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''Faccia da mostro'' e le stragi, ecco le accuse dei pentiti di 'Ndrangheta

aiello giovanni ucciardonedi Aaron Pettinari
I collaboratori di giustizia, Lo Giudice e Villani parlano anche di una donna
“Nino Lo Giudice mi parlò di ex esponenti delle forze dell’ordine, appartenenti ai servizi segreti deviati, che un uomo deformato in volto, insieme a una donna avevano avuto un ruolo nelle stragi di Falcone e Borsellino”. Sono queste alcune delle parole che il collaboratore di giustizia di 'Ndrangheta, Consolato Villani (picciotto, camorrista, poi santista e quindi vangelista della cosca Lo Giudice) aveva dichiarato quando è stato sentito al processo Capaci bis, nel novembre 2014. In quell'occasione aveva aggiunto: “Per la strage di Capaci erano tutti e due sul posto, insieme a uomini di Cosa nostra. Avevano partecipato alla commissione della strage. L’uomo, mi disse Lo Giudice, era brutto, malvagio, un mercenario, ma la donna non era da meno. Mi disse che questi personaggi erano vicini alla cosca Laudani ed alla cosca catanese di Cosa nostra. L’uomo era coinvolto anche nell’omicidio di un poliziotto in Sicilia”. Quindi aveva parlato anche di un incontro, risalente al 2007-2008, dove vide con i propri occhi l'uomo sfregiato e la donna.
Sul punto Villani è stato sentito dalle Procure di Reggio Calabria e Catania, che assieme a quelle di Palermo e Caltanissetta hanno dei fascicoli aperti per cercare di capire il ruolo avuto in particolare da “faccia da mostro”. Parole, le sue, che diventano fondamentali anche per riscontare le eventuali dichiarazioni dello stesso Nino Lo Giudice, detto il “nano”, oggi pentito ma sulla cui attendibilità vi sono parecchi interrogativi. Lo Giudice infatti dopo aver iniziato il proprio percorso con la giustizia nel 2010, nel giugno 2013 era evaso dalla località protetta in cui si trovava, in provincia di Macerata. Aveva persino inviato a due avvocati un memoriale nel quale ritrattava tutte le sue confessioni. Poi, dopo il nuovo arresto nel novembre dello stesso anno, è tornato a parlare con i magistrati.
Oggi Il Fatto Quotidiano scrive che lo stesso Lo Giudice sta rilasciando dichiarazioni proprio su “Faccia da mostro”, che secondo gli inquirenti potrebbe essere Giovanni Aiello (in foto), il quale avrebbe avuto un ruolo nei principali delitti di mafia degli anni'80, ed anche sulla misteriosa donna che diversi testimoni videro nel 1993, ai tempi delle stragi, in via Fauro e in via Palestro.
Ed è per questo motivo che le dichiarazioni di Villani diventano importanti. Il pentito, ex braccio destro di Nino Lo Giudice, è stato autore degli attentati contro i carabinieri compiuti a Reggio Calabria nel 1993 e nel 1994. “Avevo solo 16 anni. Gli agguati ai carabinieri furono il mio battesimo del fuoco - racconta Villani -. Il primo a dicembre ‘93. Avevo un fucile a canne mozze ma a sparare fu Giuseppe Calabrò con un mitra M12. I carabinieri rimasero illesi e lui mi disse che bisognava riprovarci. Dovevamo uccidere”.
Nel gennaio 1994 i due killer entrano nuovamente in azione sulla Salerno-Reggio, intercettando un'Alfa 75 del Nucleo Radiomobile della Compagnia di Palmi. A bordo vi erano gli appuntati Vincenzo Garofalo e Antonino Fava. I sicari affiancarono la “Gazzella” a pochi chilometri dallo svincolo di Scilla e sparano senza dare scampo ai carabinieri. “A sparare fu Calabrò - racconta ancora il pentito - questa volta per i carabinieri non ci fu niente da fare. Poi andammo alla camera mortuaria per vedere l’opera del nostro agguato. Fui io a rivendicare l’azione con una telefonata. Dissi qualcosa tipo: la festa è appena cominciata”.
Dopo quel duplice omicidio, ancora una volta i carabinieri vengono colpiti. “Li aspettiamo sulla statale - aggiunge Villani - Appena sbucò una pattuglia aprimmo il fuoco tutt’e due. I carabinieri rimasero gravemente feriti. Quando poi ho chiesto spiegazioni Calabrò mi disse che stavamo facendo come la banda della Uno bianca: attaccavamo lo Stato”. Il dato singolare è che  in quel periodo anche Cosa nostra ha i militari nel mirino e solo un caso non fa esplodere l'autobomba allo stadio “Olimpico” di Roma.

