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Processo Capaci bis

Brusca: “Io il dominus per la strage di Capaci su mandato di Riina”

brusca giovanni cdi Aaron Pettinari - 24 novembre 2014
Lunga deposizione del pentito al processo bis, in trasferta al carcere Rebibbia
“Persone fuori Cosa nostra hanno partecipato la strage? Per quanto mi riguarda il dominus su Capaci ero io”. E' una deposizione fiume quella del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, l'uomo che schiacciò il pulsante del telecomando dando l'impulso alla bomba che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo ed i tre agenti di scorta lungo l'autostrada Palermo-Mazara del Vallo. Il pentito, presente in aula al bunker di Rebibbia dove in questa settimana verrà celebrato in trasferta il processo, ha parlato dei tutte le fasi di preparazione dell'attentato escludendo il coinvolgimento di soggetti esterni nelle varie fasi. “Né durante le fasi di preparazione né in quelle di esecuzione ricordo persone estranee a Cosa nostra” ha detto Brusca in maniera categoria parlando della preparazione dell'esplosivo che si svolse in parte “nella villetta di Antonino Troia dove caricammo 13 bidoncini di esplosivo”. “Inizialmente - ha aggiunto Brusca - avevamo pochi bidoncini a nostra disposizione. Erano pochi, non bastavano. Ferrante è andato quindi a comprarne altri. Nella villetta di Troia si svolsero le operazioni di travaso degli esplosivi”. Il commando misurò anche la lunghezza del canale di scolo del cunicolo sotto l'autostrada da dove sarebbe transitato il giudice Falcone. “L'abbiamo misurata attraverso una corda. E' stato semplicissimo”.

L'attentatuni
Con la voce a tratti tremolante, l'ex capomafia di San Giuseppe Jato ha ricordato il momento decisivo della strage: “Assieme ad Antonino Gioé ero appostato sulla montagna aspettando che passasse il corteo delle auto di scorta. Ad un certo punto Gioé, che aveva il binocolo, mi disse 'Vai, vai vai', Antonino me lo disse tre volte che potevo schiacciare il telecomando, quando arrivò il corteo con il giudice Giovanni Falcone. Non so perché ma non schiacciai subito il telecomando. C'era qualcosa che mi diceva di non farlo. Subito dopo l'esplosione mi venne a prendere Gioacchino La Barbera. Mi disse che avevamo fatto una crudeltà, sentendo i commenti della gente. Avevamo ucciso il giudice Giovanni Falcone”.

La preparazione della strage
“In base alle prove che abbiamo fatto, eravamo certi della riuscita dell'attentato. Non c'è stata nessuna sorpresa – ha aggiunto Brusca rispondendo alle domande dei pm Onelio Dodero e Stefano Luciani - Per tre settimane avevamo fatto appostamenti. Era tutto organizzato Ganci e Cancemi dovevano osservare le auto partire dalla casa. Ferrante all'aeroporto ci avrebbe confermato l'arrivo di Falcone. La Barbera, in macchina, doveva darci la velocità del corteo. Avevamo lasciato un frigorifero per individuare il momento per dare l'impulso. Ci accorgemmo a vista d'occhio che il corteo era improvvisamente rallentato”. In base ai programmi iniziali a premere il pulsante in quel 23 maggio del 1992 sarebbe dovuto essere Pietro Rampulla. “Quel giorno ebbe un problema familiare. Mi chiese se era un problema ma gli dissi che poteva anche non venire. Io ero in grado di fare tutto. Sarebbe stato lui solo per 'ospitalità' perché l'avevamo chiamato apposta per quella strage”. Brusca ha anche confermato che durante le fasi di caricamento del tunnel di scolo che passava sotto l'autostrada di Capaci erano stati utilizzati torce e guanti, un dato importante considerato che dalle analisi compiute ad anni di distanza è stata rinvenuta un'impronta su una torcia, rinvenuta a 63 metri dal cratere porta con le impronte del boss Salvatore Biondino. “Da quel che so c'era chi aveva il compito di far sparire tutto. Dopo le operazioni di travaso dell'esplosivo ad esempio Troia fece un gran falò. Però non so se queste cose poi erano state fatte sparire”.

