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fabbretti-federica-webdi Federica Fabbretti - 29 luglio 2014
Charles Darwin, più di 200 anni fa, ci spiegava che l'evoluzione era la "conditio sine qua non" per la sopravvivenza. Nella mia esperienza questa affermazione vale non solo per gli esseri viventi ma anche per le realtà associative create da questi. In questi cinque anni il Movimento delle Agende Rosse si è infatti modificato ed ha modificato le sue battaglie, anche in base all'evoluzione degli eventi sul piano politico e giudiziario che si sono succeduti intorno alla trattativa Stato-mafia e ai depistaggi sugli omicidi degli uomini che ad essa hanno cercato di opporsi.

Quella che cercherò di esporre ora è la mia analisi sugli errori che ritengo abbiamo commesso cammin facendo e la mia proposta di cambiamento per il futuro, che ritengo necessaria, se non indispensabile - proprio come diceva Darwin - per la continuazione stessa del nostro movimento. O, perlomeno, per la continuazione della *mia* attività in esso. So che quello che dirò non piacerà a molti di voi, come non è piaciuta la mia dichiarazione di fiducia nella genuinità delle motivazioni dietro la scelta di collaborare di Massimo Ciancimino e nella sua volontà di aiutare tutti noi, Salvatore Borsellino in primis, ad arrivare alla verità (fiducia che ribadisco con forza), ma credo sia arrivato il momento di esprimere chiaramente anche questa posizione.

Storicamente siamo nati per chiedere a gran voce verità e giustizia sulle stragi del biennio '92-'93 e sui depistaggi ad esse associati, per difendere dagli attacchi dei "poteri forti" coloro i quali si spendevano perché ad una verità si arrivasse, per denunciare i silenzi di una classe dirigente complice e omertosa e per essere - attraverso il nostro sito - una fonte di informazioni per tutto ciò che riguardava questi argomenti. Un'azione, quindi, che trattava politica, magistratura e informazione, partendo da un'analisi dei fatti riscontrata e certa e che prendeva, attraverso le sue denunce, posizioni, agli occhi dei più, molto poco "politically correct".

Come quando, cinque anni fa, Salvatore Borsellino denunciava la falsità delle parole di Nicola Mancino, che dichiarava di non ricordarsi se avesse o meno incontrato Paolo Borsellino il 1 luglio 1992 per via delle numerose mani strette quel giorno e per il fatto che non avesse ben presente le fattezze fisiche del giudice. Oggi pochi continuano a credere alla versione dell'ex ministro ma più di cinque anni fa l'unico che la denunciava era Salvatore Borsellino, ricevendo sguardi e commenti schifati e/o imbarazzati da un po' tutte le direzioni. Ma Salvatore potè gridarla forte, perché aveva, dalla sua parte, degli elementi che lasciavano pochi dubbi: la pagina dell'agenda grigia (quella fortunatamente non rubata) del fratello, dove era annotato l'appuntamento con l'ex ministro, e la quasi certezza che *nessuno*, ad otto giorni dalla morte di Giovanni Falcone, potesse non conoscere il viso di Paolo Borsellino, a maggior ragione il neo ministro degli Interni.

Queste erano le basi su cui, Salvatore prima e il movimento poi, andavano fondando le proprie battaglie: verifica dei fatti e indifferenza verso il potere di personaggi fino a quel momento intoccabili o le critiche di chi aveva fatto del "politically correct" una professione.

Con l'andar del tempo, però, abbiamo iniziato a perdere di vista la distinzione tra fatti e congetture (seppur magari molto probabili), abbiamo smesso di usare il condizionale quando, in certi casi, andava ancora usato, perdendo la capacità di mettere in discussione quelle verità, acquisite da molti come tali ma che tali non erano, anche di fronte a sopraggiunti elementi di forte perplessità.

Ma l'errore più grave che, a mio parere, abbiamo commesso è l'aver spostato il focus della nostra battaglia dall'ideale (la verità) all'individuo (magistrati, giornalisti, politici, forze dell'ordine, avvocati, testimoni, ecc.). Questo ci ha portati spesso a trasformare il nostro impegno in un tifo da stadio, acritico e decontestualizzato, manifestando la nostra - seppur giustificata - rabbia nei luoghi sbagliati, non riconoscendo gli errori, seppur in buona fede, commessi dalle persone che in quel momento sostenevamo, giudicando scelte e comportamenti con la logica del "bianco e nero", "o con noi o contro di noi", non riconoscendo all'altro la libertà di avere un'opinione diversa senza essere necessariamente in malafede.

Credo che tutto questo abbia portato ad un calo di credibilità del movimento e ad una sensazione di "difficoltà" e di "oppressione" nell'esporre e nel manifestare le proprie idee che hanno fatto allontanare molti aderenti o simpatizzanti dalle nostre giustissime battaglie.

Il cambiamento che auspico, per l'autunno, è un ritorno ad unirci sugli ideali e non sulle persone, a far ritornare al centro del dibattito e delle battaglie i *fatti*, gli elementi che sono emersi e che emergeranno dai vari processi, dalle future indagini e a lasciar da parte le nostre congetture (per quanto probabilmente vere, aspettando che lo diventino con certezza), gli articoli al cui interno si trovano frasi come "pare che" o "sembra che" o, quantomeno, evidenziare la differenza tra quelle congetture e gli elementi già appurati, tornando ad usare, quando serve, il condizionale; a spiegare la differenza tra la figura di testimone e quella di pentito (evidentemente non ancora ben compresa da molti); un ritorno a difendere il diritto alla vita, alla sicurezza e alla serenità psico-fisica delle persone coinvolte in questa ricerca della verità e delle loro famiglie, il diritto di condurre indagini senza pressioni "dall'alto", denunciando tutti quei comportamenti che dimostreranno di volere confondere le acque e allontanare quella verità tanto cercata; un ritorno a denunciare la codardia, il pressappochismo, il "politically correct" di certi professionisti ma anche a non commettere l'errore di entrare nella cerchia dei fautori di quel "familismo morale" che può impedirci di capire e poi evidenziare gli errori che, in buona fede, commettono i "nostri" (anche magistrati), a cominciare da noi stessi.

Tra poco seguirò l'esempio del nostro "capitano" e partirò anche io per un cammino solitario, che mi servirà per capire gli errori fatti, per perdonarmi, per lasciar andare persone e situazioni che sto trattenendo inutilmente nella mia vita, per riflettere sulle possibilità che ho davanti a me, per incontrare persone con il mio stesso desiderio di comunione, di pace, di collaborazione, di disponibilità, di vicinanza senza bisogno di parlare. Sarà un lungo percorso di silenzio, anche dai social network, dalla rete cellulare o internet che sia.
Si dice che il cammino ti cambia, chiunque tu sia e qualsiasi cosa tu abbia fatto nella vita... per quanto mi riguarda, spero di tornare una persona migliore.

Tratto da: 19luglio1992.com

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