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Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia: negazioni e rivisitazioni

mori obinu ciancimino berl dellutridi Lorenzo Baldo
Nuove dichiarazioni spontanee di Mario Mori e Giuseppe De Donno al processo Trattativa

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Eccoci ancora ad ascoltare le nuove dichiarazioni spontanee di due imputati eccellenti al processo sul patto tra mafia e Stato: Mario Mori e Giuseppe De Donno. Tra le tante negazioni e rivisitazioni dei fatti ci si può limitare a commentare il loro solito refrain sulla posticipazione della data del primo incontro tra l'ex ufficiale del Ros e Vito Ciancimino. In aula Mori ribadisce che gli incontri tra lui e l'ex sindaco di Palermo furono in tutto quattro e si svolsero, dopo alcuni contatti avviati dall'ex capitano De Donno, tra il 5 agosto e il 18 ottobre 1992. E' evidente che il generalissimo vuole evitare di ammettere di aver intrapreso quella trattativa a cavallo delle stragi di Capaci e Via D'Amelio. Al di là della testimonianza di Massimo Ciancimino che, diversamente, afferma che il primo incontro tra il padre e lo stesso Mori avvenne prima della strage di via D'Amelio, basta rileggere le recenti motivazioni delle sentenze di primo e secondo grado al processo Tagliavia per la strage di via dei Georgofili.
Secondo la Corte di Assise di Firenze presieduta da Nicola Pisano (sentenza depositata a marzo 2012) lo Stato avviò una trattativa con Cosa Nostra, una trattativa che “indubbiamente ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un 'do ut des' per interrompere la strategia stragista di Cosa Nostra”. “L'iniziativa - scrivevano i giudici - fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia”. Nella sentenza si leggeva infatti che “l'obiettivo che ci si prefiggeva, quantomeno al suo avvio, era di trovare un terreno d'intesa con ‘Cosa Nostra’ per far cessare la sequenza delle stragi”. Secondo i magistrati fiorentini, “è verosimile che tutti gli apparati, ufficiali e segreti, dello Stato temessero sommamente altri devastanti attentati dopo quello di Capaci, nella consapevolezza che in quel momento non si sarebbe saputo come prevenirli... si brancolava abbastanza nel buio, soprattutto sul piano dell'intelligence”. La trattativa, iniziata dopo Capaci, si sarebbe ben presto interrotta con l'attentato di via D'Amelio “forse per una sorta di ritirata di chi la conduceva (certamente il colonnello Mori, forse i livelli superiori degli apparati istituzionali) di fronte al persistere del programma stragista, laddove la trattativa avrebbe richiesto quantomeno un armistizio. Proprio per queste ragioni, l'uccisione di Borsellino resta nelle motivazioni e nella tempistica una variante anomala”.
Dello stesso tenore la motivazione della sentenza d'Appello, depositata lo scorso 20 maggio (Corte presieduta dal giudice Luciana Cicerchia). "Complessa e non definitiva", si legge nelle motivazioni, è la conclusione "alla quale si può pervenire nei limiti del presente processo" sull'individuazione "dei termini e dello stato raggiunto dalla c.d trattativa, la cui esistenza, comprovata dall’avvio poi interrotto di iniziali contatti emersi tra rappresentanti politici locali e delle istituzioni e vertici mafiosi, è però logicamente postulata dalla stessa prosecuzione della strategia stragista: il ricatto - spiegano i giudici - non avrebbe difatti senso alcuno se non fosse scaturita la percezione e la riconoscibilità degli obbiettivi verso la presunta controparte". Ovvero, precisano: "la pressione e le retrostanti pretese" dovevano essere "chiaramente comprese dagli interlocutori".
"Si può dunque considerare provato - si legge ancora - che dopo la prima fase della c.d. trattativa, avviata dopo la strage di Capaci, peraltro su iniziativa esplorativa di provenienza istituzionale (cap. De Donno e successivamente Mori e Ciancimino), arenatasi dopo l’attentato di via D’Amelio, la strategia stragista proseguì alimentata dalla convinzione che lo Stato avrebbe compreso la natura dell’obbiettivo del ricatto proprio perché vi era stata quella interruzione". In quella sentenza i giudici si soffermavano ugualmente sull'episodio descritto dal pentito Gaspare Spatuzza relativo al noto incontro al bar Doney a Roma (gennaio '94) con Giuseppe Graviano, quando il boss di Brancaccio fece i nomi di Berlusconi e Dell’Utri dicendo che “grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani”. "Giuseppe Graviano mi dice - sono le parole di Spatuzza - che l'attentato contro i carabinieri (programmato allo Stadio Olimpico di Roma il 22 gennaio '94, poi fallito, ndr) si deve fare perché con questo gli dobbiamo dare il colpo di grazia". "Spatuzza - scrivono i giudici - spiegava poi cosa fosse il 'colpo di grazia' rilevando che non si trattava di trattativa ma 'siamo sempre lì', cioé 'c'è una cosa in piedi e ne avremo dei benefici'", ribadendo poi il pentito di aver appreso che "ci sono questi due nomi che mi sono stati riferiti di Berlusconi e Dell'Utri; quindi a questo punto sono loro gli interlocutori" oltre al fatto che Graviano gli disse che "l'attentato doveva servire a 'dare una mossa' e chi doveva capire avrebbe capito". Una scelta, quella di colpire l'Arma dei Carabinieri, sostengono i giudici, che "avrebbe dovuto essere eloquente per i destinatari del messaggio, visto che proprio alcuni suoi rappresentanti si erano infruttuosamente esposti sul fronte delle iniziali trattative, avviate da De Donno e Mori".

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