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delbene-tartagliadi Francesca Mondin - 10 ottobre 2013
Un vicino di casa del pm Francesco Del Bene ha segnalato la presenza di uno sconosciuto davanti l’ingresso dell’abitazione dello stesso giudice della procura di Palermo. A riportare la notizia, quest'oggi, sono state le pagine del Fatto Quotidiano. Un episodio ambiguo che non può essere sottovalutato alla luce delle intercettazioni emerse fra due mafiosi dove si parla di un progetto di attentato nei confronti del magistrato.
Del Bene è uno dei pm che si sta occupando delle indagini sulla trattativa Stato-mafia assieme al sostituto procuratore Nino di Matteo e Roberto Tartaglia, anche loro fortemente provati da lettere intimidatorie e minacce. Situazioni sospette che via via hanno appesantito il clima di tensione che circonda le indagini.
Di Matteo, nell'arco di questo anno, ha ricevuto diverse lettere anonime nelle quali veniva avvertito di essere spiato da “nemici e uomini delle istituzioni”. In una di queste lettere, un soggetto rimasto anonimo, ha addirittura svelato un attentato di morte nei suoi confronti. Una segnalazione ritenuta credibile tanto che al pm è stato alzato il livello di sicurezza. Contemporaneamente si sono verificati altri atti intimidatori nei confronti del pool come la manomissione della centralina elettrica dell'abitazione dello stesso Di Matteo, a cui si aggiungono le telefonate di minaccia ricevute dal giovane pm Roberto Tartaglia.

Altro fatto sconcertante era stata l’irruzione nel appartamento dello stesso Tartaglia, con conseguente sparizione della sua “pen drive” contenente appunti sulla trattativa e del materiale raccolto dai magistrati, appena il giorno prima dell'intrusione, dagli archivi del Aise (agenzia di informazioni per la sicurezza militare) a Roma. Qui si erano recati i pm per accedere agli schedari dell’ex Sismi. Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, grazie alla documentazione trovata, sarebbero riusciti a ricostruire il segmento iniziale della carriera di Mori e scoprire una serie di contatti riservati, risalenti agli anni ’70, tra l’ex ufficiale del Ros e alcuni tra i protagonisti tuttora in carica del patto sotterraneo tra mafia e Stato. Contatti di cui Mori non ha mai parlato nei verbali resi alla procura di Palermo come a quella di Firenze, se non parlando di conoscenze occasionali avvenute solo vent’anni dopo, nella stagione delle stragi.
In seguito all’irruzione nell’abitazione di Tartaglia, il procuratore generale Roberto Scarpinato aveva sollecitato il Cosp (Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza) a rafforzare la scorta del giudice.
In una forma del tutto inusuale il comitato, che già aveva tutti gli elementi per decidere se alzare il livello di sicurezza per Tartaglia, ha chiesto una relazione sulle indagini dell'intrusione alla procura di Caltanissetta (la quale si occupa del caso ma è solo ad inizio inchiesta). Nella relazione, arrivata in questi giorni a Palermo dalla Procura nissena, vengono inserite anche le assurde conclusioni dei Carabinieri secondo cui, in assenza di impronte e di altre tracce, i riscontri “all’irruzione nell’abitazione del magistrato” sarebbero inesistenti. Una considerazione che “suona” come un giudizio sullo stesso Tartaglia, quasi come se si fosse inventato il fatto. Ovviamente da parte di Tartaglia e dai pm del pool non proviene alcun commento. Quel che è certo è che l'ipotesi paventata è alquanto delirante e riporta alla memoria vecchie storie. Infatti anche a Falcone dissero che quel tentativo di attentato all’Addaura fosse una sua invenzione, o meglio di aver inscenato un falso attentato per legittimare le sue aspirazioni di carriera e per accreditarsi come eroe della lotta alla mafia. E resta singolare che un documento simile sia giunto a pochi giorni dalla nuova udienza della trattativa Stato-mafia che si è celebrata questa mattina all'aula bunker di Palermo.

In foto: Roberto Tartaglia (in primo piano) e Francesco Del Bene

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