I servizi e le stragi
Una volta fatta carriera all'interno del sodalizio criminale Villani entra in confidenza con lo stesso Lo Giudice. “Ero il braccio destro - dice ai magistrati - partecipavo ai summit mafiosi e perfino agli incontri con il capitano Stracuzzi della Dia, che era al servizio della famiglia. C’era solo un posto in cui dovevo aspettarlo fuori: la profumeria di Antonio Cortese (armaiolo di fiducia della cosca ed esecutore degli attentati del 2010 alla procura di Reggio e sotto l'abitazione del procuratore generale Salvatore Di Landro, ndr) a Reggio Calabria. E non capivo perché”.
Lo Giudice gli parlava spesso dei rapporti avuti da lui e dal fratello “con ex poliziotti, gente ferocissima, vicini alla cosca Laudani di Catania. Mi diceva che a confronto con certe entità noi eravamo dei pivelli”. Quindi gli parlava di un uomo “brutto, col viso deformato” e di una donna. Entrambi sarebbero stati legati ai servizi deviati.
Soggetti che lui stesso vide in occasione di uno di quegli incontri alla profumeria di Cortese. “Un giorno ho deciso di entrare - ricorda Villani aggiungendo più particolari rispetto a quanto detto al processo Capaci bis - Mi sono affacciato per pochi secondi. C’erano Nino Lo Giudice e suo fratello Luciano, poi Cortese e due persone sconosciute. Un uomo e una donna. Lui mi colpì per la particolare bruttezza, aveva una malformazione al viso. Lei era carina, di corporatura normale, indossava un tailleur pantalone, aveva i capelli castano chiari, lisci, lunghi fin sulle spalle”. Il pentito avrebbe anche compiuto il riconoscimento fotografico di entrambi.

La “bionda di Gladio” e le foto dell'auto
La donna comparirebbe anche tra gli esponenti di Gladio. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano il suo nome sarebbe presente in un vecchio documento riservato del ministero dell'Interno. Secondo Nino Lo Giudice si tratta di “una guerrigliera, addestrata militarmente a Capo Marrargiu, perfino più pericolosa dell’uomo”.
Su “faccia da mostro” Lo Giudice ricorda che si vantava di essere coinvolto nelle stragi del '92, negli omicidi Agostino, nell'agguato a Ninni Cassarà e perfino nel delitto del piccolo Claudio Domino, bimbo di 11 anni ucciso nel 1986. Un omicidio, quest’ultimo, mai chiarito veramente. Il padre gestiva un'azienda che aveva ricevuto in appalto il servizio di pulizia all'interno dell'aula bunker in cui si svolgeva il maxiprocesso ma la pista mafiosa non fu mai provata. I presunti assassini, componenti di un clan di trafficanti di droga, furono trovati morti qualche tempo dopo l'uccisione di Claudio.
Lo Giudice racconta di aver avuto così paura dei due killer, a cui dava denaro, gioielli e cocaina, tanto da farli pedinare dallo stesso Antonio Cortese mentre si dirigevano, a bordo di una Range Rover scura, a Montauro Lido. Un dettaglio non da poco, sottolinea il quotidiano, se si considera che lo stesso Aiello vive in quel luogo e possiede proprio una Range Rover scura.
Cortese avrebbe anche fotografato i due soggetti e consegnato le immagini allo stesso Lo Giudice che, a fine 2012, quando ancora non aveva ritrattato nulla delle proprie dichiarazioni, aveva promesso gli scatti al procuratore della Dna Gianfranco Donadio. Foto che ora potrebbero tornare d'attualità nelle nuove indagini delle Procure calabresi e siciliane.

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