Riina e l'esplosivo per la guerra allo Stato
“Eravamo nel momento storico delle stragi. Riina che avevamo una disponibilità di esplosivo tale che si poteva fare la guerra allo Stato. Mi disse che l'avevano i picciotti, riferendosi ai Graviano”. Il pentito ha raccontato tutte le fasi di raccolta dell'esplosivo. “Avevamo più forniture. Oltre a quello recuperato dalla cava Inco, c'era quello portato da Biondino, io non ho mai visto Giuseppe Graviano portarmi il tritolo. Di questo esplosivo mi parlò anche Riina dicendo che proveniva dai pescatori”. Prima della strage vennero effettuate diverse prove sia per verificare la capacità distruttiva dell'esplosivo che la velocità di trasmissione dell'impulso. “Per stabilire il luogo in cui colpire mi confrontai anche con Pietro Rampulla e lo stesso Piediscalzi – ha ricordato Brusca - Loro mi spiegarono che l'ideale era utilizzare l'esplosivo in luoghi particolarmente stretti. Delle prove vennero fatte in contrada Rebottone e in quell'occasione portò dell'esplosivo anche Gioé. Era quello avanzato da un attentato alle sedi della Dc. Per Capaci avevamo comunque un certo quantitativo di esplosivo. Quello della Inco doveva essere utilizzato anche per uccidere Pietro Grasso nell'autunno del 1992. Riina mi disse che questo doveva essere un colpetto per convincere quelli che si erano fatti sotto”. Per quanto riguarda l'attentato al giudice Falcone Brusca ha raccontato che fu deciso di “preparare l'attentato a Giovanni Falcone a Capaci, in autostrada perché farlo a Palermo avrebbe potuto comportare il rischio di uccidere vittime innocenti. Inizialmente in alternativa al cavalcavia pedonale sull'autostrada si pensò di fare l'attentato mettendo l'esplosivo in alcuni cassonetti della spazzatura nei pressi dell'abitazione del magistrato”.

Falcone, nemico numero uno
“Subito dopo la sentenza del maxiprocesso, Cosa nostra decise di fare pulizia. A lamentarsi per gli ergastoli che vennero inflitti non furono solo alcuni condannati ma anche Totò Riina, il quale prima di prendere qualsiasi decisione voleva attendere l'esito della Cassazione. Dopo la sentenza del maxi processo c’erano due progetti di attentato a Falcone. Uno su Roma e l’altro su Palermo. Del primo erano incaricati Matteo Messina Denaro, Sinacori, Spatuzza ed altri e da quello che so era previsto per con armi convenzionali. Poi su Palermo c’era un progetto per l’utilizzo dell’esplosivo”. A parlarne è Giovanni Brusca, il collaboratore di giustizia di San Giuseppe Jato che fu protagonista della strage di Capaci premendo il pulsante che uccise Falcone, la moglie e gli agenti di scorta. “Avevamo già fatto attentati di questo tipo con Chinnici, Carlo Palermo e nel ’91 contro il clan dei Greco - prosegue Brusca - Avevamo esperienza. C’erano stati anche degli attentati dimostrativi contro le sedi della democrazia cristiana tra la morte di Lima e la strage di Capaci. L’idea di questi ultimi attentati Biondino mi diceva che erano fatti per far comparire questi attentati come se fosse un fattore politico e non di Cosa nostra. Doveva essere un qualcosa per creare confusione, quasi un depistaggio. Era la prima volta che Riina consentiva questo tipo di attentato. Io mi adoperai per Morreale e Messina, i Graviano a Misilmeri e Biondino presso Isola delle Femmine”. Tornando sull’attentato a Falcone Brusca ha aggiunto: “Mi diedero la priorità per quella strage dicendomi di spicciarmi su quello che dovevo fare. Falcone era un nostro nemico dichiarato e dal 1983, dopo Chinnici, c’erano progetti di attentato nei suoi confronti. In quell'anno pedinai Falcone e iniziai a studiarne le abitudini, ma poi il progetto fu sospeso”. L'ex boss ha rivelato inoltre che una delle opzioni al vaglio dei boss per l'eliminazione del magistrato “era quella di imbottire un vespone di tritolo da far saltare poi al tribunale al passaggio di Falcone. Poi ho saputo, nell'87, di un progetto per colpire Falcone, era stato preparato un bazooka, mi raccontò Di Maggio, ma l'idea non fu portata a termine. Quando Riina mi diede l’incarico di occuparmi di Falcone nel 1992 io entrai in contatto con il gruppo di Biondino, Raffaele Ganci e Totò Cancemi. Il primo mi parlò dell’idea di utilizzare un sottopasso. Gli altri due mi parlarono di un cassonetto vicino l’abitazione del magistrato. Io però potevo scegliere. L’esplosivo usato? Riina sapeva che io avevo in disponibilità quello della cava Inco di Camporeale. Lo usammo anche per altri attentati”.

