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E sulle carceri: “Riscriviamo regole per restituire dignità ai detenuti”

La riforma della giustizia della ministra Marta Cartabia che prevede, tra le varie cose, meno carcere e più pene alternative alla detenzione, nonché l’estensione del novero dei reati per cui è possibile chiedere la messa alla prova con sospensione del processo, è ritenuta inadeguata per molti dei magistrati antimafia. Dopo i duri commenti di Alfonso Sabella e Nicola Gratteri anche Sebastiano Ardita ha messo in guardia sui rischi della riforma da poco passata in Consiglio dei Ministri. Il consigliere togato del Csm, intervistato da Il Fatto Quotidiano, ha parlato di “deriva burocratica” e addirittura “deriva criminogena” in merito al sistema giuridico che di per sé la riforma propone sulla falsa riga di quello britannico. A detta di Ardita l’Italia "è assolutamente impreparata" ad affrontare la sfida di separare “la penalità dal carcere come avviene in tutti i paesi moderni che hanno rinunciato alla dimensione puramente afflittiva della pena”. Questo perché, ha spiegato il magistrato catanese, “per la probation non basta la previsione di un articolato normativo, ma occorre un apparato di uomini preparati allo scopo e di mezzi, altrimenti diviene lo strumento di una ulteriore elusione della pena. Nei Paesi in cui si applica massivamente la messa alla prova e la pena alternativa, c’è anche un “probation office” che lavora e illumina gli occhi del giudice che decide. Ogni mattina chi è messo alla prova riceve la visita di chi è chiamato a verificare se lavora, se fa uso di sostanze, come si comporta in famiglia. E durante la giornata può ricevere controlli per capire chi frequenta. Solo con queste condizioni di cautela - ha spiegato - si può fare in modo che chi poteva stare in carcere sia libero, con un vantaggio per la società. Altrimenti rischiamo la deriva burocratica, direi quasi una deriva criminogena: basterà un contratto di lavoro, anche falso, e un colloquio semestrale con l’assistente sociale per continuare a commettere reati. Ed il sistema penale continuerà a sprofondare…”. In merito alla possibilità di ricorrere all’istituto della messa alla prova anche ai reati puniti con pene fino a sei anni di carcere Ardita ha detto che “potrebbe non essere un tetto alto se i controlli funzionassero. Noi - ha aggiunto - abbiamo un corpo di polizia penitenziaria che da anni attende una nuova riforma. Con una attività di formazione intensiva in poco tempo potrebbe essere in grado di reggere la sfida di rendere efficienti probation e pene alternative”. In questo contesto però, ha osservato Ardita, le fattispecie di reato come l’associazione a delinquere devono riservare un altro trattamento. “La criminalità organizzata fa sempre storia a sé, quindi occorre fare molta attenzione”. “La stagione degli automatismi è ormai superata dallo stigma della illegittimità costituzionale. Spetterà dunque al giudice decidere con attenzione caso per caso. Una giustizia attenta e professionale non avrà bisogno di ripararsi dietro il muro degli automatismi”.
Il magistrato ha quindi risposto a una domanda in merito alla giustizia cosiddetta “riparativa” e se questa possa essere applicata al sistema italiano.
“Quella della giustizia riparativa - su adesione volontaria di tutte le parti - è una necessità più che una opportunità. La mediazione penale tra vittime e autori di reato - così come si chiamava nella sua prima versione di cui mi sono impegnato a favorire la diffusione - rappresenta la punta avanzata del trattamento penitenziario. Essa ha prodotto effetti incredibili sia nel recupero dei condannati che nel superamento delle lacerazioni morali patite dalle vittime. Chi conosce questa esperienza e conosce il carcere sa che dovrebbe essere incoraggiata è diffusa il più possibile”, ha affermato. Infine Ardita ha parlato in merito alla riforma della prescrizione che prevede l’improcedibilità in appello che farà “morire” i processi qualora non si concludessero entro una determinata tempistica. E’ evidente, secondo Ardita, che in questo modo sarà più conveniente fare ricorso per l’imputato. Si tratterebbe “dell’ennesimo investimento che viene fatto sui tempi lunghi del processo. In un clima annunciato di rinnovata attenzione per le garanzie individuali, che meriterebbe un ben diverso accredito sul piano gestionale, non mi pare un buon biglietto da visita”.

Carceri e sovraffollamento
Sempre quest’oggi è stata pubblicata un’intervista di Ardita a La Stampa dove l’ex direttore generale del Trattamento detenuti del Dipartimento amministrazione penitenziaria, ha parlato del caldissimo tema delle carceri.
"Le carceri sono la cartina di tornasole della nostra società e restituiscono impietosamente quello che investiamo su di esse. Se puntiamo nella rieducazione minimizzano il rischio di recidiva; se le consideriamo una discarica sociale, saranno luoghi di produzione di altri crimini". La riforma "deve ridare una dignità ai reclusi - ha spiegato - creando opportunità per i detenuti. Ma occorre anche puntare sul personale e rimotivarlo. Chi ha partecipato alla mattanza di Santa Maria Capua Vetere deve pagare senza sconti, ma se qualcuno pensa di migliorare le condizioni dei reclusi disprezzando chi lavora nelle carceri sbaglia gravemente". "Occorre creare nuove opportunità e far rivivere lo spirito della riforma del 1975 - ha aggiunto il magistrato - vanno riscritte le regole della sicurezza e vanno ridisegnati gli spazi e le opportunità per restituire dignità ai reclusi e alle loro famiglie". E contro il sovraffollamento “si devono costruire nuove carceri, con enormi spazi per il lavoro e i rapporti con la famiglia. Si deve procedere al varo di pene alternative - ha detto ancora il consigliere togato del Csm - ma sottoporre a controlli sul territorio chi ne fruisce. Il carcere deve tornare ad essere l'extrema ratio, ma anche un luogo di investimento sociale, di welfare rafforzato. La riforma è importante e va fatta, ma non abbiamo un apparato in grado di garantire controlli reali e di evitare l'elusione dei percorsi alternativi". E ha affermato: "Si potrebbe approfittare del momento per affidare questo compito delicato alla polizia penitenziaria, che sarebbe in grado di fare ciò che accade in altri Paesi. Cioè una capillare azione di controllo sui percorsi di rieducazione, che passi da un costante controllo dell'affidato in prova: dalla verifica della sua attività lavorativa, sino alle sue frequentazioni e all'uso di sostanze stupefacenti. Oggi le esperienze di messa alla prova e di misura alternativa sono fallimentari, perché basate su controlli formali”, ha concluso.

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