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Io e Vincino Gallo con la pistola in mano

gallo vincino 2di Saverio Lodato
Quasi mezzo secolo fa; 48 anni, per la precisione. Conobbi Vincino Gallo nel giorno di Ferragosto del 197O, ad Amsterdam, in Piazza Dam, e pochi minuti dopo aver fatto la sua conoscenza, ci ritrovammo con una pistola in mano. Un attimo. Ora ci arrivo.
Erano altri tempi, in un'altra vita.
Tempi belli, di spensieratezza e ideali strampalati.
Dormivano all'aperto, in sacco a pelo. Sotto ponti e tettoie delle fermate dei bus, in quelle Comuni, come si chiamavano le comunità di ragazzi di sinistra che si ispiravano alle idee abitative utopistiche di Fourier, ma, in questo caso, più prosaicamente alloggiate in case diroccate e abbandonate o in via di costruzione. O al riparo di grandi alberi in giganteschi parchi pubblici. O in dondolanti Houseboat, dai colori festosi e sgargianti, attraccate nei canali di quella che chiamano "la Venezia del Nord".
E non di rado ci capitava, alle prime luci dell'alba, di essere svegliati in qualche parco da un cane lupo che ci alitava in faccia, per scoprire, dopo i primi istanti di stupore, che quel cane lupo era tenuto al guinzaglio da un biondo poliziotto olandese, in sella a una bicicletta, con tanto di manganello e manette bene in vista.
Si viaggiava in autostop, in quegli anni. Quando macchine e autotreni ancora si fermavano per farti salire e darti uno strappo, quasi sempre gratuitamente, in qualche caso dopo il pagamento di un piccolo pedaggio per contribuire al carburante. E quando ancora agli svincoli autostradali non erano comparsi i divieti di fare autostop.
E anche io, in autostop, ero arrivato ad Amsterdam da solo, provenendo da Parigi, dopo essermi diviso dai miei genitori, che mi ci avevano portato in "1100", partendo da Palermo.
Perché si sceglieva Amsterdam?
Perché la capitale europea era diventata il luogo di raduno dei "provos", pacifisti e anarchici che esprimevano il loro antimilitarismo irriducibile in quelli che erano già diventati gli anni del Vietnam, della generazione del Vietnam.
Migliaia di ragazzi, giunti da ogni angolo d'Europa, gravitavano in Piazza Dam, il centro della città. Già allora Amsterdam era città tollerante per le droghe leggere, altra grande calamita, oltre l'anti militarismo dei "provos" (parola che non significa altro che "provocatori"), per i tanti che si mettevano in viaggio.
Quel pomeriggio di 48 anni fa, in piazza Dam, incontrai Gianmauro Costa, diventato poi giornalista Rai e scrittore, che avevo conosciuto due anni prima, a Palermo, sezione Pci "8 luglio 1960" (in memoria dei giovani dalle magliette a strisce che avevano pagato con la vita per la dura repressione poliziesca del governo Tambroni). E Gianmauro mi informó che di palermitani ad Amsterdam ne erano arrivati tanti in quei giorni.
Conobbi così Vincino. Che me lo ricordo alto alto, dall'andatura dinoccolata, l'aria mite, con un sorriso che esprimeva tutta la generosità del suo carattere. Ci eravamo scambiati appena qualche parola di presentazione. A un tratto, in piazza Dam, sopraggiunsero una trentina di marinai olandesi, in uniforme. Erano di destra, diciamo fascisti, e iniziarono a fare a botte con i "provos", che dovettero difendersi, e con noi palermitani che ci ritrovammo nella mischia. Fu così che mi ritrovai in mano una pistola, saltata fuori chissà da dove, che qualcuno mi aveva rifilato per sbarazzarsene. La passai a Vincino, più terrorizzato di me, che quando si accorse che era vera, e non giocattolo, riuscì a rifilarmela ancora. A quel punto la lasciai cadere per terra, e entrambi ce la demmo a gambe, giusto in tempo.
La polizia, infatti, era sopraggiunta in massa e aveva iniziato a disperdere provos, palermitani e marinai fascisti olandesi, innaffiando tutti con poderosi idranti che se ti prendono in pieno fanno molto male. Ma ormai io e Vincino ci eravamo conosciuti. E qualche giorno dopo, insieme ad altri amici palermitani conosciuti a Piazza Dam, a bordo di una Volkswagen sgangherata, finimmo prima a Copenaghen e poi a Stoccolma.
Con Vincino ci rincontrammo a Palermo, grosso modo a metà degli anni '70. Lui ormai dirigente di Lotta Continua, io giovane funzionario del Pci. Ci rivedemmo allo Zen, quartiere popolare di nuovo insediamento, con un radicamento comunista molto forte, e scelto da Lotta Continua come quartiere pilota di quell'estremismo che iniziava a crescere a sinistra del Pci.
Un bel giorno, mentre si doveva andare tutti nel centro di Palermo per una manifestazione popolare, Vincino insistette per prestare, a me che non avevo la patente, la sua auto, una buffa vettura del tempo, una "Daf", dotata di un cambio marce senza uso di frizione. Alla fine mi convinse. Lui se ne andò a Palermo con i "suoi" di Lotta Continua. Io a bordo della macchina senza frizione. Non sapevo in che guaio mi ero andato a cacciare. Accelerare e frenare era un conto, ma far manovra e posteggiare sarebbe stato per me impossibile. Mi ritrovai così al centro di Via Libertà e continuavo ad avanzare, sin quando raggiunsi la coda del corteo. Qui piantai i freni restando inchiodato al centro della strada.
Qualche minuto dopo vidi farsi largo un provvidenziale Vincino, con le mani fra i capelli, che si mise finalmente alla guida della "sua" auto per andare a posteggiarla.
A conti fatti, a cementare la nostra reciproca simpatia erano stati un porto abusivo di arma da fuoco, anche se per pochi istanti, e la guida senza patente; due reati di tutto rispetto. Ma chi ha conosciuto Vincino sa benissimo che con lui non capitavano mai cose banali. Perché lui tutto era tranne che banale o scontato.
Lo rividi a cena qualche anno fa, vignettista ormai affermato, in casa di una amica comune. Ricordammo, ovviamente, macchina e pistola, ma ebbi l'impressione che il suo sguardo si fosse intristito. Non saprei dirne la ragione.

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