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Stragi '92: in aula le parole di Brusca su Messina Denaro custode dei segreti di Riina

di AMDuemila
Prosegue la requisitoria del procuratore aggiunto Gabriele Paci

"Brusca fornisce un'indicazione fondamentale. Siamo alla fine del '92. Riina gli fa una confidenza e gli dice 'Guarda che se mi succede qualcosa, i picciotti Giuseppe Graviano e Matteo (inteso Messina Denaro, ndr) sanno tutto'". A ricordare quella dichiarazione dell'ex boss di San Giuseppe Jato, che il pentito rilasciò in dibattimento nel dicembre 2017 è il procuratore aggiunto nisseno Gabriele Paci durante la requisitoria del processo contro il super latitante di Cosa nostra Matteo Messina Denaro, accusato di essere il mandante delle stragi del 1992.
Un elemento che permette di comprendere il “peso” che i due capimafia, uno ancora a piede libero e l’altro in carcere al 41 bis, hanno all’interno dell’organizzazione criminale. Rivolgendosi alla Corte d’assise di Caltanissetta, il magistrato ha anche ricordato le parole del Capo dei Capi, intercettato in carcere con il compagno d’ora d’aria Alberto Lorusso. "Nel pieno del processo sulla trattativa - ha continuato Paci - Totò Riina è inferocito. Si lamenta di Matteo Messina Denaro, che definisce un 'ragazzino che si è messo a prendere soldi, si interessa di sé stesso e non delle questioni. 'Se ci fosse suo padre, che era un bravo cristiano che mi dava a suo figlio per farne quello che dovevo fare...'". Sempre in riferimento al rapporto tra Messina Denaro e il Capo dei capi, Paci ha sottolineato più volte che Riina parlava di Messina Denaro come "la luce dei suoi occhi". "Il padre lo aveva messo nelle sue mani. 'E io l'ho fatto buono', diceva Riina, ricordando questo mafioso che gli era cresciuto sulle ginocchia".

Riina preoccupato dai pentiti
Tornando alla questione dei pentiti come Giovanni Brusca, che negli anni ha fornito un contributo determinante nella ricerca della verità con le sue rivelazioni agli organi inquirenti, il pm Gabriele Paci ha spiegato come l’utilizzo dei collaboratori di giustizia abbia messo chiarezza all'uso delle fonti investigative, e tolto spazio a Cosa Nostra. "L'uso dei confidenti nella lotta alla mafia aveva dato vita a uno scambio spesso non trasparente, basato su dei presupposti non proprio chiari. L'arrivo dei collaboratori di giustizia negli anni Novanta, rischiava di far venire a galla verità ingestibili: questo preoccupava Riina", ha detto l'accusa. "La capacità manipolativa di Riina - ha aggiunto - nell'aggiustamento dei processi era una prassi, accadeva per tutte le vicende giudiziarie - ha detto Paci - ma il maxiprocesso divenne la grande incompiuta, perché tutti i tentativi di condizionamento andarono a vuoto". "Gli investigatori dell'epoca che interloquivano con Falcone non rendicontavano a nessuno dei loro superiori, erano ingestibili anche loro e avevano rapporti diretti con le fonti", ha aggiunto Paci. "Tutti sapevano che Falcone avrebbe dovuto lasciare Palermo, tanto che Siino raccontò che un massone gli disse 'dobbiamo portarlo via con le buone, magari anche dandogli un posto di prestigio, ma deve andare via con serenità, perché non sappiamo cosa potrebbe accadere'".

