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Strage dei Georgofili, a 26 anni di distanza ancora nebbie da dipanare

A Firenze le commemorazioni
di Karim El Sadi
Firenze, notte tra il 26 ed il 27 maggio 1993. Sono le 01.04 quando una potentissima esplosione interrompe bruscamente il sonno degli abitanti della città. Le sirene delle ambulanze e delle squadre mobili iniziano a manifestarsi sempre più forte. Le prime voci parlano di una possibile fuga di gas. Nessuno può immaginare che un furgone Fiorino imbottito di duecentocinquanta chili di tritolo è stato appena fatto brillare in via dei Georgofili, in prossimità della storica Torre de' Pulci. L’esplosione, che provoca un cratere della lunghezza di 4 metri e 20, profondo un metro e 30, ha gravemente danneggiato parte della Galleria degli Uffizi e del Corridoio Vasariano, distruggendo per sempre alcune opere d'arte. Ma la bomba non colpisce solo l'arte. Tra fumo e macerie si viene a sapere che 41 persone sono rimaste ferite mentre altre 5, che sono state completamente investite dall'esplosione, hanno perso la vita. Si tratta di Dario Capolicchio, 22 anni, bruciato davanti agli occhi della fidanzata Francesca Chelli, e la famiglia Nencioni, Fabrizio, la moglie Angela Fiume e le due figlie Nadia, 9 anni, e la piccola Caterina di soli 50 giorni. Per quella bomba, che solo dopo diverso tempo si scoprì fosse stata piazzata dalla mafia, venne condannato nel giugno del 1998 tutto il Gotha di Cosa nostra. Ergastolo per Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro (tutt'ora latitante), Leoluca Bagarella, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Filippo Graviano, Cosimo Lo Nigro, Antonino Mangano, Gaspare Spatuzza, Salvatore Benigno, Gioacchino Calabrò, Cristofaro Cannella, Luigi Giacalone e Giorgio Pizzo. Le posizioni di altri due imputati di primo piano, come il capo dei capi, Totò Riina e il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, vennero invece stralciate (nel 2000 entrambi vengono condannati ugualmente all'ergastolo). Anni più tardi, quando vennero depositate le motivazioni della sentenza di primo grado (nel 1999) si fece cenno per la prima volta alla Trattativa Stato-mafia e alla strategia stragista, in cui Firenze si rivelò la prima delle città colpite nel continente. Tra le numerose pagine della motivazione della sentenza veniva spiegato, già in quell'anno, come quelle stragi del 1993 servivano per condizionare il funzionamento degli istituti democratici e lo svolgimento della vita civile del paese e ottenere un allentamento del regime del 41 bis.
Le stragi successive a quelle di Capaci e via d'Amelio "sono collocabili - si legge - nell'ambito di un'unica strategia stragista volta a ricattare lo Stato per costringerlo a una trattativa in ordine al regime penitenziario introdotto con l'art. 41bis". Successivamente anche il pentito Gaspare Spatuzza riferì, in varie occasioni, della strategia di sangue di Cosa nostra affermando che ”le stragi in Continente erano qualcosa fuori Cosa nostra; ci stavamo portando dietro dei morti che non ci appartenevano”.
A dar man forte a quelle dichiarazioni e a quelle risultanze scritte nere su bianco dai giudici del processo per la strage di Firenze si aggiunsero solamente nel 2016 quelle pesantissime emerse dal processo ai danni del boss capo della famiglia palermitana di Corso dei Mille Francesco Tagliavia, condannato in via definitiva per aver messo a disposizione i suoi uomini e prestato il suo assenso alla strage in via dei Georgofili. I processi a carico di Tagliavia hanno accertato che gli esecutori e i mandanti della strage erano esponenti della mafia e che ad ispirarla era stata l’avvenuta formale deliberazione di “una sorta di stato di guerra contro l’Italia”, da attuarsi utilizzando una precisa strategia di tipo terroristico ed eversivo, che andava oltre i consueti metodi e finalità di Cosa nostra, con la quale si intendeva “costringere lo Stato Italiano praticamente alla resa davanti alla criminalità mafiosa”. Inoltre in primo grado i giudici della Corte d’assise di Firenze avevano affermato chiaramente che la trattativa “indubbiamente ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des” e addirittura scrissero che “l’iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia”.
E’ su questi fatti che a 26 anni di distanza l’'Associazione tra i familiari delle vittime della Strage di via dei Georgofili chiede ancora che venga dipanata definitivamente la fitta nebbia presente su quei numerosi misteri celati dietro la strage che portò via i loro cari quella notte di maggio del ’93. La presidente dell’Associazione, Giovanna Maggiani Chelli, in una intervista rilasciataci lo scorso 7 febbraio aveva chiesto, dopo i vari processi che “hanno stabilito una parte di verità sulle modalità di quell'attentato e sulle responsabilità dei mafiosi che hanno compiuto il delitto”, di voler “andare oltre” contando “fortemente sulle indagini in corso alla procura di Firenze”. In che modo? Un buon punto di partenza sarebbe, ad esempio, “un confronto tra Giovanni Brusca e Giuseppe Monticciolo, aveva affermato la Chelli, riguardo a quanto quest’ultimo riferì, nel 1999, di un viaggio a Milano al Procuratore di Firenze Gabriele Chelazzi. “Brusca sul punto non ha mai detto nulla mentre Monticciolo, successivamente, - aveva aggiunto la Presidente dell’associazione - ha ritrattato quel verbale che per un vizio di forma non è potuto entrare nel processo trattativa. Chelazzi, infatti, non chiese al tempo a Monticciolo se intendeva avvalersi della facoltà di non rispondere. Dal 2015 è stata disposta una legge retroattiva per cui anche per i verbali effettuati prima del 2001 quella formula doveva essere obbligatoria. Così sul punto non c'è mai stato uno sviluppo. Noi siamo convinti che qui, invece, possa esserci una chiave importante di verità. E Brusca potrebbe chiarirla”. O anche fare luce su quanto racchiuso all'interno di quel fascicolo riaperto dalla procura fiorentina affidato al sostituto Luca Turco e al pm Angela Pietroiusti nel 2017 sui mandanti occulti dell'attentato, contenente ore ed ore di conversazioni intercettate in carcere tra l'uomo d'onore Giuseppe Graviano e il compagno d'ora d'aria Umberto Adinolfi. Più di una volta, nel corso dei 14 mesi di attività delle microspie, il boss di Brancaccio aveva parlato con Adinolfi dell'ex premier Silvio Berlusconi e del socio e amico Marcello Dell'Utri. "Berlusconi mi ha chiesto questa cortesia, per questo c’è stata l’urgenza... Lui voleva scendere... però in quel periodo c'erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa".
Alla luce del possibile coinvolgimento dei due fondatori di Forza Italia nella Trattativa Stato-mafia Giovanna Maggiani Chelli, a nome della sua associazione ci aveva confessato "vogliamo sapere se Berlusconi e Dell'Utri sono saliti sul carro della trattativa Stato-mafia o no". Solo se questi quesiti e misteri verranno chiariti la nebbia che avvolge quel 27 maggio 1993 potrà essere dipanata per lasciare spazio al "tramonto" di cui la piccola Nadia Nencioni parlava in una delle tante poesie che amava scrivere.

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