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la-mafia-grigia-okDi Matteo: “Non c’è la volontà politica di recidere i rapporti tra mafia e potere”
di Lorenzo Baldo - 28 settembre 2012
Palermo. “La grande forza della mafia sta nel consenso. La violenza, la corruzione, l’intimidazione rappresentano l’opzione estrema di una sottile forma di ingegneria sociale che dialoga con tutti i poteri presenti sul territorio. Negare è il mestiere preferito dai mafiosi e dai loro fiancheggiatori politico istituzionali, scrivere è l’unica forma di rivolta legale ed efficace consentita a chi è nato in terra di mafia”.

“La mafia grigia” recita il titolo del libro del giornalista di RaiNews24, Pino Finocchiaro, e dentro a quel grigio ritrovi i volti di personaggi “ibridi” del passato e del presente. Dal “caso Catania” passando per l’agenda grigia di Paolo Borsellino fino all’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. “Mi ero illuso di governare senza la mafia”, scrive nel suo memoriale del 1997 l’ex presidente della regione Sicilia, Rino Nicolosi. Dal canto suo il procuratore aggiunto di Reggio Calabria afferma con convinzione che “se la mafia è più forte di prima è perché (…) la politica le ha aperto le porte”. La presentazione di questo libro a Palermo acquisisce un’ulteriore importanza soprattutto perché a fianco dell’autore siede Nino Di Matteo, uno dei magistrati del pool che indaga sulla trattativa Stato-mafia. Ed è proprio partendo da quei “sistemi criminali” dentro i quali si muove la mafia grigia che Pino Finocchiaro evidenzia come “si colpiscono le persone che non vanno bene al sistema”. Un sistema capace di ordire i crimini più efferati nel nome di una “ragione di Stato”. Il ricordo dell’ex presidente del Tribunale dei minori di Catania, Titta Scidà (a cui è dedicato il libro), si stempera attraverso il racconto dei feroci attacchi da lui subiti durante la sua carriera e acuitisi negli ultimi mesi della sua vita per il suo essere “contro” quelle logiche di potere che tanto hanno condizionato alcuni esponenti della magistratura catanese. Finocchiaro sottolinea il caso del procuratore aggiunto di Catania, Giuseppe Gennaro, fotografato accanto all'imprenditore di San Giovanni La Punta (Ct), Carmelo Rizzo, affiliato al potente clan Laudani e ucciso da Cosa Nostra nel 1997.di-matteo-nino-c-acfb-big Al di là dell’archiviazione per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti dello stesso Gennaro resta intatta la gravità sul piano etico e deontologico di quell’episodio paradigmatico. “La ‘borghesia mafiosa’ – esordisce Nino Di Matteo – è importante da sempre nella storia di Cosa Nostra”. Il pm cita gli esempi di medici del passato come Michele Navarra divenuti veri e propri capimafia, fino ad arrivare all’aiuto primario dell’ospedale Civico di Palermo, Giuseppe Guttadauro, condannato per associazione mafiosa nel processo che ha visto alla sbarra l’ex presidente della regione, Salvatore Cuffaro, a sua volta condannato per aver favorito Cosa Nostra. Di Matteo parla del necessario “salto di qualità” nella lotta alla mafia “per colpire le collusioni tra mafia e politica” evidenziando amaramente come “i fatti raccontati in questo libro sono di segno contrario”. Il riferimento è alle recenti elezioni politiche quando “soggetti già condannati (come Dell’Utri) sono stati ugualmente candidati…”. Il pm palermitano spiega l’assurdità dell’articolo 416ter (scambio elettorale politico-mafioso) che punisce questo reato solo quando venga dimostrato che in cambio di sostegno elettorale il mafioso abbia ottenuto denaro. “La merce di scambio è altra – sottolinea Di Matteo – si tratta di promesse di future raccomandazioni, promesse di scambio di favori e via dicendo”, di fatto per potenziare l’art. 416ter si dovrebbe applicare “anche a chi ottiene la promessa di voti in cambio della promessa di denaro o di altre utilità per sé o per un terzo”. Il silenzio di tutti i parlamentari di fronte alla proposta di potenziamento di questo articolo del codice penale è un messaggio chiaro. “Questo è un sintomo – ribadisce il pm – della mancanza di volontà politica di recidere questi rapporti tra la mafia e la politica”. La consapevolezza della mafia dell’importanza di questi legami traspare immancabilmente nelle parole dell’ex boss mafioso Salvatore Cancemi che durante un interrogatorio del ’93 con il dott. Di Matteo aveva sintetizzato il pensiero del capo di Cosa Nostra, Totò Riina. “Noi senza il rapporto con la politica e le istituzioni – aveva dichiarato Cancemi riportando