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Mafie News

Operazione ''Passpartout'', 5 fermi a Sciacca

di Aaron Pettinari - Video
In manette il radicale Nicosia: per la Procura "vicino ai fedelissimi di Messina Denaro
"Trasmetteva all'esterno i messaggi dei boss in carcere"

Dalle prime luci dell'alba la Guardia di finanza di Palermo e Sciacca e i carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Agrigento hanno dato esecuzione a un provvedimento di fermo emesso dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo nei confronti di cinque appartenenti o comunque contigui alla cosca di Sciacca, accusati a vario titolo di associazione mafiosa e favoreggiamento. Contestualmente nell'operazione, denominata "Passpartout", sono scattate anche decine di perquisizioni di abitazioni, uffici, aziende e negozi riferibili agli indagati.
Tra i fermati vi sono il capomafia di Sciacca, Accursio Dimino, e Antonello Nicosia, membro del Comitato nazionale dei Radicali italiani per anni impegnato in battaglie per i diritti dei detenuti. Ad entrambi i pm del capoluogo siciliano (l'inchiesta è coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall'aggiunto Paolo Guido e dai pm Gery Ferrara e Francesca Dessì), contestano il reato di associazione mafiosa. Per altri tre l'accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa.
Secondo la Procura, Nicosia avrebbe fatto da tramite tra capimafia, alcuni dei quali al 41 bis, e i clan, portando all'esterno messaggi e anche ordini. Nicosia, che nella sua pagina Facebook si indica quale Osservatorio internazionale dei Diritti umani Onlus, sarebbe riuscito ad eseguire il compito accompagnando, in qualità di assistente parlamentare giuridico-psicopedagogico alla Camera dei deputati, la deputata Pina Occhionero (ex "Liberi e Uguali" e di recente passata a "Italia Viva" che risulta estranea alla vicenda) in alcune ispezioni all'interno delle carceri siciliane ma anche di istituti di pena di alta sicurezza come Tolmezzo. Scrivono i pm della Dda nel fermo che "sia gli incarichi assunti a diverso titolo in più associazioni volontaristiche, sia l'elezione nel movimento dei Radicali italiani, sia ancora i rapporti stretti con l'Onorevole Giuseppina Occhionero sono stati tutti da lui strumentalizzati per accreditarsi presso diverse strutture penitenziarie e per fare visita a mafiosi detenuti, a scopi estranei a quelli, proclamati, della tutela dei loro diritti". "Dall'ascolto delle intercettazioni - scrivono gli inquirenti - è emerso in diretta che il Nicosia, a fronte di un impegno politico e sociale sicuramente ispirato a nobili e lodevoli principi, si è in realtà parallelamente adoperato al fine di favorire, a vario titolo, più associati mafiosi, condannati in via definitiva, reclusi in diversi istituti penitenziari nonché al fine di veicolare messaggi fra loro e l'esterno".
"Lo stesso Nicosia rivelava tale circostanza in una conversazione del 4 gennaio 2019 col proprio conoscente Pippo Bono - si legge ancora nel fermo - In particolare, l'indagato confidava espressamente al proprio interlocutore di aver ottenuto un 'contratto' con l'Onorevole Occhionero non per ragioni economiche e di lavoro bensì per la possibilità di fare ingresso nelle carceri e, più in particolare, per far visita ai detenuti sottoposti al predetto regime di 'carcere duro'".
Stando alle indagini, tra i detenuti che sarebbero stati favoriti, vi sarebbe anche Filippo Guttadauro (cognato del latitante, attualmente internato in misura di sicurezza - casa lavoro presso la Casa Circondariale di Tolmezzo e ancora sottoposto al regime detentivo ex art 41 bis O.P.).
Nelle conversazioni intercettate, l'esponente Radicale sottolineava il vantaggio di entrare negli istituti di pena insieme alla deputata in quanto questo genere di visite non erano soggette a permessi. Nicosia, secondo i magistrati, non si sarebbe limitato a fare da tramite tra i detenuti e le cosche, ma avrebbe gestito business in società col boss di Sciacca Dimino, con cui si incontrava abitualmente, fatto affari coi clan americani e riciclato denaro sporco. Da alcune intercettazioni emergerebbero anche progetti di omicidi.

Gli insulti a Falcone
Nicosia, che conduceva in tv la trasmissione "Mezz'ora d'aria" parlando di legalità e diritti al telefono, come emerso nelle intercettazioni, non mancava di esprimere giudizi pesanti anche su Giovanni Falcone, ucciso il 23 maggio 1992 assieme alla moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Una morte da lui definita come "un incidente sul lavoro". Parole pesanti che sono finite nel fermo che ha portato in carcere altre quattro persone. Accuse al giudice venivano rivolte anche sul suo ruolo al Ministero della Giustizia, prima della strage di Capaci. ("Più che il magistrato faceva il politico").
E poi ancora diceva che doveva essere cambiato il nome dell'aeroporto di Palermo: "All'aeroporto bisogna cambiare il nome... Non va bene Falcone e Borsellino... Perché dobbiamo arriminare (girare, ndr) sempre la stessa merda... Sono vittime di un incidente sul lavoro, no?". "Ma poi quello là (Falcone, ndr) - proseguiva - non era manco magistrato quando è stato ammazzato... aveva già un incarico politico, non esercitava...".

Il contatto con gli uomini di Messina Denaro
Nicosia, oltre che essere in contatto diretto con il boss Accursio Dimino, quest'ultimo già nel 1996 era stato condannato per mafia, e già allora era emerso lo stretto contatto, con tanto di scambio di pizzini, con il superlatitante di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro e prima ancora con il padre, Francesco. Nei suoi riguardi un’altra condanna era arrivata nel 2008, nel 2016 era stato scarcerato dopo aver vissuto anche un periodo di detenzione al 41 bis. In questi tre anni di indagini è emerso come Dimino, una volta tornato in libertà, non avesse perso nulla del suo ruolo di capo.
Per i pm della Dda di Palermo Antonello Nicosia, sarebbe stato impegnato "per la realizzazione di un non meglio delineato progetto che, afferente il settore carcerario, interessava direttamente il latitante Messina Denaro da cui l'indagato si aspettava di ricevere un ingente finanziamento non ritenendo sufficienti i ringraziamenti che asseriva di avere ricevuto dallo stesso ricercato".
Sempre dalle intercettazioni è emerso che Nicosia definiva il boss Messina Denaro come "il nostro Primo ministro". Nelle conversazioni invitava anche il suo interlocutore a parlare con cautela della Primula rossa.

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