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Paolo Borsellino e Giovanni Falcone uomini con la U maiuscola

falcone borsellino gr c shobhadi Saverio Lodato
Li ricorderemo ancora molto a lungo. Forse per un altro quarto di secolo, o un altro mezzo secolo. Chi può dirlo? Se rivolgiamo la testa all’indietro, alle parole di Paolo Borsellino che auspicava un giorno in cui si sentisse finalmente forte e chiaro il "profumo della libertà", non possiamo fare a meno di chiederci se allora pensavamo fosse possibile che il tempo volasse via. Tanto da ritrovarci oggi ancora qui, a chiedere che venga finalmente il tempo del "profumo della libertà". Nessuno, allora, avrebbe detto che sarebbero trascorsi questi venticinque anni che sono invece trascorsi.
Come sono trascorsi?
Per fare cosa?
Per ottenere cosa?
Per assistere a quale "radicale" cambiamento?
Uno, Giovanni Falcone, si diceva certo che Cosa Nostra, come tutte le cose della vita, avrebbe avuto un suo inizio, una sua durata e una sua fine.
L’altro, Paolo Borsellino, intravedeva nelle battaglie di allora e nella discesa in campo dei giovani, quel "profumo di libertà", appunto, che avrebbe sopraffatto il lezzo del "compromesso" etico, se così si può dire (che più ossimoro di così non si può), il tanfo di una politica corrotta, il fetore, tutto italico, dei sepolcri imbiancati, di ieri e di oggi.
Idealisti, certo, Falcone e Borsellino.
E si sarebbero fatti scannare se non fossero stati idealisti?
Potevano vivere così bene nell’Italia di oggi. Potevano fare carriere luminose, se solo avessero detto "signorsì", quando era il momento di dire "signorsì". Tanto intelligenti, entrambi, da capire al volo tutto ciò che c’era da capire.
Per esempio: che nessuno chiedeva loro di affrontare la mafia a muso duro.
Per esempio: che non dovevano puntare il dito contro latitanze mafiose serene e tranquille che si trascinavano da decenni.
Per esempio: che non dovevano andare a curiosare nei miasmi di quell’autentica malaria dei rapporti fra la mafia e la politica e le istituzioni che per un secolo e mezzo ha ammorbato la storia d’Italia.
E con gli esempi potremmo continuare all’infinito.
Quante cose Giovanni Falcone e Paolo Borsellino capirono perfettamente, in tempo reale, mentre accadevano sotto i loro occhi, eppure fecero finta di non capire. Vollero non vederle. Speravano - ma ci crediamo poco - di non sbagliarsi: se è vero che giocavano fra loro al "toto morte", sperando almeno di differirne il giorno, sapendo che quella morte che si erano andati a cercare con le loro mani non era più esorcizzabile.
Lasciarono i loro testamenti in un’agenda elettronica e in un’agenda rossa, sperando così di aver messo in salvo, in quelle personalissime arche di Noè, i codici dell’oscenità del Potere in cui si erano imbattuti. E qualcuno, a bella posta, le fece sparire.
Ingenui, allora, oltre che idealisti? Purtroppo si. Perché lo fecero?
Certo.
Uno, come dicevamo, credeva di avere la logica dalla sua: perché dove sta scritto che solo a Cosa Nostra, fra tutte le cose della vita, debba essere riconosciuto il lusso e il privilegio dell’eternità? L’altro, fidava nel fatto che le generazioni, avvicendandosi, sarebbero riuscite a mettere la parola fine sotto tutto questo.
Ma lo vogliamo dire, oggi, che furono Uomini con la U maiuscola, in un paese di lillipuziani meschini e ingordi, ipocriti e corrotti, falsi e bugiardi? Che tutto quello che fecero lo fecero per noi?
Ed è in questa Italia, venticinque anni dopo, che ci ritroviamo noi, i destinatari del loro esempio. Ed è l’Italia rappresentata dalle prefiche della grande stampa. Sapete chi erano le prefiche nell’antica Roma? Donne che dietro compenso andavano a funerali altrui per strapparsi le vesti, emettere lamenti belluini, intessere le lodi del defunto.
L’Italia delle prefiche che piangono a gettone, come accadeva una volta nei funerali nel Sud, e Grazia Deledda ce ne lasciò mirabile descrizione: "alcune donne continuavano ad ululare mentre le prefiche di mestiere ricevevano già il compenso: una misura di frumento e una libra di formaggio".
Le prefiche di certa grande stampa e di certa televisione, oggi si strappano i capelli per le "precarie condizioni di salute" di Totò Riina, che - parola di Cassazione - ha diritto "a morte dignitosa".
Sono le stesse prefiche, a gettone, che si inteneriscono in carcere con Marcello Dell’Utri per fargli dire, così, en passant, che si considera "un prigioniero politico", e, più in generale, che vorrebbe essere curato non in carcere, ma a casa sua.
E non sapremmo come definire, se prefiche o in altro modo, quei giudici di Cassazione che per uno solo cittadino italiano su sessanta milioni, (Bruno Contrada), hanno ideato un quarto grado di giudizio: il verdetto di Cassazione personalizzato.
Fra due giorni cadrà l’anniversario della strage di via d’Amelio.
Ecco una cosa importante che siamo riusciti a fare in questi venticinque anni: esserci.
Esserci ancora.
Essere ancora schierati dalla stessa parte di allora.
Con loro, con questi campioni di quell’idealismo e di quell’ingenuità che purtroppo li portarono a morire.
Con Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, con le donne e gli uomini delle loro scorte.
Venticinque anni fa speravamo che avremmo concluso di più.
Ma in fin dei conti è anche vero che il poco che abbiamo ottenuto non è pochissimo.
Prova ne sia che i lillipuziani di cui sopra speravano che la storia fosse finita con Capaci e via d’Amelio. Invece no. Almeno in questo, si sono sbagliati.

Foto originale © Shobha

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