il ragionamento di Riina – saremmo solo una banda di sciacalli e saremmo annientati…”. Partendo da una riflessione sul ruolo del potente editore catanese, Mario Ciancio, il sostituto procuratore di Palermo analizza ulteriormente la gravità di un’informazione troppo spesso asservita alle logiche di potere. Se si parla di mafia militare non si alzano le barricate, ma quando il livello sale, quando si parla di collusioni tra mafia e politica fino ad affrontare il tema della trattativa, ecco che buona parte della stampa nazionale si attiva per stravolgere le notizie compiendo un’operazione di vera e propria disinformazione. “Disinformazione e silenzio – sottolinea il magistrato – che solo voci coraggiose del giornalismo possono riuscire a spezzare”. Il ricordo immediato del pm va alle sue letture giovanili de “I Siciliani” diretto da Pippo Fava che tanto hanno influito nella propria formazione culturale. Sul punto specifico interviene Pino Finocchiaro per un tributo a Pippo Fava e alla sua indomita volontà di fare un giornalismo libero e al servizio dei cittadini. Di contraltare c’è la faccia peggiore del giornalismo italiano. “Se si scopre – evidenzia Finocchiaro – che dietro Alessandro Sallusti c’è Renato Farina, al soldo dei Servizi, premiato come parlamentare, non si capisce perché uno come lui rimanga al suo posto facendo finire in galera un giornalista…”. “Il magistrato politicizzato – dichiara finocchiaro-pino-bigDi Matteo riallacciandosi al tema del ruolo della magistratura – non è quello che accetta di parlare ai convegni e racconta come la classe dirigente sia stata pervasa dalla mentalità mafiosa. Così come non è politicizzato quello che accetta le 150.000 firme di liberi cittadini. I magistrati politicizzati sono quelli che stanno zitti e non evitano certi rapporti”. Il pm affronta il nodo delle correnti della magistratura che “condizionano le carriere facendo prevalere  il criterio di appartenenza”. Secondo Di Matteo è del tutto imprescindibile per un magistrato “resistere alla tentazione di avvicinarsi al potere”. Il dato di fatto è che da quando un pool di magistrati ha valutato che ci sono gli elementi per fare un processo sulla trattativa tra Stato e mafia si sono scatenati gli attacchi più indegni sotto il silenzio dell’Anm e dello stesso Csm. Intervento a sorpresa del direttore di Telejato, Pino Maniaci, che chiede a  Di Matteo quanti Corrado Carnevale vi siano nelle procure d’Italia sottolineando che “quando la politica entra dalla porta la giustizia esce dalla finestra”. Pur senza rispondere alla prima parte della domanda Di Matteo si prodiga ad approfondire la sua analisi sulla “mancanza di volontà politica” par quel salto di qualità nella lotta alla mafia. “La recisione dei rapporti tra mafia e politica – ribadisce con forza il magistrato – passa attraverso l’assoluta indipendenza della magistratura e delle forze dell’ordine dal potere politico”. “Io continuo a credere a questi valori che rendono il nostro lavoro (se fatto bene) del tutto esaltante per poter apportare un vantaggio alla vita democratica secondo le leggi della Costituzione”. L’autore del libro ripercorre in seguito gli anni in cui a Caltanissetta il procuratore capo era Giovanni Tinebra, proprio quel procuratore che aveva bollato come “autentico” il falso pentito Vincenzo Scarantino e che con le sue discutibili metodologie aveva ottenuto che il sostituto procuratore Luca Tescaroli (già pm nel processo per la strage di Capaci) abbandonasse le indagini sui mandanti esterni nelle stragi del ’92 in quanto “non vi erano le condizioni per poter lavorare”. Di Matteo riflette infine sulla “superficialità giornalistica” di voler azzerare al 100% i processi celebrati sulla strage di via D’Amelio. Al di là della prossima revisione dei processi Borsellino I e Borsellino bis Antonino Di Matteo (ex pm al Borsellino ter) sottolinea come 21 ergastoli comminati siano rimasti intatti e che nello stesso procedimento “ter” sia stata trattata l’anomala accelerazione della strage del 19 luglio, così come gli input “esterni” arrivati a Cosa Nostra e la partecipazione dei fratelli Graviano all’eccidio. “Quello che deve indignarci – rimarca Di Matteo – è la mistificazione dei fatti”. Quasi una voce che grida nel deserto la sua. A meno che la società civile non recuperi al più presto le potenzialità del proprio ruolo in contrasto ad una mafia grigia sempre più forte.

In foto: Nino Di Matteo* (destra) *© ACFB e Pino Finocchiaro (sinistra)

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