La riunione di Natale
“In occasione del maxiprocesso, volevamo l'assoluzione di tutti. Volevamo l'immunità, ma - ha aggiunto il pentito Giovanni Brusca, detto ”il Verro” (il porco) - C'era già sentore che le cose, non sarebbero andate per il verso giusto. Non era stata trovata nessuna via per raggiungere uno dei componenti della Corte. Le sensazioni vennero poi confermate dalla sentenza”. L'ex boss di San Giuseppe Jato, si è poi soffermato sulle riunioni della commissione di Cosa nostra svoltisi agli inizi degli anni '90: Sono certo di aver preso parte a tre riunioni plenarie della Commissione, svoltisi fra il '90 ed il '91. Ho partecipato alla riunione degli auguri di Natale, a quella sulla spartizione dei lavori pubblici e quella sull'assalto ai tir”. Il pentito ha ricordato che "non c'era bisogno di fare i nomi" della lista di personalità da uccidere, perché “era sottinteso che Giovanni Falcone era il numero uno e lo sapevano pure i gatti che dovevamo ucciderlo. Io stesso lo seguivo dal 1981 e per me, come per tutti gli altri, era scontato”. L'ex boss di San Giuseppe Jato, poi, ha proseguito: "In quella riunione si parlò della strategia politica, di quello che doveva fare Cosa nostra”. Brusca ha anche ribadito di non sapere nulla dell'omicidio del giudice Antonino Scopelliti, avvenuto nell'agosto del '91. Al di là dello stretto di Messina - ha spiegato l'ex boss - ognuno può fare quello che vuole”.

L'incontro con Rita Borsellino
In apertura di deposizione Brusca ha anche raccontato del suo incontro con Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso in via d'Amelio nel luglio 1992. “Il giorno che incontrai Rita Borsellino, nel 2007, fu uno dei giorni più belli della mia vita. Compresi il grande sforzo che questa donna aveva fatto per vedere da vicino uno dei carnefici di suo fratello, anche se non ho partecipato materialmente all’attentato”. “C’erano alcuni particolari a cui io non avevo dato peso – ha proseguito - Quando Rita Borsellino mi chiese un incontro a quattr’occhi io diedi la mia disponibilità ma non ci vedemmo più. Mi chiesi perché e probabilmente era perché c’era un’indagine su di me per cui poi sono stato assolto. Io comunque parlai con i magistrati. A quel tempo proiettavano spesso l’intervista di Paolo Borsellino con i due giornalisti francesi in cui parlò di Dell’Utri e Berlusconi. Io dissi che da quello che sapevo non era quello il motivo per cui il giudice fu ucciso. A me Riina fece i nomi di Dell’Utri e Mangano ma mi disse che non era interessato a quella cosa”. L'udienza si è conclusa con le dichiarazioni spontanee dell'imputato Salvino Madonia, difeso dall'avvocato Sinatra, che ha chiesto un confronto con lo stesso Brusca: “Ha detto un mucchio di farneticazioni. Sono vent'anni che ascolto questi pentiti ma io mi devo difendere. Nessuno di loro dice che ho partecipato alle riunioni di commissione. Dicono sempre che sostituivo mio fratello Antonino o mio padre Francesco. Mi tirano dentro vent'anni dopo ma le collaborazioni iniziano prima, per Brusca, per Giuffré per Cancemi. Ora mi trovo indagato per l'Addaura, imputato per Capaci e via d'Amelio. E poi come fa Brusca a non ricordare le cose che dice Giuffré che per la riunione di Natale parla di gelo. E' la riunione dove si decide la morte di Falcone e Borsellino e di altri e loro dicono cose diverse”. Il processo riprenderà domani mattina con gli interrogatori di Gioacchino La Barbera e Mario Santo Di Matteo.

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