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Oggi è il 24° anniversario della sua morte
di Luca Grossi
Oggi è l’11 gennaio 2020. Ventiquattro anni fa, in un locale-bunker costruito nelle campagne di San Giuseppe Jato, veniva ucciso il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Mario Santo, anche detto Santino. Un delitto inumano che venne eseguito da Vincenzo Chiodo, Enzo Brusca e Giuseppe Monticciolo, appartenenti all’ala corleonese di Cosa Nostra; dopo una prigionia di settecentosettantanove giorni. L'ordine arrivò direttamente da Giovanni Brusca. Così il bambino venne sorpreso alle spalle, strangolato e poi sciolto nell’acido.
Il motivo di un gesto così atroce e vile? Una rappresaglia contro il padre che stava collaborando con la giustizia, svelando gli affari di Cosa nostra e, soprattutto, rivelando i nomi di chi c’era dietro la strage di Capaci.
Giuseppe Di Matteo nato il 19 gennaio 1981 era un ragazzo forte, pieno di vita, con una grande passione per i cavalli; destino vuole che i suoi rapitori lo adescassero proprio mentre usciva dal maneggio per tornare a casa il 23 novembre 1993; si presentarono come agenti della DIA e gli dissero che lo avrebbero condotto da suo padre ormai assente da tempo. Quel momento è stato raccontato dal pentito Gaspare Spatuzza, che partecipò al sequestro: "Agli occhi del ragazzo siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi. (...) Lui era felice, diceva 'Papà mio, amore mio'".
Ma quegli uomini non erano della DIA e il padre non lo avrebbe rivisto mai più.
Santino di Matteo detto “Mezzanasca” prima di pentirsi era un mafioso affiliato a Cosa Nostra, arrestato il 4 giugno del 1993 inizia a raccontare ai magistrati Giuseppe Pignatone e Francesco Lo Voi ciò che sapeva sugli attentati.
Queste dichiarazioni scatenarono la reazione di Cosa Nostra che incaricò Giovanni Brusca, capo mandamento di San Giuseppe Jato, il compito di rapire il figlio di Santino così da convincerlo a rimangiarsi ciò che aveva raccontato.
Il padre arrivò addirittura a scappare dalla località protetta in cui viveva insieme a Gioacchino La Barbera e Baldassare Di Maggio per andare a cercare suo figlio in Sicilia, tentativo che non andò a buon fine.
Per avvertire la famiglia del rapimento fu recapitato al nonno di Giuseppe un biglietto su cui c’era scritto: “Il bambino c'è l'abbiamo noi, non andare ai carabinieri se tieni alla pelle di tuo nipote”; dopodiché il nonno fu avvicinato da un altro affiliato che, dopo avergli mostrato una foto del ragazzo, gli disse: “Devi andare da tuo figlio e farci sapere che, se vuole salvare il bambino, deve ritirare le accuse fatte a quei personaggi, deve finire di fare tragedie”.
Il nonno raccontò tutto a Franca, madre di Giuseppe che chiamo subito la DIA per avere un incontro con suo marito, ma nonostante tutto Santino non volle interrompere la collaborazione.
I sicari di Cosa Nostra spostarono da una località all’altra a più riprese il piccolo Giuseppe. Giovanni Brusca chiese aiuto anche a Matteo Messina Denaro quando lo portarono nel Trapanese, per poi spostarsi verso l’agrigentino e le campagne Palermitane, gli ultimi 180 giorni li passò nel casolare prima di incontrare la morte per mano di Vincenzo Chiodo.
Durante il periodo di sequestro Giovanni Brusca apprese dalla televisione che la Corte d’Assise di Palermo aveva condannato all’ergastolo lui e Leoluca Bagarella per l’omicidio di Ignazio Salvo. La notizia fece infuriare Brusca che per risposta diede l’ordine di uccidere il piccolo Di Matteo a Enzo Brusca, Vincenzo Chiodo e Giuseppe Monticciolo.
Proprio uno dei killer, Chiodo, ha raccontato i dettagli macabri e orribili di come avvenne l’omicidio del ragazzo e di come, senza uno straccio di umanità, i tre andarono tranquillamente a dormire in un letto matrimoniale dopo aver eseguito l’ordine di Brusca.
"Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ (…) il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. Sto morendo, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi. (…) io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio da polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra. (…) io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire".
Per l’omicidio di Giuseppe Di Matteo sono stati condannati all’ergastolo Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro (ancora latitante), Giuseppe Graviano, Salvatore Benigno, Francesco Giuliano e Luigi Giacolone. Mentre a Monticciolo sono stati inflitti 20 anni di carcere a Enzo Brusca 30 anni anche per altri omicidi di mafia, Chiodo 21 anni di reclusione e Spatuzza è stato condannato a 12 anni di carcere.
A lungo fuori e dentro Cosa nostra si è raccontata una favola, quella per cui la mafia non uccideva i bambini in virtù di un codice d’onore. Ma quel codice non è mai esistito. I mafiosi non hanno onore, non hanno senso di famiglia, non proteggono gli innocenti, anzi li uccidono.
Giuseppe era innocente, senza colpa. Era solo figlio di un uomo che aveva deciso di cambiare vita. E con l'omicidio del piccolo Di Matteo la mafia si è mostrata in tutta la sua vigliaccheria e atrocità. Ventiquattro anni dopo la sua storia continua a colpire l'animo di tanti giovani che urlano il proprio no a mafia e malaffare. La vittoria più grande per un bambino che amava i cavalli e che, con il suo sacrificio, ha sconfitto i propri carnefici.

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