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ricordare-per-educare-al-futuro-bigdi Lucia Castellana - 16 marzo 2012
Come per i greci, dobbiamo sapere che non sarà la speculazione a metterci in ginocchio, ma saremo stati noi stessi a suicidarci. Parte l’applauso alle parole di Roberto Scarpinato in conclusione del suo intervento al seminario “I soldi della piovra. Globalizzazione dei mercati e scenario internazionale”, tenutosi ieri presso la facoltà di economia di Palermo, all’interno del ciclo di seminari “Ricordare per educare al futuro” organizzato dalla fondazione Falcone in collaborazione con l’Università degli Studi di Palermo e Confindustria Sicilia.

Ad applaudire una numerosa platea di giovani studenti, visivamente colpiti dalle parole del procuratore generale che ha tratteggiato la tragica situazione del nostro Paese e di un Sud che, se faremo la stessa fine della Grecia, resterà assegnato alle mafie.
Lotta alla corruzione, necessità di una maggiore etica ed insufficienza degli strumenti forniti dal sistema penale vigente nella lotta contro il fenomeno mafioso sono stati i punti focali toccati dai diversi relatori, in una ricostruzione di come attualmente le mafie si radicano sul territorio e nel mercato con una commistione micidiale tra mercato legale e mercato illegale, tra politica e mafia.
Oggi sinceramente non saprei dirvi se la vera emergenza nazionale sia costituita dalla mafia o dalla corruzione, o se piuttosto è costituita dal  mix micidiale tra corruzione e mafia che determina l’integrazione sistemica tra mondi che dovrebbero essere diversi, riflette Roberto Scarpinato in un intervento teso a mettere in discussione quell’impostazione culturale che vede da una parte un mondo abitato dalle persone normali che subiscono la violenza mafiosa e all’opposto un altro popolato da una minoranza di brutti, sporchi, cattivi che nell’immaginario collettivo hanno il volto di Riina e Provenzano e che sono elevati ad icone assolute del male. Una configurazione mentale questa che non permette di comprendere lo straordinario successo dell’economia mafiosa in tutto il mondo: il mondo del crimine organizzato e quello delle persone normali sono due facce della stessa medaglia che si alimentano a vicenda.
Un excursus dall’espansione del mercato della droga a quello della prostituzione, dal rapporto tra criminalità organizzata e cittadini che chiedono e consumano beni e servizi illegali provenienti dalle mafie a quello più sofisticato tra criminalità ed imprese, con un’attenzione particolare alla new economy mafiosa del centro nord.
A differenza della old economy mafiosa che vige ancora in Sicilia, nel meridione e che si basa sulla mentalità predatoria, spiega Scarpinato, la new economy, quella che si basa sull’integrazione pacifica cavalcando le logiche del mercato in territori dove non c’è alcuna tradizione mafiosa, è un fenomeno che si sta replicando in tutta l’Europa e a livello mondiale. Le ragioni del successo dell’economia mafiosa e la sua pacifica accettazione dalla parte locale ancora una volta hanno ragioni di mercato: le imprese mafiose sono infatti in grado di offrire alle imprese legali beni e servizi altamente appetibili perché consentono di aumentare i profitti e di ridurre i costi di produzione.
Ed anche in questo ambito il vero problema è costituito dalla corruzione: Come dimostrano numerose indagini penali, sul terreno infetto della corruzione si celebrano ogni giorno mille segreti matrimoni di interessi tra le aristocrazie mafiose ed esponenti del ceto politico ed amministrativo locale. E non è un caso che numerose inchieste penali abbiano fatto emergere il protagonismo di soggetti di entità criminali che la stampa definisce comitati d’affari, cricche ma che nella sostanza sono sempre la stessa cosa: fenomeni concreti di cui fanno parte esponenti politici, pubblici amministratori, uomini della mafia e lobbisti che mettono insieme poteri diversi per conquistare il territorio ed il mercato.
Un fenomeno, questo, che si va diffondendo in tutta l’Europa e che ha permesso in alcune realtà che le mafie conquistassero gli Stati, come avviene in molti Paesi dell’ex Jugoslavia o nell’Unione Sovietica, dove è unanimamente riconosciuto che il capitalismo sovietico sia un capitalismo mafioso nella misura del 60-70 percento.
Questo dimostra come nel mondo del terzo millennio sia inadeguato pensare di contrastare l’economia mafiosa soltanto con gli strumenti del diritto penale vigente. Gli esempi dell’integrazione della mafia economica nel mercato della droga e le trasformazioni strutturali di quello della prostituzione dimostrano come ormai si sia creata una compenetrazione tra un mercato legale sempre più deregolato e uno criminale costituito dalle mafie.
L’unica strategia possibile, osserva il procuratore generale, è che ci si muova a più livelli: a livello di interventi politico-istituzionali messi in campo da entità sovranazionali, come l’Unione Europea, l’Onu o il Fondo Monetario per imporre al mondo della finanza e del mercato delle regole che attualmente non ci sono, per evitare il far west economico, per evitare che nel cuore stesso dell’Europa ci siano Paesi offshore che offrono riparo a tutti i capitali sporchi  e che fondano l’economia su questi.
E l’attenzione si focalizza sull’attuale diritto penale destinato ad essere soppiantato da un nuovo diritto penale contro le organizzazioni ancora da costruire e da edificare. Prova del fatto che a livello europeo ci si stia muovendo nella direzione della costruzione di un nuovo diritto penale contro le mafie è l’istituzione di una commissione parlamentare europea contro le mafie avvenuta nei giorni scorsi.
Una battaglia repressiva che da un lato, a giudizio di Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, si deve rivolgere contro quell’area grigia internazionale costituita dalle competenze professionali che sono al servizio della mafia, e che dall’altro non può non essere associata ad una grande battaglia culturale: se non si supera l’idea parassitaria che le risorse vadano redistribuite alle clientele, che l’agone elettorale sia costituito da un diffuso voto di scambio, dove le regole vengono viste come pericolose… la mafia sarà difficile da sconfiggere.
Ed a seguire un accorato invito ai giovani presenti a diventare un soggetto collettivo che riesca a convincere la politica che è finita un’epoca e che richieda un lavoro vero, sostenibile, creato dalle aziende e non da municipalizzate. Un soggetto che unito scenda in piazza e che abbia l’idea di modernizzare la Sicilia, senza nostalgie del passato.
Un invito all’azione che si accompagna a quello alla riflessione di Roberto Scarpinato:  Non vorrei che la mafia diventasse una sorta di depistaggio collettivo, che si facesse credere che il nostro Paese non decolla perché c’è una marea di sporchi e cattivi che chiedono 500mila euro di pizzo al mese. Questa è una tragica realtà, ma questo Paese rischia di affondare perché c’è  una classe dirigente che, esattamente come avveniva nel ventennio della prima Repubblica, continua a bruciare nella mala politica, nella corruzione i soldi dell’Unione europea che ci consentirebbero di uscire fuori da questa situazione. E non riesce a tirarsi fuori perché vi è una massa di persone che evade con evasione totale il fisco facendo venir meno le risorse necessarie.
E si alza una giovane voce dal pubblico: “Ma quindi, di fronte a tutto questo, cosa ci dovrebbe spingere a restare e a rinunciare alla possibilità di trasferirci all’estero?”
A rispondere è Pina Maisano Grassi, moglie di Libero, con una semplice parola: l’amore. L’amore per la nostra terra. Applauso di giovani che tutto sommato trovano ancora il coraggio di sognare.

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