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Rodolfo Reyes, nipote del Premio Nobel, smentisce la versione ufficiale: “Mio zio fu avvelenato in clinica

Ormai è tutto chiaro: mio zio Pablo è stato ucciso ma in troppi, a cinquant’anni esatti dalla morte, non vogliono ancora che una sentenza lo certifichi”. Pesano come macigni le parole di Rodolfo Reyes, avvocato e nipote del poeta cileno Pablo Neruda, rilasciate a Tommaso Labate sul Corriere della Sera. Non ha dubbi sulla morte del Premio Nobel: non fu il cancro ad ucciderlo ma la dittatura di Augusto Pinochet. Oggi, Reyes, si trova in Italia per raccontare un’altra versione del “Delitto Neruda”, per richiamare il libro-inchiesta di Roberto Ippolito (ed. Chiarelettere). Una verità diversa da quella ufficiale secondo cui Neruda sarebbe morto di tumore (era malato terminale). “Le evidenze emerse negli ultimi dodici danno ragione alla frase che mi disse mia mamma quella notte del 23 settembre 1973, quando la Radio Cooperativa diede la notizia della sua scomparsa, alla Clinica Santa Maria di Santiago del Cile. Lo disse d’istinto: ‘A tuo zio lo mataron’ (“l’hanno ammazzato”, ndr)”, ha detto Reyes. Il poeta cileno era un simbolo, “una grande icona” come Victor Jara e Salvador Allende. E per questo andava eliminato. Il poeta cileno e l’ex presidente cileno Allende, assassinato da Pinochet l’11 settembre 1973, erano legatissimi al punto che, racconta Reyes, “nel 1970 mio zio era stato proposto per la presidenza del Cile dal Partito comunista ma era stato felicissimo di fare un passo indietro quando il nome di Allende, socialista, aveva reso possibile la coalizione dell’Unidad popular, che poi avrebbe vinto le elezioni”.

Che Pablo Neruda fosse malato terminale di cancro alla prostata è dato accertato, come si legge nel certificato di morte, ma Reyes ha dichiarato che “stava bene”. “Era un po’ lento nel parlare e nel camminare ma secondo i medici avrebbe potuto sopravvivere altri sei anni”, ha aggiunto. Tutto è cambiato dopo che gli venne fatta una strana iniezione nella pancia. “Quando venne ucciso mio zio Pablo stava per andare in Messico con un aereo messo a disposizione dal presidente Luis Echeverria, che aveva pianificato il viaggio dopo il golpe di Pinochet - ha raccontato Reyes al Corriere -. Sabato 22 settembre (1973, ndr) il volo era pronto sulla pista dell’aeroporto di Santiago. Fu mio zio a dire di voler rimanere in Cile anche la domenica 23 per poi partire per Città del Messico lunedì 24. Il giorno prima aveva mandato Matilde (sua moglie, ndr) e l’autista Manuel Araya a Isla Negra a prendere delle cose che avrebbe dovuto portare con sé. Poi fece dalla clinica la telefonata rimasta segreta per molti anni e rivelata da Manuel, in cui disse che gli avevano fatto un’iniezione nella pancia e che si sentiva improvvisamente molto, molto male. Dopo aver esaminato tutte le carte, come rappresentante legale dei familiari mi sono unito alla causa”.

Il padre di Reyes, Rodolfo, il giorno della morte di Pablo Neruda gli disse di recarsi nella Clinica Santa Maria per dare sostegno alla zia Laura, l’altra sorella del Premio Nobel, e a Matilde Urrutia. “Mio padre mi disse di andare tenendo gli occhi molto aperti - ha detto Reyes -. Il corpo (di Pablo Neruda, ndr) era appena stato frettolosamente portato via e poi abbandonato in un corridoio fuori dalla cappella; lo avrebbero recuperato la mattina dopo grazie all’insistenza di Matilde, che pretendeva di portarlo a casa, alla Chascona. Seduta su una panca, disse: ‘Voglio portarlo a casa, voglio che il mondo sappia!’. Alla fine, riuscì a farselo consegnare”. La mattina seguente, Reyes si recò alla Clinica, poco prima che lo portassero via. “La bara era aperta ma si vedeva solo la testa. Quando arrivammo alla Chascona, trovammo la casa totalmente devastata, i quadri sfregiati, i materassi tagliati”, ha detto. Il nipote di Neruda non ha dubbi: erano stati gli uomini di Pinochet. “Era tutto allagato - ha detto -. Per far entrare la bara in casa fummo costretti a usare delle assi di legno e a passare dal garage”.

Quell’iniezione nello stomaco, confermata dal buco rosso all’altezza della pancia”, fu fatale per Reyes. “Sappiamo che nel corpo, riesumato a seguito della querela del 2011, all’altezza di un molare è stato trovato un batterio la cui tossina è considerata la seconda arma più letale al mondo - ha spiegato -. E adesso sappiamo anche che il ‘clostidrium botulinum’ non poteva essere arrivato là con una cura dentistica, visto che quel molare non era mai stato curato; né che poteva essere presente nel terreno in cui lo zio Pablo era sepolto”. La svolta arrivò quando vide il certificato di morte in cui era scritto “cachessia cancerosa cancro prostatico”. “Quindi indebolimento del corpo a causa del cancro, come se fosse scheletrico. Ecco: quando morì, Pablo Neruda pesava novanta chili!”, ha sottolineato. Rodolfo Reyes continua a girare l’Italia per raccontare l’altra verità del delitto Neruda, “sperando che il rumore arrivi fono a lì”, nel suo amato Cile.

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