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Virginia Raggi e il fascismo con le scarpe strette

raggi boschi ppMeglio morire per Danzica che morire per la Boschi
di Saverio Lodato
Il fascismo in Italia non è alle porte e non siamo alla vigilia di una guerra civile.
I dodici mascherati che hanno dato vita a una processione da Corpus Domini sotto i balconi di Repubblica a Roma, gli scotennati di Como che hanno tolto e restituito la parola a gente pacifica che partecipava a una riunione in cui si parlava di solidarietà, la testata di una testa vuota a un giornalista che faceva il suo lavoro, il manipolo di Casa Pound che a Roma soffia sul fuoco degli abusivi, impugnando la bandiera del diritto alla casa di chi la casa non ce l’ha, sono - con tutta evidenza - un problema di ordine pubblico. E come tale va affrontato.
Ma rappresentano anche, come lo abbiamo definito qui, "il fascismo in pantofole". E dalle pantofole agli "scarponi chiodati", il passo può essere terribilmente breve.
Le due affermazioni appaiono a prima vista contraddittorie. Ma così non è. E cercheremo di spiegare perché.
Nelle ultime ore, alcune notizie sono confortanti e lasciano sperare che qualcosa finalmente si muova.
Le forze di polizia stanno individuando e denunciando i provocatori - una volta venivano chiamati così - delle due mascherate, in simil camicia nera, che hanno provocato sgomento fra gli spettatori dei Tg italiani.
Si dirà che non ci voleva molto, ma almeno si sta facendo.
L’energumeno che si è accanito a testate e manganellate sul giornalista che gli rivolgeva le domande, resta al fresco, almeno per ora, con la pesante accusa di violenza con l’aggravante mafiosa.
Intendiamoci: il problema rimane.
Sacche di neofascismo tendono a rigurgitare in diverse pieghe della società italiana; si abbassa l’asticella della tolleranza e dell’uso della ragione; Matteo Salvini e Giorgia Meloni, dal momento che in campagna elettorale non si butta via niente, lisciano il pelo al gatto, nella speranza di raccattare qualche voto in più.
Ma se lo Stato fa la sua parte, con l’uso delle leggi che già ci sono, si può quantomeno sperare che il micidiale mix di imbecillità e revanscismo fascista di seconda mano, di cui molti stanno facendo sfoggio in Italia negli ultimi mesi, sia contenuto in limiti accettabili.
In altre parole, se non vogliamo che il fascismo passi dalle pantofole agli scarponi chiodati, dobbiamo fare in modo che almeno si senta le scarpe strette.
Uno Stato antifascista dovrebbe servire innanzitutto a questo.
Ho lasciato per ultima, pur appartenendo allo stesso gruppo di episodi, la questione di Casa Pound e degli abusivi Roma.
L’atra sera, Virginia Raggi, sindaco 5 Stelle della Capitale, ospite a "Piazza Pulita", ha pacatamente spiegato come sia finalmente iniziata la mappatura delle proprietà edilizie del Comune, un censimento che, per decenni e decenni, nessun sindaco né amministrazione comunale aveva neanche intrapreso.
E’ emerso un panorama desolante e scandaloso: con persone milionarie che sono proprietarie abusive delle case del Comune, al quale hanno versato per anni e anni canoni di locazione assolutamente irrisori. Ed è all’ombra di costoro che i giovanotti di Casa Pound, in nome e per conto dei senza tetto, e a favore di telecamere, "amministravano giustizia" nella speranza - per fortuna fallita - di andare a governare Ostia.
C’è da dire che gli affiliati di "Casa Pound" - dopo quanto è stato denunciato dalla Raggi a "Piazza Pulita" - forse farebbero bene ad andare alla ricerca di altri pascoli per "amministrare giustizia" in nome dei derelitti. Vedremo come andrà a finire.
Ma rimangono tante domande.
Di che si occupavano i sindaci di Roma, prima della Raggi, se non conoscevano neanche le proprietà del Comune da loro stessi rappresentato?
Come affrontavano l’emergenza abitativa?
Come è stato possibile non accorgersi degli interessi illeciti che proliferavano alle spalle dei poveri senza casa, iscritti da anni in graduatoria e che non ottenevano mai risposta?
E di cosa si occupava il PD romano, che oggi si dispera per l’avanzata dei 5 Stelle?
Matteo Orfini, presidente del Pd, appare quotidianamente in tv per parlare di Elena Boschi, e di quanto fu immacolato il suo comportamento nella storia di Banca Etruria. Non sappiamo se lo pensa davvero. Sappiamo, per certo, che non può farne a meno.
Ma sino a prova contraria Orfini, sino a tre mesi fa, e sin da quando esplose lo scandalo di "Mafia Capitale", è stato "commissario" del Pd romano. Non ha nulla da dire sulle magagne che i 5 Stelle stanno scoprendo al Comune di Roma?
E quale ratio lo ha spinto, qualche settimana fa, a disertare sdegnato la manifestazione indetta a Ostia dai 5 Stelle, contro le mafie e il clan Spada, mentre oggi parte lancia in resta per analoga manifestazione del Pd a Como?
Una risposta, sia pur parziale, ce l’abbiamo.
Il Pd si è inesorabilmente incartato nell'"affaire bancario", che con ogni probabilità sarà la sua spada di Damocle sino all’ultimo giorno di campagna elettorale. E non sa come uscirne.
Piccolissimo suggerimento a Matteo Renzi, e al cerchio di fedelissimi che gli si affolla intorno, Orfini incluso: non sarebbe meglio morire per Danzica (cioè: per qualche ideale), piuttosto che morire per la Boschi?
E’ risaputo infatti che la dignità, nella sconfitta, non te la regala nessuno.

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