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Processo Capaci bis

''La strage di Capaci frutto della furia di Riina''(?)

riina capaci effAl processo “bis” iniziata la requisitoria
di Aaron Pettinari e Francesca Mondin
“Con la conclusione delle indagini e con il processo non intendiamo mettere in discussione gli approdi a cui si è pervenuto con le precedenti inchieste. Anzi diciamo subito che queste costituiscono il presupposto e l'ossatura della nuova indagine”. E' così che il pm nisseno Onelio Dodero, presente in aula assieme al collega Stefano Luciani, dà inizio alla requisitoria nel nuovo processo per la strage di Capaci, in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, in corso davanti alla Corte d'Assise di Caltanissetta. Un processo questo, dove ad essere imputati sono Salvo Madonia,Vittorio Tutino, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo e Lorenzo Tinnirello, che ha preso impulso dalle dichiarazioni dei pentiti Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina e che ha portato all'accertamento di ulteriori responsabilità. “Abbiamo affinato la cronologia dei fatti – afferma il pm rivolgendosi alla corte presieduta da Antonio Balsamo – possiamo dire con certezza che l'organizzazione della fase esecutiva per Capaci prese il via il 4 marzo 1992 sviluppandosi nell'arco di due mesi e mezzo. Poi, grazie a Spatuzza e all'esame del traffico telefonico delle sue utenze, abbiamo individuato la cronologia per i conferimenti della sostanza esplosiva e, soprattutto, abbiamo dissolto il velo d'ombra che ha avvolto per oltre vent'anni alcuni personaggi del mandamento mafioso di Brancaccio o ad esso vicini come Cosimo D'Amato, il pescatore di Porticello che poi ha deciso di intraprendere una collaborazione con la giustizia. Un fatto sicuramente dirompente”. L'accusa ritiene quindi di aver dimostrato, nel corso del dibattimento, il coinvolgimento del gruppo di fuoco di Brancaccio per quella fase esecutiva della strage che riguardava il reperimento e la lavorazione della sostanza esplosiva utilizzata nell' “Attentatuni”. Un coinvolgimento, quello del mandamento guidato dai fratelli Graviano, che si è poi perpetrato anche nelle successive stragi del 1993 e del 1994.

L'esplosivo e quel “filo rosso” che lega le stragi
Parlando dell'esplosivo utilizzato Dodero spiega che “è assodato l'utilizzo di esplosivi di uso militare e civile, in maggioranza tritolo, T4, nitrato d'ammonio, nitroglicerina, pentrite e altre sostanze rinvenute anche sui luoghi delle altre stragi commesse da Cosa Nostra tra il '92 e il '94, ovvero via d'Amelio, quelle di Firenze, Roma, Milano, ed anche i falliti attentati di via Fauro, dell'Olimpico e quello che doveva portare alla morte il pentito Contorno”. “Questo – aggiunge - dimostra l'unitarietà della strategia mafioso-terroristica di Cosa Nostra. E sappiamo, grazie ai collaboratori di giustizia e anche alle registrazioni dei colloqui di Riina in carcere che l'esplosivo militare proveniva dai residuati bellici rimasti impigliati nelle reti che i pescatori usavano per la pesca a strascico”. Sulla vicenda è “dirompente” il valore delle dichiarazioni di Cosimo D'Amato, il pescatore che ha deciso di pentirsi, con cui si arriva alla conclusione che “l’esplosivo è di chiara matrice militare proveniente dagli ordigni residuati bellici della seconda guerra mondiale rivenuti da pescatori di Ponticello”.
Sempre nell'introduzione il pm aggiunge anche che “la composizione e modalità d’innesco della carica esplosiva rappresentano uno dei capitoli più tormentati e, ad oltre ventenni dall’evento, questa indagine cerca di dare risposte plausibili a quesiti che da sempre paventano inquietanti scenari su Capaci”.
Centrale nella requisitoria dei pm è infatti la ricostruzione delle diverse consulenze, succedutesi dal 1992 fino ai giorni nostri, riguardo le componenti (e la forma in cui si presentavano) dell’esplosivo utilizzato nella strage, e le rispettive ipotesi sulla ricostruzione dell’attentato che emergevano di volta in volta. “La ricostruzioni dell’attentato di Capaci ha rappresentato e ancora oggi rappresenta un infinito cimento costellato da decine di consulenze tecniche e di accertamenti - specifica Dodero - solo una visione unitaria può consentire di cogliere il panorama e nel panorama il particolare.”
Sebbene le prime ipotesi fatte dai consulenti nel ’92 a fatto appena accaduto “non fossero lontane dal vero come le successivi acquisizioni probatorie dimostrarono” il pm prosegue la requisitoria rappresentando le difficoltà e la sostanziale impreparazione dell’epoca nel gestire fatti così gravi ed inaspettati: “Basta vedere filmati televisivi dell’epoca per avere chiaro l’inquinamento della scena del crimine e l’enorme difficoltà di effettuare un sopralluogo e il campionamento casuale”.
Secondo la ricostruzione offerta da Dodero, quindi, prima che alcuni boss iniziassero a pentirsi, i consulenti avevano commesso anche qualche errore. Ad esempio avevano ipotizzato che dalle sostanze rilevate l’esplosivo fosse formato da tritolo in saponette, a cui si aggiungeva un esplosivo al plastico composto da T4 tutto assieme ad un esplosivo gelatinoso. Invece “dalle dichiarazioni dei pentiti si ebbe conferma che erano state impiegate principalmente due tipologie di esplosivo, uno da cava, procurato da Giovanni Brusca e composto certamente da nitrato d’ammonio e un altro esplosivo farinoso riferibile a tritolo e T4”.
Solo con le dichiarazioni dei pentiti ed i successivi ritrovamenti di esplosivo nascosti nei covi più disparati è stato possibile “aggiustare il tiro”. “Di fatto – spiega il pm - il nastro dell'inchiesta era ancora in movimento e non era possibile giungere ad una conclusione certa”.

