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Il Fascismo in pantofole

mussolini benito capE l'Italia che sonnecchia
di Saverio Lodato
Da che mondo è mondo, il fascismo è sempre entrato in scena in pantofole. Soltanto dopo, quando si è fatto largo fra l’indifferenza, la paura, la sottovalutazione degli altri, il silenzio della ragione, inizia a calzare gli scarponi chiodati. Ma a quel punto, è troppo tardi. Come fu troppo tardi in Italia, in Germania e in Spagna. E non solo.
Prendiamo qualche notizia a caso, dalle cronache degli ultimi mesi.
I giovani rasati che a Como fanno un’irruzione a sorpresa in un centro che si occupa di accoglienza agli immigrati, al “solo” scopo di declamare a voce alta la loro giaculatoria sull’Italia che andrebbe a ramengo causa, proprio, l’invasione degli “stranieri”.
Sono volati schiaffoni? Hanno dato fuoco alla sede del centro? Hanno inneggiato a Mussolini o a Hitler? No. Niente di tutto questo.
Ragion per cui, Giorgia Meloni, vocabolario alla mano, disquisisce, bonariamente, sulla differenza fra “intimidazione” e “violenza”.
A Ostia - ormai i servizi televisivi lo hanno raccontato nel dettaglio - gli attivisti di Casa Pound si dedicano a tempo pieno alla gestione degli affitti e delle occupazioni irregolari di centinaia di appartamenti, mentre neanche le istituzioni cittadine sono più in grado di stabilire quali siano i legittimi inquilini.
A Firenze, dentro una caserma dei carabinieri, sventola una bandiera del Secondo Reich e campeggia il ritratto di un Matteo Salvini che imbraccia un mitra. Quando un bravo giornalista, che si era accorto dalla strada di quegli strani trofei esibiti nella caserma della “Benemerita”, ha filmato tutto con la sua telecamera, è esploso lo scandalo. La ministra della difesa, Roberta Pinotti, indignata, chiede lumi e “rigore” all’Arma dei carabinieri.
Per ora, viene data la colpa a un solo carabiniere, visto che quella era la sua stanza.
E casi del genere, più o meno piccoli, più o meno grandi, più o meno individuali, più o meno collettivi - dagli altoparlanti installati in un lido balneare a Chioggia, dove il titolare della concessione aveva scritto: “qui vige il regime, se non ti piace me ne frego”; al viso di Anna Frank sulle magliette della Roma, per iniziativa degli ultras della Lazio; al saluto fascista e all’esibizione dello stemma della Repubblica Sociale Italiana, da parte di un calciatore nel campo di Marzabotto, città medaglia d’oro della Resistenza - altro non sono che “il fascismo in pantofole”.
Qual è il meccanismo di risposta della Politica, delle istituzioni e dei media a una catena di episodi che si è fatta troppo lunga per passare inosservata? Trattare  ogni singolo “caso” come se fosse un “caso” a se stante, isolato: “rara avis”, dicevano i latini.
E invece, ormai non si tratta più di rondini che da sole non fanno primavera, (“rara avis”), ma di cupi stormi che iniziano a volteggiare nei cieli di troppe città italiane.
In altre parole, quando finisce l’interesse mediatico, si passa ad altro.
Qualcuno paga mai sul serio?
Pagheranno i rapati di Como?
Ci saranno punizioni esemplari dentro l’Arma dei carabinieri?
Sono stati forse chiamati a rispondere gli ultras che hanno sporcato il viso di Anna Frank?
O il calciatore che si è esibito a Marzabotto?
Ne dubitiamo.
Però attenzione: perché il passaggio dalle pantofole agli scarponi chiodati, è solo questione di tempo.

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