preside a Bovalino e fratello del generale Francesco Delfino, ndr) dichiarando che questi aveva rapporti stretti con Rosario Barbaro e che addirittura dava direttive all'interno della 'Ndrangheta di Platì.
Delfino, in base al suo racconto, sarebbe stato un uomo di vertice all'interno dell'organizzazione criminale. “Totò Delfino è uno dei massimi esponenti della politica in Calabria - aveva detto al tempo - e proprio per questo voleva che Platì prendesse una leadership della 'Ndrangheta in tutta la Calabria”. E poi aveva aggiunto: Barbaro Rosario da Massara, Barbaro Giuseppe 'u Nigru', e Papalia Antonio, fratello di Domenico Papalia, sono i vertici della 'Ndrangheta di Platì. Il rappresentante della famiglia dei Papalia è Domenico. E non solo è rappresentante della sua famiglia, è rappresentante nazionale della 'Ndrangheta. Cosa significa? E' il massimo uomo che la 'Ndrangheta ha su tutto il territorio nazionale. L'uomo di prestigio, Domenico Papalia. E' lui il cervello. E suo fratello, Antonio Papalia è il rappresentante di tutta la 'Ndrangheta in Lombardia. Il rappresentante della Lombardia consiste in questo: che tutti i facenti parte della 'Ndrangheta in Lombardia, che commettevano reati in Lombardia, dovevano dar conto ad Antonio Papalia. Questo perché lo ha voluto Domenico”.
E sempre nel verbale del '96 aveva affermato che “il cugino di Paolo De Stefano (l’avvocato, ndr) Domenico Papalia e Totò Delfino sono i tre cervelli della 'Ndrangheta in Calabria”.
Tutti questi elementi, ha ricordato in aula Lombardo, erano “cose che in pochi a quei tempi conoscevano”.
Romeo, che oggi ha “resettato” e “cancellato” ogni dettaglio dai propri ricordi, nel ‘96 aveva svelato anche le alleanze e le dinamiche decisionali. Decisioni che “si prendevano nelle riunioni che avvenivano una volta al mese ad Africo”.


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'Ndrangheta come braccio armato, massoneria come cervello
Ventisei anni fa sempre Romeo aveva parlato anche di figure come don Giovanni Stilo e Antonio Delfino. Di Stilo, parroco di Africo, Romeo aveva dichiarato che insieme al boss Giuseppe Nirta - che “a livello di appoggi politici e in magistratura era molto forte” - “c'erano i massoni e decidevano le strategie”. “La ‘Ndrangheta è il braccio armato, la massoneria e le persone influenti come Totò Delfino sono il cervello. Sono loro che manovrano, la Camera ha il suo tornaconto”.
Nel verbale Romeo aveva raccontato anche dei legami con i Piromalli e di un “filo diretto con i De Stefano”, quando si riferisce ai contatti delle cosche Barbaro e Papalia con gli ambienti giudiziari. Romeo aveva anche riferito di contatti con il Tribunale di Locri attraverso l’intercessione di Delfino. Contatti con la magistratura che avrebbero permesso alle cosche di “aggiustare” alcuni processi.

Interviste e minacce, accertamenti necessari
Durante la deposizione il procuratore Lombardo, rivolgendosi al pentito, ha chiesto in maniera diretta se di recente avesse rilasciato un'intervista ad un emittente televisiva e se fosse stato minacciato. Ma Romeo ha continuato ad essere reticente: “Io non mi ricordo. Non ho visto interviste. Non mi risulta. Ho amici e amiche che fanno i giornalisti, che ci siamo visti e ci vediamo, ma per altri fatti”. Lombardo sul punto ha avvisato che saranno fatti “i dovuti accertamenti per capire se è stato minacciato dalla ‘Ndrangheta di Platì” anche perché in questi mesi è emerso che Romeo “ha rilasciato un’intervista non autorizzata dove ha svelato l’esistenza di un livello superiore e per questo è stato 'invitato' a tacere”.
Una volta chiuso il collegamento il procuratore aggiunto reggino, applicato al processo, è stato anche più specifico con il collegio presieduto da Bruno Muscolo, annunciando che depositerà il materiale a prova del dato alla prossima udienza del 22 giugno: “Noi sappiamo che ha comunicato ai giornalisti di essere stato convocato, dopo la messa in onda dell'intervista, dagli esponenti di vertice della 'Ndrangheta di Platì e che era stato invitato a dimenticare tutto quello che aveva detto”.
Che non sarebbe stata una testimonianza semplice si era capito sin dalle prime domande quando Romeo ha dichiarato con qualche preoccupazione: “Quando io necessitavo di aiuto non c'è stato nessuno ad aiutarmi. Lei (riferito al pm Lombardo, ndr) mi dice di fare lo sforzo. Io faccio lo sforzo, ma sono cose del cervello. Della psicologia. Quando uno si trova male, ed è trattato male, cancella le cose. Probabilmente non uso i termini più adatti, ma è così”. E poi ancora: “Io ho passato un periodo difficilissimo nella mia vita. Anche per colpa, se vuole, dei parenti e dei Morabito. Poi ho avuto dei lutti in famiglia. Io ho cancellato tutto. Ho la mia vita tranquilla. E non ho pensieri di pensare a Morabito o altre cose”.
Per capire cosa è avvenuto, dunque, non resta che attendere. Tornando al processo la Procura generale ha rinunciato alla deposizione del collaboratore di giustizia Schettini, ottenendo l'acquisizione dei verbali da lui rilasciati a novembre 1996.

In foto di copertina: eleaborazione grafica by Paolo Bassani

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