L'apporto delle parole di Riina
Secondo l'accusa, infatti, come in una pellicola nel corso degli anni si sono aggiunti ulteriori tasselli, l'ultimo dei quali è stato raggiunto con le dichiarazioni di Totò Riina, intercettato nel carcere Opera di Milano mentre, durante l'ora d'aria, fa delle confidenze al suo compagno di detenzione, Alberto Lorusso. “Riina fa delle affermazioni assolutamente spontanee e veritiere perché è inconsapevole di essere registrato - ricorda il pm – e di Falcone dice di avergli fatto fare 'la fine del tonno' (parole usate anche per alludere al progetto di attentato nei confronti del pm di Palermo Nino Di Matteo, ndr). 'Voleva vedere la mattanza e non si aspettava che c'era la morte per lui' dice Riina. Parole terribili. Ma oltre a questo racconta di aver reperito l'esplosivo per la strage proprio in mare”.

La premura di Riina oltre i concorrenti esterni
Il tema del possibile coinvolgimento di soggetti esterni a Cosa nostra viene solo sfiorato dai pm nisseni che al momento sono più portati ad escludere una tale possibilità. “Nel processo – dice Dodero - quello che non è provato non esiste e non possiamo inserire, a differenza degli storici, ipotesi e suggestioni. Noi accettiamo la sfida di questo processo sulle sostanze utilizzate, sulla provenienza dell'esplosivo, sulle modalità dell'innesco, sull'improponibilità dell'eventuale rafforzamento successivo della carica, sul fatto che solo una suggestione può far dire che il congegno di innesco, così come è stato costruito, non avrebbe funzionato. Le prove non ci dicono questo”. In particolare, secondo i pm nisseni, è da escludere che il tritolo utilizzato nell'attentato fosse stato fornito da altri soggetti (dalla 'Ndrangheta ai servizi segreti deviati, ndr) anche se “su questo la partita non è chiusa perché non sosteniamo che tutti i responsabili della strage siano stati individuati, ma che alcuni di questi siano stati trovati. Potrebbero condividere la responsabilità altri mafiosi, ed anche esponenti infedeli delle istituzioni, ma qui vale solo la prova e come abbiamo detto in precedenza quello che è provato non esiste nel processo. Le altrui responsabilità potranno entrare nel processo solo se idonee a influire risolutivamente nell'accusa dei nostri imputati, ovvero affinché dimostri la loro innocenza ed estraneità sulla strage di Capaci”.

L'incarico a Brusca per una strage “non a regola d’arte”
“Nonostante i rilevamenti di tutte le stragi dimostrino come le sostanze dell'esplosivo siano le medesime – sostiene il pm – Su Capaci si è suscitato un certo allarme, ancora non sopito, sul possibile coinvolgimento di soggetti esterni a Cosa nostra coinvolti nella preparazione dell'attentato. Ma l'attentato di Capaci non fu fatto a regola d'arte ed è stato eseguito in maniera assolutamente artigianale”. “Anche questa ricostruzione – prosegue - è stata letta come un tentativo di depistaggio da parte di soggetti esterni a Cosa Nostra per non far capire che c'erano altre mani dietro la strage, ma gli elementi che abbiamo raccolto ci dicono che l'attentato fu eseguito di fretta perché Riina aveva premura di portare a termine il progetto dopo che non erano andati in porto i tentativi di eseguire l'omicidio di Falcone a Roma e poiché non si concludeva affidò l'incarico a Giovanni Brusca. Perché aveva premura? Perché aveva perso il potere, non era più credibile e quindi doveva essere un attentato eclatante”.
Quindi il pm conclude il primo giorno di requisitoria analizzando quanto raccontato dai pentiti Brusca e Gioacchino La Barbera in merito al reperimento dell'esplosivo. Elementi che erano stati messi in discussione. “Infatti – ricorda i pm - dopo la collaborazione di La Barbera si sostenne che estrarre il tritolo da ordigni bellici sarebbe stato un alto rischio e quindi si disse che i collaboratori non erano credibili”. Tuttavia si è dimostrato che quell'operazione, seppur rischiosa, era sicuramente possibile. A raccontarlo secondo il pm è la storia stessa quando, nel marzo '93, la Guardia di Finanza sequestrò del tritolo macinato nel peschereccio “Stella Maris”. “Quel tritolo veniva macinato dai pescatori - conclude Dodero – ed è la dimostrazione che quell'operazione si faceva anche se rischiosa e che La Barbera aveva ragione”.
Per il proseguo della requisitoria il processo è stato infine rinviato al prossimo 8 aprile.

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