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'Ndrangheta stragista: le anomalie sulla fuga del pentito Lo Giudice

aula tribunale giustizia c FotogrammaL'ispettore della polizia Crucitti ricostruisce le attività d'indagine
di Francesca Mondin
Al processo 'Ndrangheta stragista, che vede imputati Rocco Santo Filippone e Giuseppe Graviano per gli attentati ai carabinieri in Calabria, tra il ‘93 e il ‘94, sono emerse alcune stranezze riguardo la fuga del pentito Nino Lo Giudice dalla località protetta di Macerata il 4 giugno 2013. Sul banco dei testimoni è salito l'ispettore della polizia Antonio Crucitti che ha seguito gran parte degli accertamenti e ricerche chieste dalla Dda di Reggio Calabria durante la fase d'indagine. Crucitti è entrato subito nel vivo degli accertamenti fatti riguardo la singolare fuga di Lo Giudice, pentito calabrese che nelle sue dichiarazioni aveva parlato anche dell'ex agente di polizia Giovanni Aiello, alias “faccia da mostro" (morto ad agosto scorso,ndr) e del coinvolgimento dell'ex agente calabrese nella strage di via D'Amelio.
Il giorno della fuga lasciò un memoriale in cui ritrattava ogni cosa ma dopo meno di un anno dal suo ritrovamento ed arresto Lo Giudice riconfermò le dichiarazioni e spiegò di aver agito in quel modo perchè aveva "iniziato a ricevere strane visite a Macerata” da “ uomini in borghese che si qualificarono come carabinieri”. Il pentito disse anche che questi uomini un giorno lo prelevarono e lo misero in guardia nel fare dichiarazioni su certi argomenti.
E sui Carabinieri, da quanto emerge dalla testimonianza dell'ispettore, Lo Giudice cercava di mettere in allerta il figlio. Nei colloqui del pentito avuti in carcere con i famigliari e la compagna di origini marocchine “riscontriamo un costante timore” ha detto Crucitti. Dall'ascolto di quelle conversazioni avvenute in seguito al suo arresto dopo la fuga, ha spiegato l'ispettore, è emerso che “Lo Giudice diceva alla compagna di non aver raccontato nulla della sua fuga perché impaurito”. Raccontò che “Un giorno era stato prelevato da tre uomini mentre passeggiava con la cagnolina. Uomini che lui descriveva essere carabinieri”.
In una di queste conversazione inoltre “il collaboratore di giustizia riferì alla compagna marocchina di aver conosciuto una signora ucraina con la quale ebbe una corrispondenza epistolare con il computer” ha detto l'ispettore.
L'episodio singolare è che “Il giorno dell'allontanamento da Macerata di Lo Giudice si registra una chiamata dal numero di Lo Giudice, utilizzato dalla compagna marocchina, all'utenza di una signora ucraina”. Una certa “Lea” che gli si scoprirà, in seguito agli accertamenti, essere in contatto telefonico con un “numero intestato al comando generale dell’Arma”.
Riguardo tutto questo sarà chiamato a testimoniare lo stesso collaboratore di giustizia nell'arco del dibattimento, ad ora sappiamo comunque che delle anomalie ci furono.

Quelle anomalie e la presenza constante dei Carabinieri
Dagli accertamenti della polizia di Reggio Calabria emergerebbe che il pentito calabrese aveva avuto, il 29 maggio, dei contatti telefonici “con un utenza intestata ad un agenzia immobiliare di Macerata” che in seguito alle verifiche della polizia sarebbe risultata essere nella disponibilità di un carabiniere appartenente al nucleo di protezione (Nop). Un fatto che anche Cruccitti ha detto essere “anomalo” perchè il collaboratore avrebbe dovuto chiamare il servizio Nop e non un utenza immobiliare” privata per parlare con il militare. Come mai questo contatto “ufficioso”?
Poco prima era avvenuta un altro fatto significativo che coinvolge una pattuglia di carabinieri. La moglie di Lo Giudice, Caterina Stilo e suo figlio Giuseppe erano stato fermati ad un posto di blocco ma l'orario preciso non ci sa, o meglio, ci sono due dati ufficiali che differiscono di più di un ora uno dall'altro. Non c'è corrispondenza infatti “tra i dati che risultava inseriti nel centro elaborazione elettronica del Ministero dell'interno del controllo su strada e l'orario scritto nella relazione di servizio della pattuglia”. Un dato segna le 22.58 mentre l'altro le 00.15. Cosa successe in quell'ora di tempo? “Si può immaginare che magari i carabinieri effettuarono realmente il controllo alle 22.58 ma poi probabilmente accompagnarono Giuseppe Lo Giudice e Caterina Stilo che presumibilmente non riuscivano a trovare l'abitazione”. Ad ogni modo “qualcosa è successo, non c'è una visione chiara di come è andato il controllo su strada” ha detto Crucitti.
Infine la presenza dei carabinieri si riscontra anche nel viaggio di “Lo Giudice da Macerata a Roma per incontrare il dott Donadio”, in quell'occasione il pentito registrò un audio in cui “si evince che il personaggi che facevano parte in quella conversazione erano 4 persone. C'erano quindi tre carabinieri oltre a due agenti di scorta nel NOP”.
L'ispettore della polizia ha riferito anche sugli accertamenti riguardo l'esposto anonimo inviato nell'ottobre 2011 all’allora procuratore generale Salvatore Di Landro, vittima di un attentato dinamitardo nell’agosto del 2010 e di cui proprio Lo Giudice si è auto accusato come mandante. Nell'esposto anonimo veniva fatto il nome di due esponenti delle forze dell'ordine: Casarsa e Del Vecchio, coinvolgendoli nell'attentato. Gli accertamenti fatti nei confronti di Del Vecchio chiarirono che “era un appartenente all'arma i carabinieri, probabilmente anche dei servizi segreti, da alcune fonti aperte si appurava infatti che era stato coinvolto in operazioni internazionali con un certo Massimo Pizza salernitano e che era molto vicino a Bruno Contrada”.
Il teste ha poi riferito di aver accertato i fatti narrati dal pentito Consolato Villani riguardo l'attentato dinamitardo nei confronti di Calabrò Giuseppe e di aver scoperto che “in seguito alla denuncia di Calabrò i carabinieri trovarono sul posto quattordici candelotti di gelatina con miccia a lenta combustione ma che non era avvenuta l'esplosione”. Crucitti ha infine raccontato la mole di accertamenti e verifiche fatte per riscontrare le dichiarazioni di Antonio Russo sugli incontri nel territorio di Gioia Tauro, tra elementi siciliani e le cosche mafiose calabresi, nello specifico con componenti della famiglia dei “Piromalli”.
Il dibattimento continuerà venerdì 24 novembre con le testimonianze di altri altri ufficiali che hanno seguito le indagini.

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