Il fronte unito di Cosa nostra nella strategia stragista
Nel corso della requisitoria il pm ha spiegato che il 1992 segnò l'unità assoluta di Cosa Nostra nell'attacco allo Stato. Ma per arrivare a questo dovette passare diverso tempo. Per sferrare l'attacco "la mafia doveva essere unita, la regola della collegialità è sempre stata mantenuta, nonostante il peso politico della cupola palermitana: per questo vennero fatte delle riunioni in diverse città siciliane", ha detto il pm Gabriele Paci descrivendo "la strategia stragista, preceduta da una lunga e complessa fase progettuale e deliberativa che raccolse consenso in tutte le famiglie siciliane". "Quando in alcuni casi vennero eseguiti degli omicidi in altre province senza chiedere l'autorizzazione alle altre famiglie - ha continuato Paci - si crearono dei subbugli, come quando venne ucciso Carmelo Colletti di Agrigento, che era quello in contatto con don Ciccio Messina Denaro già nella metà degli anni ottanta". "Uno degli obiettivi era quello di colpire l'onorevole Andreotti, anche perché non volevano che raggiungesse la carica di presidente della Repubblica, e l'omicidio di Salvo Lima (ucciso il 13 marzo 1992), va in quel verso, come non sfuggiva di certo al nostro imputato; il pentito Francesco Geraci (gioielliere, amico del latitante) ci riferì che proprio Messina Denaro, in occasione dell'uccisione del politico palermitano, gli disse: 'vediamo se lo capisce'. Ma c'erano altri soggetti su cui avevano puntato il loro odio, sia i nemici storici, come l'onorevole Claudio Martelli, che da ministro della Giustizia aveva portato Giovanni Falcone al Ministero, e si era occupato personalmente della riassegnazione del maxiprocesso. Ma anche altri presunti traditori. Tanto che nel settembre 1992 verrà ucciso anche Ignazio Salvo, uno dei cugini che si occupava delle esattorie siciliane". Ecco quindi che vennero organizzate delle riunioni in diverse città siciliane, tra cui almeno due organizzate ad Enna tra la fine del '91 e i primi mesi del '92, come raccontò in aula il collaboratore di giustizia Leonardo Messina. "Anche altri collaboratori ne hanno parlato, ma nessuno di loro ha partecipato alle riunioni, di cui tutti hanno avuto notizia per il tramite di altri uomini d'onore, nel corso delle quali si parlò di un progetto politico per un attacco da sferrare alle istituzioni. Tutti sapevano che il fine fosse quello di destabilizzare le istituzioni e indurre lo Stato a trattare". In quegli anni - come riferito durante il processo il 24 gennaio 2019 dal collaboratore catanese Filippo Malvagna - "si decise che alcuni episodi dimostrativi andavano rivendicati con la sigla Falange Armata, cosa che effettivamente avvenne".
In questo lavoro di compattamento ebbe un ruolo importante la primula rossa Messina Denaro, che, d'altronde, a suo tempo aveva perfino 'sdoganato' i Graviano. "Senza di lui - ha spiegato Paci - Riina non avrebbe mai dato credito alle famiglie di Brancaccio". "Prima di essere arrestato Totò Riina dice a Brusca che 'se mi succede qualcosa, i picciotti sanno tutto', riferendosi a Matteo Messina Denaro e i fratelli Graviano" e alle stragi del Novantadue. Nel quartiere palermitano di Brancaccio i Messina Denaro potevano contare sulla parentela con Filippo Guttadauro, sposato con una delle sorelle del latitante Matteo, che durante la latitanza di don Ciccio e del figlio, divenne reggente del mandamento di Castelvetrano. "A raccontarci il ruolo di Messina Denaro prima delle stragi è lo stesso Riina (arrestato nel 1993, ndr) che, intercettato in carcere, disse che è stato qualche 4 o 5 anni con me'. "Questo figlio lo ha dato a me per farne quello ne dovevo fare - disse Riina nel 2013, durante i colloqui in carcere con Lorusso - stato qualche 4 o 5 anni con me, impara bene, minchia, tutto in una volta.... Si è messo a fare la luce... E finì, e finì... Fa luce! (...) E a noi ci tengono in galera, sempre in galera, però quando siamo liberi li dobbiamo ammazzare".

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