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limiti-stefania-webdi Stefania Limiti - 18 settembre 2013
All'interno della Procura antimafia i soliti vecchi e sporchi trucchi. La sorte che tocca a chi indaga sullo stragismo e sul "doppio livello".
E' ormai sotto gli occhi di tutti: all'interno della Procura nazionale antimafia è scoppiata una guerra intestina. Il magistrato che indaga(va) sulle stragi, Gianfranco Donadio, è stato fatto fuori (il neo capo della Procura, Franco Roberti, con una mossa che al momento appare incomprensibile, gli ha ritirato le deleghe), i verbali delle riunioni nelle quali Donadio metteva al corrente i colleghi delle sue ricerche sono stati messi in vendita al miglior offerente (chi li ha avuti si è pure illuso di aver fatto lo scoop). Anni di analisi, osservazioni, studi, perizie sui più tragici e inspiegati episodi di strategia delle tensione degli anni '90, messi in piazza, come fossero pettegolezzi, derubricati a 'teoremi'. Il suo nome, pure scritto male, finito sui titoli, come fosse dentro un mirino.

Non ci beviamo la versione di un nuovo scontro epocale tra magistrati: non è solo "cosa loro"...ed è bene ricomporre con molta pazienza il quadro di questa triste, niente affatto originale, vicenda. Qualcuno commenta, lontano dai riflettori, "siamo alle solite...": come a dire, questa è la sorte che tocca a chi indaga sulla destabilizzazione ed entra nei suoi meccanismi interni. Lo abbiamo già visto in passato tante volte. Ad alcuni è andata molto male: ad esempio, Giovanni Falcone, ammazzato da una doppia mano, una mafiosa, l'altra occulta, perché sapeva troppo, anche degli apparati istituzionali e investigativi che lo circondavano.

La storia inizia quando un pentito calabrese, Nino Lo Giudice, decide di non pentirsi più e scappa: lascia un video che accusa pesantemente alcuni magistrati, tra cui anche Donadio, di aver usato metodi scorretti, di averlo costretto a fare nomi di persone a lui sconosciute, accredita l'esistenza di due tronconi di magistrati in lotta tra loro. Il video passa incredibilmente sui siti più importarti. Il piano evidentemente fallisce: non segue nessun terremoto, grazie anche alla riservatezza delle persone coinvolte. Ecco dunque la seconda puntata: un nuovo video del pentito, stavolta diffuso con assai minore cautela, torna a rilanciare le accuse ma già si sente che il terreno è troppo scivolo: Lo Giudice arriva a dire che Donadio gli avrebbe chiesto di accusare Berlusconi e Dell'Utri. Il tentativo di agganciare l'attenzione una più vasta opinione pubblica buttando sul tappeto quei nomi è tanto chiaro quanto sciocco: infatti non riesce.

A questo punto i registi "'dell'operazione Donadio" cambiano strada: nel frattempo il superpentito Luigi Bonaventura, ex reggente della cosca Vrenna-Bonaventura, spiega che anche lui era stato oggetto di attenzioni da parte di uomini che gli avevano chiesto di partecipare ad una messa in scena per screditare i giudici. Bonaventura svela i retroscena della strategia dei finti pentiti, sapeva che ci stavano provando con Lo Giudice, che infatti ci casca. Il secondo piano d'attacco parte dall'interno della Procura: una talpa si "vende" i verbali delle riunioni nelle quali Donadio dà conto ai colleghi del suo lavoro. Anni di ricerche finiscono in pasto ai giornali insieme al racconto diretto o meno delle invidie e antipatie tra i magistrati: tutto in un unico grande calderone. Dai verbali si comprende che l'attenzione degli investigatori era rivolta alla ricerca della doppia mano che ha concorso, insieme a quelle mafiosa, a realizzare le stragi che hanno portato via due giudici antimafia e tante altre vittime innocenti e a destabilizzare il nostro paese negli anni bui della fine della prima repubblica.

Il vecchio e sporco trucco di discreditare chi tocca il "doppio livello" funzionerà anche stavolta? Cioè, dopo aver mandato via il magistrato che ha indagato, si fermeranno anche le indagini sulle stragi?

Tratto da: cadoinpiedi.it

In foto: Stefania Limiti

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